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mercoledì 28 settembre 2016

SCATTI A MARGINE DELLA FESTA DEL SANTO PATRONO

Dall'archivio di Paolo Di Salvo, una raccolta di fotografie che insieme ai festeggiamenti per San Giuseppe raccontano uno spaccato sociale e culturale di Bagheria nel 1978

La statua lignea di San Giuseppe
viene rimossa dalla cappella della Chiesa Madre di Bagheria
in occasione della festa del santo patrono,
nell'estate del 1978.
Le fotografie del post fanno parte
dell'archivio di Paolo Di Salvo,
che le ha gentilmente concesse a ReportageSicilia.

Nell'estate del 1978, Giuseppe Tornatore e Paolo Di Salvo furono impegnati in un'intensa attività di documentazione a Bagheria.
Cinepresa e macchina fotografica furono utilizzati in primo luogo per raccontare il lavoro degli artigiani del carretto: i Ducato, gli Accomando, i Sottile, i Gagliardo.
Ad un certo punto, il loro lavoro coincise con la celebrazione a Bagheria della festa di San Giuseppe, patrono della cittadina palermitana: un evento capace allora di rendere partecipi gran parte dei "bagarioti", ed a cui Tornatore - molti anni dopo - avrebbe fatto omaggio in alcune scene di "Baaria".


"Il comitato organizzatore della festa del santo patrono commissionò a Tornatore un documentario sull'evento. 
La cosa non poteva non coinvolgermi - ricorda ora Di Salvo - e mi ritrovai così a fare l'attrezzista, l'autista, il fonico e, di straforo, anche il fotografo.
Quando non guidavo giravo con un registratore Nagra che penzolava dalla spalla sinistra, la borsa fotografica dalla spalla destra, le macchine fotografiche al collo, la cuffia in testa e il microfono in mano"



Prima, durante ed alla fine dei festeggiamenti per il santo patrono gli scatti di Paolo Di Salvo furono centinaia.
Quelle fotografie, in linea con la discrezione intessuta dall'autore intorno alle sue diverse attività di ricerca antropologica a Bagheria, sono rimaste chiuse per anni in un archivio.
Solo ora Paolo Di Salvo - per il quale vale il celebre aforisma sciasciano "io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano... questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice" - ha voluto divulgare quelle immagini tramite ReportageSicilia; che è insieme una conferma delle sue doti di modestia proprie dei migliori uomini ed una gratificazione per questo piccolo blog.



Alla documentazione fotografica di quella festa patronale bagherese, l'autore ha aggiunto alcune notazioni che aiutano a guardare i suoi ( bellissimi ) scatti oltre il significato del semplice evento devozionale:
       
"La festa patronale, nei rituali in cui il popolo esprime la propria devozione, nel modo in cui si veste, in quello che mangia, nei divertimenti, in tutto quello che costituisce il distacco dal quotidiano, rappresenta uno straordinario spaccato culturale.
Essa continua a esistere nella forma in cui il popolo la rielabora, la rifunzionalizza, la vivifica mantenendone aspetti, cerimoniali ed elementi depositati dalla tradizione".





Quando nel 1978 ho fotografato la festa del santo patrono avevo chiare le modificazioni che erano intervenute rispetto ai ricordi che ne avevo di quando, bambino, gironzolavo tutto il giorno tra baracconi e bancarelle.
Forse è stato per questo che, con approccio documentaristico, ho preso ad esplorarne, nell'arco di tutta la giornata, gli aspetti che maggiormente appartenevano all'esperienza ed ai ricordi che ne conservavo.
Da questi scatti, che mi piace definire 'a margine della festa del santo patrono', è venuta fuori la documentazione dell'attività degli artifici materiali della festa e dell'immutata giocosa partecipazione dei bambini"




Grazie al reportage di Paolo Di Salvo, prendono così visibilità le scene della festa di San Giuseppe ricordate da Dacia Maraini in "Bagheria" ( Rizzoli, 1993 ), da lei definita:

