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lunedì 21 agosto 2017

VECCHIE STORIE DI BEFANE MILIONARIE E DI ALTRI VIZI REGIONALI




"Il politicantismo ha creato una classe di privilegiati: quella dei deputati regionali, che nel 1961 ha speso ben otto milioni di lire per la voce 'Befana dei figli dei deputati regionali'; che si è proposta una legge che consenta loro, nel caso non siano più rieletti, un'indennità di 'reinserimento nella vita civile' di sette milioni e mezzo di lire ciascuno.
A tanto impegno economico, in cui si sono verificati casi addirittura scandalosi, come quello rivelato dall'autorevole periodico milanese 'Epoca' del 30 giugno 1963, per cui un impiegato della Regione siciliana è andato in pensione a trent'anni di età, con pochissimi anni di servizio, ma con una liquidazione di 15 milioni di lire e una retribuzione mensile di 300.000 lire, non è nemmeno corrisposto un impegno di lavoro adeguato, se lo stesso presidente dell'Assemblea regionale siciliana, avvocato Rosario Lanza, è stato costretto dalla realtà dei fatti, nel maggio 1969, a dovere criticare 'il frequente disinteresse dei deputati per i lavori legislativi e dell'aula, la dispersione che caratterizza i dibattiti, il mancato rispetto dei termini regolamentari'"

SANTI CORRENTI 
"Storia di Sicilia come storia del popolo siciliano"
LONGANESI, 1977

L'INGORGO PALERMITANO D'INIZIO NOVECENTO


Folla di persone e di mezzi di trasporto
ai Quattro Canti di Città,
nella Palermo dei primi anni dello scorso secolo.
La fotografie del post sono di Eugenio Interguglielmi
e sono tratte dalla monografia
"La Sicilia e la Conca d'Oro", edita da Fratelli Treves
nel dicembre 1908-gennaio 1909
Agli inizi del Novecento, Palermo raccoglieva circa 300.000 residenti.
La vita dei suoi abitanti si svolgeva prevalentemente ancora nel secolare centro storico: una funzione residenziale - quella offerta dalla croce viaria tra via Vittorio Emanuele e via Maqueda - che cominciava però ad entrare in un'irreversibile fase di crisi.
L'avvento dell'architettura "liberty" lungo viale della Libertà, via Notarbartolo e via Dante - espressione edilizia di una committenza borghese, desiderosa di esibire il proprio status economico - cominciava infatti ad ampliare i vecchi confini residenziali della capitale dell'Isola.
In "Palermo l'altro ieri" ( Flaccovio, 1966 ), Mario Taccari individuava il declino abitativo e sociale della città storica nel passaggio fra Ottocento e Novecento, sottolineandone le motivazioni di carattere imprenditoriale:

"Qualcosa mutava nell'antico tessuto economico cittadino e le tradizionali strade artigianali - la Calderai, la Chiavettieri, la Candelai, la Cintorinai, la Bottai, l'Argentiera, la Schioppettieri e le altre della lunga serie - andavano perdendo, per lento trapasso dall'industria familiare a quella associata, il loro peculiare carattere, il loro volto secolare"



L'immagine riproposta da ReportageSicilia si deve ad uno scatto di Eugenio Intergugliemi e venne pubblicata nella monografia dell'"Illustrazione Italiana" "La Sicilia e la Conca d'Oro", pubblicata da Fratelli Treves nel dicembre-gennaio 1908-1909.
La fotografia ci restituisce il volto affollato e caotico dei Quattro Canti di una città in quel periodo ancora legata per breve tempo al suo cuore storico.
Il documento di Intergugliemi venne accompagnato da un reportage di Mario Morasso,  scrittore e giornalista genovese che agli inizi del Novecento portò avanti le idee del Modernismo e del Futurismo.
Il suo racconto colse allora alcuni caratteri del palermitano di quegli anni:

"Il palermitano agisce sempre come in uno stato di eccitamento, di stimolante ebbrezza, di irresistibile effusione, nessun elemento moderatore lo raffredda, lo trattiene, e perciò facilmente si esaurisce in parole e gesti prima di arrivare all'opera o al pensiero definitivo.
Come vive all'aperto fisicamente, vive altresì all'aperto spiritualmente.
La strada palermitana pertanto con le sue automobili, tutte a scappamento libero e con grandi arie da corsa, con i suoi tramways elettrici, con la sua lunga e dritta prospettiva, serba quasi intatto il suo aspetto e il suo frastuono caratteristici.



Il bel carretto siciliano, giallo e rosso, miniato come un messale con le storie dei paladini o i miracoli dei santi, tratto da un cavallo impennacchiato di rosso, vi galoppa accanto allo stuolo di innumerevoli carrozzelle su cui la popolazione scorre metà della sua esistenza.
Non sono soltanto le signore che vanno al corso in carrozza.
Il Giardino Inglese e via Maqueda sono gremiti di vetture private e pubbliche su cui gli uomini si mettono in mostra con evidente compiacimento.
Sacre immagini illuminate ad ogni angolo di strade, ad ogni casa ricevono gesti devoti da tutti i passanti.
Le finestre sono popolate di spettatori e spettatrici che preferiscono però essere guardati.
Un vocio continuo, una specie di chiacchierata ad alta voce sale da tutta la strada, ove scoppiettano innumerevoli gli "ah" violenti, il furente grido barbarico di tutti i guidatori di quadrupedi.
Sembra l'urlo frenetico di una folle carica di cavalleria..."




sabato 19 agosto 2017

IL SALMASTRO AVVELENATO DI PRIOLO E GELA

L'abbaglio dello sviluppo economico generato dall'industria petrolchimica in un reportage del TCI realizzato nel 1966 a Priolo e Gela


Lo scenario industriale siracusano a Priolo
in una delle fotografie che nell'ottobre del 1966
illustrarono su "le vie d'Italia"del TCI
un reportage del giornalista catanese Giovanni Centorbi
"Il desolante vuoto di zone depresse - quali Priolo nel siracusano e Gela - che furono condannate per secoli a vivere di grame risorse artigianali, è stato in gran parte colmato.
Dove un tempo era il deserto, oggi, grazie al sodalizio industriale fra siciliani e lombardi, si levano fabbriche enormi, serbatoi colossali, capolavori della fraternità e della buona fede fra Nord e Sud...
Per gli osservatori estranei al mondo della tecnica, più delle cifre e delle sigle può valere, testimonianza di una volontà che si esprime nei fatti, lo spettacolo offerto dal numero, dalla mole, dalla semplice e nitida bellezza degli stabilimenti, che danno a una frazione marittima di Siracusa - fino a pochi anni fa borgata di povera gente dedita alla pesca e alle saline - l'apparenza e l'effettivo prestigio di un moderno quartiere industriale..."

Con un ragionamento che, riletto oggi, appare ancora più ingenuo, il giornalista  e scrittore catanese Giovanni Centorbi pubblicò nell'ottobre del 1966 un reportage dedicato alle aree industriali di Priolo e Gela.


Una panoramica degli impianti di Priolo,
definita nella didascalia "borgata di povera gente
dedita alla pesca e alle saline ed oggi prestigioso e moderno
centro dell'industria"
L'articolo - apparso su "le vie d'Italia" del Touring Club Italiano con il titolo "Viaggio fra le industrie della Sicilia orientale" - illustrò l'avvio nell'Isola delle attività petrolifere e le loro ricadute economiche e sociali.
Il resoconto di Centorbi - illustrato dalle fotografie riproposte da ReportageSicilia - si inserisce il quel filone di articoli giornalistici che prendono nome di pubbliredazionali: pezzi scritti grazie alla collaborazione degli uffici stampa di enti o aziende ed in cui il cronista,  giocoforza, finisce col promuoverne acriticamente l'iniziativa o l'attività.
Nel reportage in questione, i gruppi EDISON, ANIC ed ENI venivano considerati come i salvifici promotori dello sviluppo occupazionale nell'Isola, grazie agli investimenti industriali favoriti dalla Cassa per il Mezzogiorno e dalla Regione.
All'epoca, le grandi società avevano trasformato la Sicilia in un terreno di conquista dei finanziamenti statali e regionali; allo scopo di agevolare questa pratica, nel 1953 venne fondato l'Istituto Regionale Finanziamento Industrie Siciliane ( IRFIS ). 
Le leggi approvate a Palermo portarono così nel 1954 ben 56 compagnie italiane e straniere a bucare il territorio isolano alla ricerca di petrolio: un'attività propedeutica alla creazione di poli industriali dedicati alla raffinazione e lavorazione del greggio.
La creazione di giganteschi impianti - favorita anche dalle politiche degli incentivi economici e degli sgravi finanziari - cambiarono così in pochi anni il volto di intere aree della Sicilia.


Un impressionante groviglio di tubi metallici
nel complesso siracusano
comprendente fabbriche di fertilizzanti,
petrolchimici e chimici, una centrale termoelettrica
e una stazione di pompaggio dell'acqua marina
A determinare quella "colonizzazione" da parte della grande industria, fu, ovviamente la politica regionale, spesso subalterna alle indicazioni provenienti da Roma e dalle lobby finanziarie italiane e straniere.

"Alla fine del 1955 - ha scritto a questo proposito Matteo G.Tocco in "Libro nero di Sicilia" ( Sugar Editore, 1972 ) - l'ENI si decideva ad aprire un discorso concreto con la Regione Siciliana, dicendosi disposto ad assumere un impegno di spesa di 8 miliardi e 85 milioni di lire, ripartiti in nove anni; ma il 75 per cento circa dell'investimento previsto avrebbe dovuto essere assicurato dalla Cassa del mezzogiorno attraverso la IRFIS, e dalla Regione Siciliana attraverso una società finanziaria da costituire in attuazione di una nuova legge di incentivazione industriale.
I protagonisti della battaglia siciliana del petrolio furono, in quell'arco di tempo a cavallo della seconda legislatura siciliana, L'ENI, la Montecatini, la Gulf Corp.
Ognuno di questi gruppi aveva i suoi amici all'interno dell'Assemblea Regionale Siciliana: la nuova legge per l'industrializzazione siciliana doveva essere combattuta principalmente da questi tre gruppi"


Petroliera attraccata ad un pontile di Priolo.
La didascalia spiegava che
"gli idrocarburi arrivano allo stato grezzo,
riprendono poi le rotte verso l'Oriente per essere restituite
ai luoghi di origine come prodotti raffinati"
Così, sulle pagine de "le vie d'Italia", Giovanni Centorbi descrisse con prosa celebrativa il rinnovato scenario di Priolo e Gela: luoghi fino ad allora consegnati al secolare paesaggio di una Sicilia rurale ed ora investiti da un convulso progresso tecnologico:

"In un colpo d'occhio - si legge nell'articolo - abbiamo nell'insieme volumetrico degli impianti, delle cisterne, dei pontili all'attracco di navi da carico, un quadro immediato di opere che sembrano nate quasi per virtù di prodigio: opere di ferro e d'acciaio che fanno la storia, dopo la lunga lotta degli uomini contro la natura, nella quale ogni risorsa - la scienza, il talento, la manodopera, i capitali - è stata prodigata coraggiosamente, in uno sforzo comune che impegnava i dirigenti e anche gli ex-zolfatari divenuti operai dell'industria"

A Priolo Gargallo, tra Augusta e Siracusa, il primo nucleo abitato  nacque nel 1813, per volontà del barone Tommaso Gargallo.
Le 36 famiglie residenti vivevano allora di agricoltura e di pesca.
La zona era ricca di agrumeti - in contrada Girotta - e di uliveti, in quelle denominate Fico e Bondifè; per un certo periodo, i Gargallo tentarono pure di coltivare senza grande successo il cotone.
Durante il periodo della prima guerra mondiale, gli eredi del barone decisero di versare 25 lire mensili alle famiglie di tutti i priolesi chiamati alle armi: iniziativa inconsueta nella storia dei rapporti fra proprietari terrieri e contadini nell'Isola.