"la festa in cui i bagarioti, che pure si lamentavano dell'estrema loro povertà, si svenavano regolarmente ogni anno.
Tre famiglie di fuochisti venivano pagate profumatamente per buttarsi in una gara di splendori il cui unico giudice sarebbe stato il popolo.
Intanto, il corso si accendeva di mille lampadine colorate.
Centinaia di bancarelle disseminate per le strade, esponevano allegramente, in mezzo a festoni di carta rossa e argento, granaglie di ogni genere: semi di zucca, di girasole, nocciole, noccioline, ceci, mandorle salate, mandorle caramellate; nonché gelati di campagna, gelo di mellone, sfinciuni, cucuzzate, cannoli, liquorizia in trecce, in fiocchi, in bastoncini" 



I processi di omologazione culturale degli ultimi decenni renderebbero oggi difficile la ricerca di quei rituali popolari legati alla festa religiosa colti quasi quarant'anni fa dalle fotografie di Paolo Di Salvo.
Anche la devozione collettiva nei confronti di santi e patroni - generatrice di quelli che Di Salvo individua come modelli culturali di una comunità - vive infatti lo stesso disimpegno che ha quasi cancellato l'ideologia dalla pratica della politica. 





Quanti bambini poi continuerebbero ai nostri giorni a giocare in strada, rinunciando alla bolla solitaria dello schermo di uno smartphone?
E quanti di loro possono oggi raccontare di avere gironzolato da mattina a sera fra i baracconi e le bancarelle di quella festa del santo patrono che riempì le ore del Di Salvo bambino?
Così, le fotografie di quella ormai lontana celebrazione di San Giuseppe diventano testimonianza dell'identità perduta di un'intera comunità, con i suoi caratteri personali ma perfettamente riconosciuti da ciascuno dei "bagarioti" di allora.

     

DISEGNI DI SICILIA


MARIO TORNELLO, "Barche alla Cala di Palermo"

ABBANDONO E ROVINA DEI VECCHI PALMENTI

Descritti ed elogiati da Mario Soldati in "Vino al vino", evocati da Ercole Patti in "Diario Siciliano", gli storici edifici che accolsero la pigiatura dell'uva etnea vivono per lo più un irreversibile degrado strutturale

Ruderi di un palmento
nelle campagne etnee fra Santa Venerina e Zafferana Etnea.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia
La secolare tradizione vinicola del territorio etneo si riflette oggi anche nella sopravvivenza, per lo più sotto forma di ruderi, dei vecchi palmenti: edifici costruiti tra la fine del Settecento e per tutto il secolo successivo e destinati alla pigiatura dell'uva.
Una passeggiata sulle pendici orientali del vulcano permettere di ammirare molti resti di questa architettura rurale, cui Mario Soldati dedicò  una delle pagine di "Vino al vino", la trilogia enogastronomica italiana completata per Mondadori fra il 1968 ed il 1975:

"Palmento - spiegava Soldati - è, letteralmente, una vasca di pietra, o di cemento, poca profonda ma alta da terra anche due metri, entro cui si pigiavano i grappoli con i piedi. 
Oggi palmento significa, per sineddoche, qualunque edificio, o gruppi di edifici, che abbia rapporto con la produzione del vino: allo stesso modo che, in Val Padana, 'cantina' significa non soltanto cantina, ma qualunque stabilimento di vinificazione, fermentazione, conservazione.
Del palmento, del rustico, della villa, i muri esterni sono quasi a blocchi di lava nera, quali intonacati di grigio.
I tetti sono bassi, depressi, ricoperti di minuti coppi giallo grigi.
L'effetto generale è modesto, ottocentesco, e proprio per questo, di un gusto squisito"


I ruderi di palmenti documentati dalle fotografie di ReportageSicilia si trovano nelle campagne fra Santa Venerina e Zafferana Etnea.
L'attività di pigiatura del vino e di supporto alla pratica della vendemmia che vi si svolgeva è venuta meno per la difficoltà di adeguarne le norme edilizie alle leggi europee.
Molte di queste costruzioni si trovano ancora in buone condizioni strutturali; alcune sono state ristrutturate per un uso turistico, altre invece - la maggior parte - sono destinate ad un progressivo e definitivo deterioramento.