Una veduta panoramica degli stabilimenti a Gela
Il futuro di Priolo fu segnato nel 1949, quando Angelo Moratti impiantò una piccola raffineria con materiali dismessi provenienti dal Texas destinati alla fabbricazione di modeste quantità di benzina.
La scelta dell'area del siracusano non fu casuale, rispondendo ad una serie di parametri di convenienza economica.
Come ha scritto Giuseppe Gestivo in "Sottosviluppo e lotte popolari in Sicilia , 1943-1974" ( Pellegrini, 1976 ), citando l'opera della francese Renèe Rochefort "Le travail en Sicile" ( 1961 ):


"Si trovano geograficamente concentrati nel territorio da Siracusa ad Augusta una piana litorale accogliente per le fabbriche, la strada ferrata, abbondanza di sorgenti, grandezza della baia di Augusta, prossimità dello zolfo, della potassa, del sale, dello stesso petrolio siciliano; e ancora, posizione favorevolmente rivolta sia ai mercati dei Paesi sviluppati che a quelli dei Paesi produttori di petrolio che si affacciano sul Mediterraneo, tradizioni umane di popolazioni laboriose con relativa offerta di manodopera abbondante.
E' quindi in tutta lucidità che la grande industria chimica ha deciso di venire qui a prendere partito dei favori che la Regione siciliana offriva agli industriali"

Gli impianti di Priolo furono poi ceduti da Moratti alla RASIOM, in seguito entrata a far parte della Standard Oil Company ESSO: la progressiva crescita dell'area petrolchimica cambiò per sempre il destino dei suoi abitanti.
Per venire incontro all'esigenza di costruire i nuovi edifici industriali, un'ordinanza prefettizia dispose l'esproprio degli agrumeti e degli uliveti delle contrade Girotta, Fico e Bonfidè.
Altre grandi estensioni di terreno agricolo furono acquistate a prezzi irrisori. 
Per centinaia di contadini e braccianti - abbandonati aratri ed altri arcaici strumenti agricoli - si aprì la caccia al posto di lavoro all'interno degli stabilimenti; non mancarono neppure i "piazzisti" del posto nella fabbrica dei fertilizzanti, offerto alla cifra di 300.000 lire.


Le dune della spiaggia di Gela, e, sullo sfondo,
a due chilometri dalla costa,
la piattaforma petrolifera Scarabeo
Il vecchio impianto urbano di Priolo Gargallo - due assi viari che si incrociavano ad angolo retto, affiancati da case ad uno o due piani - venne stravolto da una disordinata opera di nuove costruzioni, demolizioni e soprelevazioni.
Il mercato degli affitti - favorito dall'afflusso della crescente classe operaia e degli impiegati - venne monopolizzato da piccoli speculatori; i proventi ( l'affitto medio mensile di una stanza ammontava a 15.000 lire ) vennero reinvestiti nella costruzione di altri alloggi.
Così, nel 1960 Priolo arrivò ad accogliere 10.000 abitanti, concentrati in un'edilizia di bassa qualità e con servizi precari.
L'altra faccia del boom edilizio - non in grado però di compensare gli squilibri sociali e territoriali - fu rappresentato dalla creazione di una farmacia, due cinema, una decina di bar, alcune pensioni,  due alberghi e tre banche.


La didascalia che illustrava questa fotografia
recitava: "Vecchio e nuovo a Gela", intendendo
l'inarrestabile corsa della tecnologia
in una zona della Sicilia tradizionalmente legata
all'agricoltura ed alla pastorizia
Le conseguenze ambientali della rivoluzione del petrolchimico a Priolo sono oggi tristemente note, grazie alle indagini della Procura di Siracusa che lo scorso giugno ha attestato la scarsa salubrità dell'aria.
Già nel 1990, l'area industriale ed urbana era stata definita ad alto rischio ambientale, per la presenza di idrocarburi nelle falde acquifere e di cadmio, cromo, nichel ed altre sostanze inquinanti e cancerogene nell'aria e nel sottosuolo.
In quel reportage del 1966, non compare alcuna previsione di ciò che stava accadendo a Priolo.
Descrivendo le attività della SINCAT - ( Società Industriale Catanese consociata con EDISON ) sorta a Priolo tra il 1954 ed il 1959 dopo l'acquisto di milioni di metri quadrati di agrumeto - Giovanni Centorbi così illustrava l'attività di produzione di fertilizzanti:  

"Una giornata di sosta alla SINCAT - tre milioni di metri quadrati coperti da edifici, impianti meccanici delle varie industrie, forni, capannoni per servizi recentemente ampliati - è un'esperienza d'interesse eccezionale.
Lungo strade e linee ferroviarie aziendali, per complessivi trenta e venticinque chilometri, percorsi in uno spazio arioso illuminato dalla luce che viene dal mare, nel sentore di salsedine che attenua le esalazioni di carburante, abbiamo raggiunto e visitato, nel pieno ritmo di una fase della lavorazione, le fabbriche dei fertilizzanti semplici e complessi, dei prodotti chimici e petrolchimici, i laboratori per gli sperimentatori della sezione agraria, il centro elettrocontabile, le potenti installazioni della centrale termoelettrica autonoma, che rende possibile una parziale e assai notevole indipendenza dalla fornitura di energia, per due milioni di kilowattora al giorno, che agli inizi dell'attività proveniva dalla centrale della Tifeo..."


Operai gelesi in uscita
dallo stabilimento dell'ANIC.
Scooter e motociclette
sanciscono l'inizio della società dei consumi
grazie ad un'economia
destinata a stravolgere il territorio
La SINCAT realizzava inizialmente il ciclo di realizzazione dall'olio minerale grezzo ai fertilizzanti; in seguito avrebbe prodotto benzina, gasolio, etilene, propilene ed altre sostanze ad alto tasso di inquinamento.
Eppure, dinanzi a tanta massiccia capacità di lavorazione di prodotti petroliferi, Centorbi notava quasi con una nota di colore che "il sentore di salsedine attenua le esalazioni di carburante".
All'epoca, insomma, le ragioni del vorticoso sviluppo industriale sembravano ignorare qualsiasi riserva di natura ambientale o ogni considerazione di tipo sociologico sullo sviluppo assegnato al territorio.
Anni dopo l'articolo pubblicato sul mensile del Touring Club ItalianoGiuseppe Fava avrebbe così spiegato l' incapacità di vedere oltre la minacciosa grandiosità degli impianti petrolchimici:
    
"La logica dell'impresa industriale - si legge in "I Siciliani" (  Cappelli editore, 1980 ) - allora era quella, né a quel tempo alcuno si chiedeva cosa sarebbe accaduto nel territorio, come tutto quell'arco marino si sarebbe popolato di mostri che avrebbero lottato accanitamente ognuno per cercare il proprio spazio, e il mare avrebbe cominciato lentamente a morire con i suoi pesci, e le campagne sarebbero diventate deserto, e l'aria intossicata di veleni che gli uomini sarebbero stati costretti a respirare ogni giorno.
In quel tempo tutto sembrava coincidere perfettamente, soprattutto la buona volontà: gli americani a vendere i loro rottami, gli italiani ad acquistarli per far fronte al disperato bisogno di combustibile, la popolazione a cedere tutta quella plaga deserta pur di avere una fonte di lavoro sempre più vasta e sicura, i pecorai e i contadini ad accettare un salario quotidiano definitivo e sufficiente comunque a sopravvivere.
Stava accadendo una cosa gigantesca che avrebbe stravolto tutto, l'economia, i commerci, la cultura, la salute, i sogni, le abitudini della vita, le speranze, e sarebbe stato necessario capire per tempo tutto questo e dare un ordine logico agli avvenimenti in modo da appagare gli uomini e tuttavia salvare il loro destino futuro dentro il territorio.
Ma c'erano fame, avidità, ignoranza, speculazione"

Nel resoconto pubblicato da "le vie d'Italia", Giovanni Centorbi raccontò pure la trasformazione industriale a Gela, altra realtà territoriale siciliana sconvolta dall'economia petrolchimica.
Anche in questo caso, l'entusiastica descrizione del giornalista dimostra l'incapacità di prevedere gli effetti a lungo termine della "lotta dell'uomo contro la natura"; vale a dire, scarichi aerei di fumi tossici, inquinamento del terreno e delle falde ed incremento tra le popolazione gelese di malformazioni genetiche e patologie tumorali:

"In un colpo d'occhio - da viaggiatori senza particolari attributi - abbiamo nell'insieme volumetrico degli impianti, delle cisterne, dei pontili all'attracco di navi da carico, un quadro immediato di opere che sembrano nate quasi per virtù di prodigio: opere di ferro e d'acciaio che fanno storia, dopo la lunga lotta degli uomini contro la natura, nella quale ogni risorsa - la scienza, il talento, la manodopera, i capitali - è stata prodigata coraggiosamente, in uno sforzo comune che impegnava a vincere i dirigenti e anche gli ex zolfatari divenuti operai dell'industria..." 


Anche questa immagine puntava
ad evidenziare il contrasto gelese fra presente e passato
Ventotto anni il reportage di Centorbi, Vincenzo Consolo avrebbe consegnato alla letteratura il racconto di quell'infido miraggio di civiltà tecnologica a Gela:  

"Da quei pozzi, da quelle ciminiere sopra templi e necropoli, da quei sottosuoli d'ammassi di madrepore e di ossa, di tufi scanalati, cocci dipinti, dall'acropoli sul colle difesa da muraglie, dalla spiaggia aperta a ogni sbarco, dal secco paese povero e obliato partì il terremoto, lo sconvolgimento, partì l'inferno di oggi.
Nacque la Gela repentina e nuova della separazione tra i tecnici, i geologi e i contabili giunti da Metanopoli, chiusi nei lindi recinti coloniali, palme, pirosfori e buganvillee dietro le reti, guardie armate ai cancelli, e gli indigeni dell'edilizia selvaggia e abusiva, delle case di mattoni e tondini lebbrosi in mezzo al fango e l'immondizia di quartieri incatastati, di strade innominate, la Gela dal mare grasso d'oli, dai frangiflutti di cemento, dal porto di navi incagliate nei fondali, inclinate sopra un fianco, isole di ruggini, di plastiche e di ratti; nacque la Gela della perdita d'ogni memoria e senso, del gelo della mente e dell'afasia, del linguaggio turpe della siringa e del coltello, della marmitta fragorosa e del tritolo..." 
( "L'olivo e l'olivastro", Mondadori )


venerdì 18 agosto 2017

IL RILIEVO DI PALAZZO MONCADA DELLO SPATRISANO


GIUSEPPE SPATRISANO, disegno di palazzo Mondaca a Caltanissetta


mercoledì 9 agosto 2017

LA SPAZZATURA METAFORA DELLE TARE DELL'ISOLA

Marciapiede in una strada
del centro storico di Palermo.
Le fotografie del post sono
di ReportageSicilia
Dello scarso senso civico dei palermitani sul tema dei rifiuti ha avuto modo di scrivere pure Goethe nel suo celebrato "Viaggio in Italia":

"Questa via ( Vittorio Emanuele, n.d.r. ) per lunghezza e bellezza, non la cede al Corso di Roma.
A destra e a sinistra vedo dei marciapiedi, che ogni proprietario di magazzino o di officina mantiene puliti a furia di scopare gettando tutta l'immondizia nel mezzo della via; ma questa naturalmente diventa sempre più sudicia e finisce col restituirvi, ad ogni soffio di vento, il sudiciume che vi avete accumulato"
( da "Viaggio in Sicilia", Edi.bi.si, Palermo, 2000 )

A suffragare la fama di questa radicata piaga cittadina concorre poi la voce popolare: quella secondo cui le braccia protese ad altezza di vari metri della statua di Carlo V - in piazza Bologni - indicano il livello di spazzatura a Palermo.
Oggi la città - finiti i tempi in cui, cinquant'anni fa, i vecchi autobus dell'Amat furono utilizzati per il trasporto straordinario dei rifiuti - comincia timidamente ad apprendere la pratica della raccolta differenziata.
L'iniziativa coinvolge al momento pochi quartieri residenziali.
In altre zone , specie quelle periferiche, il cassonetto continua ad essere il contenitore di ogni specie di rifiuto, soprattutto se trasbordante e proveniente dalle cucine di pub, ristoranti e negozi.
Continua poi ad avere largo seguito l'abitudine di considerare la strada il luogo ideale per scaricare materassi, frigoriferi o altri oggetti domestici; o di considerare le aiuole come cestini dove buttare cartacce, bottiglie ed ogni altro genere di conforto per il passeggio.
La spazzatura in strada a Palermo ed in molti luoghi della Sicilia è così metafora dei mali dell'Isola e dei suoi abitanti, a cominciare da quello dello scarso senso del bene collettivo: una tara che trae origine negli ultimi decenni anche dall'esempio di inettitudine della classe politica regionale e locale, incapace di governare per il bene pubblico.