I costi elevati dei restauri, infine, scoraggiano le buone intenzioni dei proprietari, che così attendono il crollo di ciò che rimane in piedi per la definitiva cancellazione di questi storici edifici dal paesaggio etneo.
Oggi è difficile immaginare i frenetici ritmi di lavoro che ancora nei primi decenni dello scorso secolo animavano l'attività dei palmenti.



La ricostruzione di quell'impegno ci viene dalle pagine del racconto di Ercole Patti "Vecchia vendemmia", scritto nell'ottobre del 1932 e pubblicato in "Diario Siciliano" ( Bompiani, 1971 ):

"Si vendemmia a Monte Ilice a un'ora di strada dal paese.
Le viti salgono sul monte come un piccolo esercito.
La porta del palmento è spalancata; i pigiatori indossano i loro corti calzoncini, calzano i loro scarponi massicci ancora zuppi e arrossati dal mosto di ieri.
I vendemmiatori si sparpagliano fra le viti cominciano a staccare i grappoli con colpi netti dei loro coltelli ricurvi e lucenti.
L'uva si va ammonticchiando entro i panieri e le ceste; i vendemmiatori la rovesciano fra le gambe schizzate di mosto dei pigiatori.
L'uva precipita sull'impiantito massiccio e ruvido pavimentato a lastroni di lava come una strada e manda un leggero odore di tralci e di foglie stroncati.
I pigiatori vi cominciano a ballare sopra allegramente, a grandi pestate tenendo i pollici infilati sotto le ascelle alle maniche del panciotto, e cantano.



A mano a mano che i grappoli si vanno frantumando sotto gli scarponi si leva intorno un odore netto e vivo di mosto.
Dalle finestre spalancate sulla vigna entrano moscerini e calabroni ad ali spiegate nell'aria mattutina...
L'uva pigiata ridotta molle e succulenta come una pasta viene messa da una parte a palate sotto il grosso e biforcuto 'legno del palmento'.



Stanotte alla fioca di un lumicino verrà raccolta in mucchio turrito, fasciata saldamente torno torno da una striscia di rafia intrecciata e vi si farà gravare sopra il legno del palmento alla cui estremità verrà sospeso a mezzo di un legno a vite, un grosso macigno quadrangolare o rotondo: 'la pietra'.
Sotto quella stretta poderosa il pastone spremerà le ultime gocce di mosto e rimarrà talmente compresso e compatto che per toglierlo lo si dovrà frantumare a colpi di piccone..."

APPROFONDIMENTO


mercoledì 21 settembre 2016

DISEGNI DEL MARE SUL MURETTO DI BARCARELLO

I disegni realizzati da un gruppo di artisti di strada
sul lungomare palermitano di Barcarello.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Fra la borgata di Sferracavallo ed il versante occidentale della Riserva di Capo Gallo, il lungomare di Barcarello è uno dei molti tratti di costa palermitana che meriterebbero miglior sorte.
Il sito è inserito in una lista definita di "interesse comunitario"; qui c'è un mare invogliante ed una scogliera a vermeti d'interesse per biologi marini e studiosi di secolari cave di tufo e vasche per la lavorazione del "garum".
Eppure, Barcarello continua ad essere un esempio di bene ambientale mortificato dalla sporcizia - penoso spettacolo, specie nel curioso tratto di costa decorato con miniature di trulli pugliesi - e dai tubi arrugginiti di uno stabilimento balneare, sequestrato da anni e mai smantellato.
In questo contesto di naturale bellezza e umano degrado, alcuni artisti da strada hanno deciso di decorare un anonimo muretto in cemento con disegni di vita marina.