In questo senso, c'è poca differenza tra l'inciviltà del deputato regionale che diserta le sedute del parlamento ( senza perdere un euro del suo lauto stipendio ) e quella del cittadino che butta i rifiuti in strada.
Così, Roberto Alajmo ha efficacemente illustrato la piaga di un atteggiamento che costituisce anche il fondamento di quell'orribile bruttezza che è la mafia:
 

"Anche per godere della bellezza più recondita - si legge in "L'arte di annacarsi, un viaggio in Sicilia", Edizioni Laterza, 2010 - è necessario immergersi in quell'abisso che è la Sicilia.
Non si può fare a meno di ravvisare la bruttezza diffusa, il sistematico disprezzo per gli spazi comuni, l'incapacità delle persone anche migliori di fare rete e porre rimedio a queste distorsioni.
Viaggiare attraverso la Sicilia significa sporcarsene.
E si tratta di uno sporco persistente, di quelli più difficili da trattare"


martedì 8 agosto 2017

I FERMENTI CLERICALI DI ALCAMO IN UNA PAGINA DI ALBERTO CAVALLARI

Una strada di Alcamo
 in una fotografia di Josip Ciganovic
apparsa nell'opera "Sicilia", edita nel 1962
da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini
"Alcamo è tutta nell'atmosfera del 'Risorgimento deluso' di Gobetti.
Strade e vento, acqua di fogna che scorre davanti alle case.
I muri sono piani di scritte 'viva Corrao'.
Ma non si tratta del compagno di Rosolino Pilo che vi organizzò la rivolta contro i Borboni.
Il Corrao d'oggi è un deputato milazziano; lo seguono persino alcuni preti.
Il clero di Alcamo è famoso per la sua 'protesta', per la sua rivolta in nome della Sicilia 'offesa'.
Alle ultime elezioni, alcuni sacerdoti vennero sospesi a divinis"

Il saggista e giornalista piacentino Alberto Cavallari così raccontò Alcamo nel 1962: tre anni prima quindi che la stampa descrivesse agli italiani l'ambiente della cittadina trapanese attraverso le cronache della vicenda di Franca Viola.
A difendere nei processi la giovane donna che dopo il rapimento si era opposta al matrimonio con Filippo Melodia - nipote del capomafia Filippo Rimi -  fu proprio quel Ludovico Corrao il cui nome Cavallari aveva visto campeggiare sui muri degli edifici.
Corrao - legato all'Unione Siciliana Cristiano Sociale e sindaco di Alcamo dal 1960 al 1962 - venne appoggiato anche una parte della chiesa locale sensibile alle battaglie civili da lui portate avanti nel trapanese.  
Prima del caso di Franca Viola, Alcamo aveva tuttavia già meritato le attenzioni dei giornali nazionali per i disordini accaduti nel 1961 durante i solenni festeggiamenti del Corpus Domini, agli inizi di giugno.
Dopo settimane di screzi politici, parte del clero decise allora di non invitare alle processioni il vicesindaco ed i consiglieri comunali comunisti: ne seguì una gazzarra al termine della quale la polizia denunciò una trentina di persone.
L'arcivescovo di Monreale Corrado Mingo decise di sospendere tutte le processioni e di vietare il suono delle campane in tutta Alcamo.
Come in un coprifuoco, le chiese ebbero indicazioni di chiudere prima del tramonto. 
Per qualche mese, si visse in un clima di ostilità fra clericali e comunisti; poi, i livori si appianarono ed oggi soltanto i più anziani fra gli alcamesi ricordano quei secolari e litigiosi festeggiamenti religiosi. 
L'immagine di Alcamo riproposta da ReportageSicilia venne pubblicata nel 1962 nel II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini: il fotografo Josip Ciganovic ne fissò un silenzioso scorcio di quel centro storico recente teatro dei disordini del Corpus Domini.   


giovedì 3 agosto 2017

"L'URLO" DI MUNCH E ALTRI FRAMMENTI DI NOVECENTO A VERGINE MARIA

Bizzarrie litiche raccolte
lungo la costa palermitana di Vergine Maria.
Le fotografie sono di ReportageSicilia
Fra le superstiti suggestioni della borgata palermitana di Vergine Maria sopravvissute a decenni di sfregi ambientali c'è quella di una costa non ancora del tutto deturpata dall'inquinamento e dall'edilizia abusiva.
La prova più evidente degli sfregi è costituita dalla collina di detriti denominata "scaricatore", cresciuta per effetto dello scarico di tonnellate di materiale di risulta negli anni del sacco di Palermo: quelle macerie sono ciò che resta di ville ed edifici storici distrutti per fare posto ai palazzi di via Notarbartolo e di viale Strasburgo.


Ai limiti di questa massa indistinta di materiale edile, la linea costiera è tracciata da strette lingue di spiagge di ciottoli e da una scogliera di massi di varia natura e dimensioni.
Molte di queste pietre - modellate e bucate dall'erosione del mare e del tempo - sembrano essere uscite dalla bottega di uno scultore: alcune ricordano le figure di piccoli animali, altre hanno assunto  singolari sembianze umane.
Così, nell'abitazione di due affabili ospiti e cultori di Vergine Maria - Linda ed Antonio - viene esibita una pietra che sembra essere un clone artificiale del celebre volto dell'"Urlo" dipinto da Edvard Munch.
I proprietari della pietra l'hanno inanellata in un tondino di ferro, in cima ad una pila di altre bizzarrie litiche raccolte lungo la costa di Vergine Maria.



La "scoperta" della versione scultorea di un capolavoro della pittura espressionistica non è l'unica sorpresa di questo lembo di mare. 
Lo sguardo basso sugli scogli ci permetterà di osservare anche frammenti di mattoni e centenarie mattonelle decorate: la prova che qui, nei decenni passati, è stata distrutta e dispersa la memoria di tanta edilizia palermitana d'inizi Novecento

lunedì 31 luglio 2017

I RAGAZZINI PORTATORI DI SEDIE A CATANIA


L'immagine riproposta da ReportageSicilia si deve ad un dimenticato scatto catanese di Federico Patellani.
Venne pubblicata nell'ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo" e ritrae il virtuosistico trasporto di sedie da parte di due ragazzini nei pressi di via Etnea: un gioco in strada di equilibrismo dietro al quale si racconta forse una storia di lavoro minorile nella Catania all'epoca definita la "Milano del Sud".
E' probabile che le sedie fossero appena uscita dalla bottega di uno dei molti artigiani che in quegli anni lavoravano nel reticolo di strade presenti alle spalle della principale arteria urbana di Catania.
Il soggetto dei giovanissimi trasportatori di sedie avrebbe avuto qualche anno dopo in Sicilia una più famosa replica, questa volta a Palermo
Nel 1960, Enzo Sellerio fissò l'immagine di un ragazzino e di un bambino in strada ciascuno con una sedia sulla testa: documento anch'esso che testimonia l'attività nell'Isola di allora di molti artigiani, categoria oggi quasi del tutto scomparsa nella Sicilia del 2017.