L'iniziativa si deve alla buona volontà di un presidente e di due consiglieri di circoscrizione, che hanno accettato l'invito loro rivolto dalle associazioni "Punta Comune" e "Skip La Comune".
Con la stessa  buona volontà, bisognerebbe adesso che qualcuno garantisca l'ordinaria pulizia del lungomare, la ristrutturazione di una passeggiata in legno da tempo in dissesto e la dotazione di servizi adeguati alle tante potenzialità di Barcarello.
Nel frattempo, la speranza è che i disegni del muretto non siano deturpati o cancellati dai tanti guastatori dell'ambiente e delle infrastrutture pubbliche: una variabile purtroppo ricorrente in tante località palermitane che attendono da troppi anni un'opera di valorizzazione.




  


lunedì 19 settembre 2016

SICILIANDO









"Le luci arabe di Palermo, l'Oriente da gioielleria dei giardini di aranci, il barocco fiorito dalle fantasie del sangue di Noto, Acireale, Catania, la Terrasanta di Ragusa, la Grecia piegata al colore di Siracusa, Agrigento, Selinunte, Segesta, il balcone di Erice sulla storia e quella leggenda divenute paesaggio; si vorrebbe essere venuti quaggiù come uno straniero, un viaggiatore distaccato, per vedere nella Sicilia solo una tra le più belle terre del mondo"
Guido Piovene 

UNA SPIA DI STOCCOLMA NEI MISTERI DI SALVATORE GIULIANO

Ritratto di Maria Cyliakus, la giornalista svedese che nel novembre del 1948 realizzò l'ambiguo scoop di un'intervista al latitante di Montelepre


La giornalista svedese Maria Cyliakus
fotografata nel 1949 durante il processo di Palermo
seguito al suo arresto.
La Cyliakus, con un passato da spia in Spagna e Svezia,
aveva incontrato Salvatore Giuliano a Montelepre
nel novembre dell'anno precedente.
L'immagine è tratta dal settimanale
"L'Europeo" del 20 marzo del 1949

Fra i tanti attori e comprimari che hanno dato vita al caso di Salvatore Giuliano figurarono non poche donne, tutte variamente convenute in Sicilia nel tentativo di incontrare il bandito di Montelepre.
I nomi di alcune di loro sono state ricordate da Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino nel saggio "La scomparsa di Salvatore Giuliano" ( Bompiani, 2013 ): Frida Lerda Bourdichel del settimanale austriaco "Wiener Zeitung", la viennese Marcella D'Arle ( che per qualche settimana alloggiò a Carini, dichiarando di volere incontrare Giuliano per preparare la sceneggiatura di un film ) , Ida Martinazzi da Udine, Maria Di Paola, Pietra Genovese e la svedese Karin Lannby Karintelka.
Quest'ultima - più nota come Maria Cyliacus - è un personaggio entrato a pieno titolo nella storia dello spionaggio in Europa fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento.
Nata il 13 aprile del 1916 a Linkoping, nel Sud della Svezia, la Cyliakus fu figlia di Gunnar e Lilly Lannby.
II padre era il dirigente della filiale svedese della Metro Goldwyn Mayer; circostanza che favorì le frequentazioni della giovane Karin con gli ambienti della cultura e della diplomazia straniera nel Paese scandinavo.
Nella complicata biografia di Karin Lannby figurerebbe un'adesione al partito comunista svedese e la partecipazione alla Guerra Civile di Spagna con il ruolo di interprete e segretaria di un ospedale a Valencia: un compito assegnatogli dal Comintern a Barcellona, allo scopo di infiltrarla come spia nell'esercito del Generale Franco.