sabato 29 luglio 2017

L'INSOLITO VIAGGIO DELLE MENADI E DEI SATIRI A SAN CIPIRELLO

Particolare della testa di una delle due statue di menadi
scoperte fra le rovine del teatro di monte Iato, nel 1972.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
sono tratte dalla rivista "Sicilia Archeologica"
pubblicata dall'EPT di Trapani nell'agosto del 1973
Giorno e notte, per due settimane del 1972, i carabinieri della stazione di San Cipirello furono costretti ad assecondare le preoccupazioni del sindaco.
Avuto il via libera dalla caserma di Monreale, si misero a presidiare a turno i resti di quelle quattro strane figure umane ancora sporche di terra.
La voce della loro scoperta si era già sparsa in paese e la curiosità coinvolgeva anziani e bambini. 
Il rischio di un  trafugamento era però dietro l'angolo: la disgraziata eventualità avrebbe creato motivi di imbarazzo con Sovraintendenza e con il gruppo di archeologi stranieri da qualche mese accasati a San Cipirello.  
Fino ad allora, il maresciallo aveva avuto a che fare con i corpi dei mafiosi ammazzati nelle campagne del circondario, o con le ricerche delle vittime della "lupara bianca"; nulla ora sapeva di statue femminili di menadi e di satiri appena dissotterrati dalle vecchie rovine del monte Iato.


Una delle due menadi.
Le quattro sculture sono datate al 300 avanti Cristo.
Gli studiosi svizzeri, guidati da Hans Peter Isler, avevano cavato per giorni pietre e fango indurito dai piedi della gradinata del teatro: una fatica ripagata dal recupero delle quattro sculture in tufo datate al 300 avanti Cristo.
Erano tutte formate da tre blocchi, con il retro ed un lato grezzi perché originariamente incastrati in un muro.
Finito il lavoro di scavo, si era presentato il problema di portare via quelle pesanti sculture sino a San Cipirello: un tragitto non lungo, ma privo di una strada carrabile in grado di favorire il trasporto.
L'incertezza sul da farsi ed il presidio dei carabinieri ebbero fine solo quando un paio di proprietari di pale meccaniche si convinsero a mettere a disposizione i loro mezzi.
In tre giorni fu tracciata sua "strada d'urgenza" che dalla zona del teatro, sul monte Iato, permise di trasferire le pesanti statue sin quasi al paese: imbracate con corde e protette da telai in legno, le millenarie sculture furono caricate su carrelli-rimorchio agganciati alle pale meccaniche. 


Uno dei due satiri
con la testa mutilata nel medioevo
Dopo quell'avventuroso viaggio, le quattro statue furono sistemate in un magazzino comunale; in seguito, avrebbero trovato l'attuale collocazione all'interno dell'Antiquarium "Case D'Alia":

"La scoperta - avrebbe scritto Hans Peter Isler, all'epoca direttore dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Zurigo, su "Sicilia Archeologica" di aprile-agosto 1973 - portò avanti pure i progetti per un Antiquarium locale che è stato preparato provvisoriamente a San Cipirello, di modo che i ritrovamenti potranno essere salvaguardati in prossimità del luogo di ritrovamento.
Le indispensabili spese furono coperte mediante una colletta organizzata dal Comune tra la popolazione di San Cipirello, la quale portò risultati sorprendenti"


Il trasporto a valle del monte Iato delle statue
a bordo di carrelli agganciati a pale meccaniche.
In fondo, la strada tracciata dai proprietari dei mezzi
per agevolare il trasferimento verso San Cipirello
Lo stesso archeologo svizzero - per quarant'anni direttore degli scavi a monte Iato - così descrisse le statue su quel numero di "Sicilia Archeologica":

"Le sculture sono lavorate ad alto rilievo.
Le figure femminili portano un peplos dorico ed una corona d'edera con foglie e frutti, mentre i maschi indossano una gonnella di pela ed una tenia di edera che cinge diagonalmente il torso.
D'una delle due figure maschili manca il blocco con la testa, mentre testa e braccia alzate dell'altra sono assai mutilate, essendo questo blocco stato riadoperato nel muro medievale che si sovrappone alla scena.
Si riconoscono però ancora la barba e gli orecchi equini che contraddistinguono i satiri, come la corona d'edera le menadi.
Tale iconografia bene si adatta alla decorazione di un teatro, edificio dedicato a Dionisio..."



domenica 23 luglio 2017

QUANDO LA TORRE DI MONDELLO NON ERA ANCORA UN ALBERGO

L'estremo rilievo costiero ad Ovest del golfo di Mondello
in una fotografia realizzata da Nino Teresi
e pubblicata nel settembre del 1959 dal mensile "Sicilia",
edito dall'assessorato regionale al Turismo e Spettacolo
Qualche tempo prima del settembre del 1959, il fotografo Nino Teresi  documentò per la rivista "Sicilia" lo scenario palermitano dell'estrema punta occidentale del golfo di Mondello.
Dal ponte di un'imbarcazione in navigazione verso la Fossa del Gallo - antichissimo luogo di transito di navi lungo la costa tirrenica siciliana - Teresi fissò l'immagine di un promontorio non ancora intaccato dalla prossima costruzione di un grande albergo.



Si scorge l'erta scogliera della punta sulla quale si impone il volume cilindrico della Torre chiamata "Fico d'India", all'epoca regno di capre e pecore al pascolo: dalla sua sommità, si ammira ancor oggi ad oriente uno straordinario paesaggio verso capo Zafferano e Cefalù.   

LA PIAZZA SICILIANA DI GABRIELLA SALADINO


sabato 22 luglio 2017

L'AVARO AFTER DEGLI SCRITTORI DELL'ISOLA

Uno dei manifesti di Leonardo Sciascia
affissi nei mesi scorsi
sui muri del centro storico di Palermo da "E Il Topo".
La fotografia è di ReportageSicilia
Leonardo Sciascia è morto da 28 anni, Gesualdo Bufalino da 21. Vincenzo Consolo - terzo scrittore a completare con gli altri due un trio siciliano d'eccezione - ci ha lasciati il 21 gennaio di cinque anni fa.
Si può dire che con la morte di Consolo si è chiusa la straordinaria e lunga stagione degli scrittori isolani, iniziata da Verga e proseguita per tutto il Novecento.
Certo, grande diffusione meritano da tempo i romanzi di Camilleri; tuttavia, lo scrittore agrigentino ha incardinato il suo successo seriale sulla caratterizzazione di un commissario che non compete per materia narrativa e per statura civile con l'ispettore Rogas o con il Vice di sciasciana memoria ( "Il contesto" e "Il cavaliere e la morte" ). 



Da qualche anno, la letteratura siciliana è così rappresentata da un buon numero di scrittori che le tradizioni antologie letterarie inserirebbero fra gli "altri".
Bravissimi scrittori da un punto di vista letterario, s'intende; ma raramente capaci di narrare vicende e personaggi che raccontano dalla Sicilia il disagio ed il malessere di un'intera società italiana. 
      

venerdì 21 luglio 2017

MEMORIE DEL CONTADINO CHE RITROVO' LE MURA DI GELA

Ritratto di Vincenzo Interlici, scopritore nel 1949  e poi singolare custode delle fortificazioni della colonia greca

La singolare figura di Vincenzo Interlici,
il contadino gelese scopritore e custode
delle storiche mura della colonia greca.
Le immagini di ReportageSicilia
ripropongono una fotografia di Federico Patellani
pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"

Fra i molti nomi di bizzarri personaggi siciliani consegnati alla notorietà storica figura quello di Vincenzo Interlici.
Nel 1948, questo contadino gelese scoprì per caso nel suo terreno uno dei più importanti manufatti archeologici nell'Isola: un tratto di ciò che si sarebbe rivelato essere il bastione murario dell'antica Gela.
Negli anni a venire - mentre la fortuita scoperta richiamava nella cittadina nissena insigni studiosi e teste coronate - Interlici assunse l'ufficioso ruolo di custode della poderosa opera costruita nel IV secolo da Timoleonte.
Fu una investitura concessagli dopo l'esproprio del terreno, in considerazione del senso di attaccamento dimostrato dall'anziano contadino verso quei resti della città dorica fondata da coloni di Rodi e Creta.
Con pittoresco orgoglio nel ruolo di scopritore e "proprietario" del muro, Vincenzo Interlici così raccontava ai visitatori la storia della millenaria opera di edilizia militare:

"Questa era terra mia e ci avevo una vigna.
Finita la guerra e tornato salvo, volevo farmi una casetta e mi misi a scavare per le fondamenta.
Così trovai l'ostacolo, il muro della fortezza.
Qui c'è lo sperone che difendeva il lato Sud: guardate com'è lavorata la pietra, e sopra guardate il cammino di ronda. 
Ho trovato anche monete, una d'oro e molte d'argento.
Qui si vede un canale di scolo per l'acqua, però io sono di idea diversa: di qua si buttavano frecce per colpire le caviglie dei soldati nemici.
In fondo c'è la fornace dove quelli allora si cuocevano tutte le loro robe..."



Il personaggio venne così descritto in una didascalia che accompagnò una fotografia di Interlici realizzata da Federico Patellani e pubblicata il 27 ottobre del 1955 dal settimanale "Tempo"
    
"Vincenzo Interlici - scrisse il giornalista Enrico Emmanuelli - mostra l'ultima meraviglia dell'archeologia siciliana: il grande muro di fortificazione di Gela.
Vincenzo Interlici era il proprietario della zona sabbiosa sopra Capo Soprano, ed un giorno decise di costruirsi una casetta in quella splendida posizione.
Scavando per le fondazioni, il suo piccone batte ad un tratto contro una pietra, quella che il singolare proprietario indica ora con un bastone.
Così Vincenzo Interlici scoprì la prima pietra di questo muro.
Un poco per il fatto che il terreno non gli è stato ancora pagato, un poco perché il re di Svezia e l'ambasciatore d'Inghilterra in visita si sono complimentati con lui ed hanno scherzosamente paragonato la sua scoperta a quella più famosa di Cristoforo Colombo, si è convinto del suo buon diritto a non muoversi dal posto.
Vincenzo Interlici non ha mai vissuto altrove, considera il muraglione di sua proprietà, e lo sorveglia di giorno e di notte.
Di giorno, armato di bastone, e con in testa un berretto dallo strano fregio, che nulla ha a che fare con quelli dei custodi di monumenti in organico alle Soprintendenze.
Di notte con una doppietta, intento a percorrere i bastioni come una sentinella di un forte dei film di Far West.
Vincenzo Interlici forse non è stato pagato del terreno perché non vuole essere pagato, non vuole cioè essere espropriato dal suo sogno di unico padrone di questo muro che diventa ogni giorno più famoso nel mondo degli archeologi e degli appassionati di cose antiche"



Due anni dopo, nel suo "Viaggio in Italia" ( Mondadori, 1957 )  Guido Piovene aggiunse ulteriore colore alla descrizione del contadino-custode:

"Il piccolo proprietario che rinvenne le pietre è diventato il custode del muro.
Fa parte della serie comica e commovente dei custodi fanatici delle antichità siciliane.
Ritto davanti al muro, racconta le battaglie, rifacendo nella sua mimica i gesti dei guerrieri; e, da buon popolano della Sicilia, li divide non già in cartaginesi e greci, ma in saraceni e paladini, come nelle pitture dei carri o al teatro dei 'pupi'" 

martedì 18 luglio 2017

IL BAMBINO GOMMISTA NELLA SICILIA DI MEZZO SECOLO FA


Riparazione di una camera d'aria in una bottega nel paese di S.
A lavorare, un bambino di nove anni, 
costretto a sostenere da solo la famiglia.
Il reportage su questa storia di difficile sopravvivenza 
nella Sicilia del 1967
venne pubblicato dal settimanale "Vie Nuove", 
a firma del fotografo Alberto Sciacca

Un giorno di cinquant'anni fa il fotografo Alberto Sciacca raccontò sulle pagine del settimanale "Vie Nuove" una storia che documentava le difficili condizioni economiche dell'Isola nell'Italia proiettata verso gli ultimi anni del suo "boom" economico.
Percorrendo una strada della Sicilia occidentale, Sciacca attraversò il paese di S.; il suo sguardo fu attratto da una tavola di ferro dove grandi ed incerte lettere di vernice rossa indicavano la scritta:
"Riparazione gomme anche stivale"
Spinto da quella curiosità che muove l'istinto di ogni buon cronista, il fotografo scoprì che in una buia ed angusta bottega si nascondeva il racconto di una piccola storia di caparbia sopravvivenza.
Gestore, padrone e unico lavoratore era un bambino di nove anni, costretto dalle ristrettezze economiche della numerosa famiglia a prendere anzitempo il posto di lavoro del padre, morto qualche tempo prima.


Il racconto e le fotografie di Alberto Sciacca documentano così una vicenda di povertà - decorosa e dignitosa, ma pur sempre povertà - nella Sicilia di mezzo secolo fa: una storia certamente privata ( tale da imporre l'omissione dei nomi dei luoghi e delle persone ), ma in grado di rappresentare la persistente condizione complessiva di disagio economico dell'Isola. 
Quel bambino di nove anni, frattanto, grazie a quella straordinaria prova di determinazione infantile, gestisce oggi una più moderna officina da gommista: un epilogo agrodolce nel racconto di quella vita di precoci sacrifici tramandata dalle fotografie di Alberto Sciacca.  

 "'Riparazione gomme anche stivale' dice l'insegna.

'Anche stivali?', gli chiedo.
'Stivali, ombrelli, giocattoli, tutto'


E' sicuro, deciso, di poche parole.
Lo sguardo vigila e scivola da tutte le parti, come se da ogni parte potesse arrivare un pericolo.
La madre a mezzogiorno viene in officina e gli chiede se può mettere giù gli spaghetti, ma lui dice di no, che ancora ha da lavorare, che aspettino e la madre se ne torna a casa.
Quando ha finito chiude l'officina e si avvia.
Lo seguo e ora sembra non sentire più fastidio per la mia presenza, forse si è convinto che non posso essere evitato.
A tavola lo aspettano per cominciare, lui si siede al posto che era del padre e mangiano in silenzio.
La madre serve lui prima degli altri e lui secco dice sì e no e la madre non insiste e non insistono gli altri.
Quando finiscono lui va via, sulla strada e allora i bambini cominciano a chiacchierare e nella stanza vuota l'atmosfera si rilassa.
E' proprio come se un padre severo, di quelli antica, fosse uscito di casa ed invece ad uscire è stato un bambino di nove anni.

'Signora, perché a Giuseppe ha dato anche una fettina di mortadella e agli altri solo gli spaghetti?', chiedo a R.P. e so quale sarà la sua risposta.
'Perché lui lavora' - mi fa lei - 'deve essere forte.
Se lui si indebolisce qui non mangia più nessuno.
Se lui si ammala cosa facciamo tutti noi?
E poi lui è un uomo, gli uomini debbono mangiare di più.
Capisce?'

E si vergogna un pò quando dice queste cose e guarda da un'altra parte.
Ma io ad insistere.


'Signora, in fondo è un bambino di nove anni, lo trattate come fosse un adulto, aspettate che sia lui a dare gli ordini'.
'Li dà, li dà - fa lei - gli ordini li dà.
E' lui che comanda, tutti gli ubbidiscono, i fratelli, io, la nonna, tutti.
Volevo mandare le bambine più grandi a servizio e lui ha deciso di non perché diceva che in casa a lavorare ne basta uno.
Un dottore voleva fare entrare il più piccoli in un collegio ma si è opposto perché dice che lui può mantenere tutti nella sua casa e che quel dottore mandi la sua di figlia in collegio.
E' orgoglioso, è come il padre che era un uomo, è un uomo anche lui, senza di lui non si prendono decisioni in questa casa'

Il piccolo Giuseppe è tornato per mettere la tuta, sono due e deve ricominciare a lavorare in officina.
Lo trovo che sta rabberciando un vecchio ombrello nella sua officina che è grande sì e no sei metri quadrati.
Mi guarda, vede le macchine fotografiche, chiede a se stesso chi sono e cosa voglio e poi, visto che non riesce a trovare una risposta sensata, esce e scompare.
Lì dentro c'è tutto, un buco senza comodità, ma ci si può lavorare bene, c'è quello che serve per riparare gomme d'automobile.
Nella casa accanto vivono M., G., R., C., S., O., il più piccolo tre anni la più grande sedici e poi la loro madre R.P. quarantaquattro anni e la nonna B.P, sessantotto anni.

'Signora  e allora? Allora come ha fatto?'

R.P. mi guarda con quei suoi occhi nocciola e non sa cosa dire, è tutta vestita di nero e non sa cosa rispondere, è magra e piccina e non sa cosa raccontarmi.
Sta piangendo lì, così.
Mi guarda e piange.

'Allora?'
'Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla madre, stai tranquilla, ci sono qua io, stai tranquilla. Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla, madre, stai tranquilla, ci sono io, stai tranquilla'
Enzo cioè prese ad aprire l'officina di gommista tutte le mattine alle sette e si mise ad aspettare le automobili che avevano forato e qualcuno si fermava.
'Dov'è tuo padre?', chiedevano gli automobilisti che ancora non lo sapevano.
'Ci penso io - rispondeva Giuseppe - ci penso io, è lo stesso, mio padre non c'è, è lo stesso'


Non era lo stesso per lui perché il padre era morto ma era lo stesso per chi doveva riparare una gomma.
Giuseppe era solo preoccupato se per un giorno nessuna macchina si fermava, spiava allora dietro la porta e sperava che qualcuno lo cercasse.
Il lavoro non era più un gioco per lui: sapeva riparare gomme e voleva farlo.
Lavorare, voleva lavorare, dieci, dodici ore.

'Quante gomme al giorno?', chiedo ad Giuseppe che è tornato e mi sbircia da dietro la porta.
'Anche quindici, venti, certi giorni'
'E' faticoso?', gli chiedo.

Non risponde.
Scappa ancora poi e io resto con la madre in quella stanza che sembra l'interno di una cassa vuota.
E lei mi dice:

'Ma cosa avremmo potuto fare?
Il bambino aveva imparato il mestiere dal padre, sapeva già riparare gomme a quattro anni e allora è rimasto in officina'

Sei bambini, due donne e una piccola officina di gommista a S., Sicilia, 1967".