Un'immagine che ritrarrebbe la Cyliakus
con Salvatore Giuliano.
La fotografia venne trovata nello zaino della donna
nel corso di un suo secondo viaggio a Montelepre
alla vana ricerca del bandito

Quindi, con l'inizio del secondo conflitto mondiale, il nome di Karin Lannby - in codice, "Annette" - si ritrova in una lista di agenti infiltrati dal governo svedese fra gli ufficiali della Marina Militare tedesca.
Stoccolma aveva mantenuto strenuamente la neutralità nel conflitto; tuttavia, la Svezia si trovò allora al centro di una regione Nord europea coinvolta pienamente nelle operazioni militari.
Il Paese divenne così terreno fertile per i servizi di spionaggio, tanto che Stoccolma venne all'epoca definita come la "Casablanca d'Europa".
Maria Cyliakus parlava molto bene il tedesco, l'inglese e lo spagnolo, discretamente il francese e l'italiano: doti linguistiche preziose per una spia in tempo di guerra.
Prima della fine del conflitto, la donna ebbe tempo di occuparsi anche della sua vita privata; sposò un commerciante greco, tale Cyliakus, dal quale si separerà dopo pochi mesi senza ottenere il divorzio: così, in alcuni documenti personali, Karin Lannby continuerà a conservare il cognome del marito.
Dopo la guerra, la svedese riuscì a romanzare ancor più la sua vita, grazie ad alcune apparizioni cinematografiche.
Tra i film cui partecipa, nel 1947, vi è "Donna senza volto", del regista Gustaf Molander; protagonista è Ingmar Bergman, con la quale Maria Cyliakus avrebbe avuto una relazione.
Per un certo periodo "Annette" rimane a Stoccolma, dove risulta assunta come impiegata presso la sede diplomatica del Perù.
Pochi mesi dopo, la biografia della donna ne trasferisce le vicende in Italia, a Roma; agli inizi del 1948, vi trova lavoro come traduttrice presso la legazione di Cuba.


Espulsa dall'Italia dopo il processo a Palermo,
la Cyliakus si trasferì a Parigi.
Quest'immagine della giornalista svedese
venne pubblicata nell'aprile del 1949
dalla rivista "Il Mattino Illustrato"
insieme alla riproduzione di una presunta lettera
inviatagli da Salvatore Giuliano

Prima di lasciare la Svezia, però, la Cyliakus si accorda con un quotidiano di Stoccolma per una saltuaria collaborazione: un'attività giornalistica che coinvolgerà sempre più la Cyliakus, funzionale anche ad una probabile attività di spionaggio sul territorio italiano.
E' in questo contesto che bisogna collocare l'interesse di Maria Cyliakus per la vicenda di Salvatore Giuliano in Sicilia, già oggetto di attenzioni della stampa internazionale.
La donna riuscirà ad incontrare il bandito di Montelepre fra il 25 ed il 28 novembre del 1948, sembra grazie alla mediazione di Giuseppe Zito, un contadino di Partinico indicato come uno dei luogotenenti di Giuliano.
Il risultato di quegli incontri sarà la pubblicazione nel gennaio del 1949 in quattro puntate sul settimanale "Oggi" di una lunga intervista ad un latitante sulle cui tracce si muovevano ambiguamente polizia e carabinieri.
Gli articoli della Cyliakus furono ricchi di elogi per Giuliano e ne esaltarono le doti di generosità, lealtà ed amore per i poveri.
Il bandito di Montelepre - che si prestò a diversi scatti fotografici ( fra questi, anche quello in cui teneva per le redini un cavallo montato da una donna con gli occhiali scuri, ovvero la stessa Cyliakus ) - venne descritto con simili espressioni di focosa ammirazione:

"E' bello.
Un produttore del cinema sarebbe affascinato dalla sua figura così maschia e sana.
Ha uno sguardo aperto e franco, un sorriso pronto.
La vita di Giuliano è un violento poema"





Dopo avere incontrato Giuliano a Montelepre, nel febbraio di quel 1949 Maria Cyliakus fu protagonista di un'altra equivoca iniziativa all'interno dell'aeroporto romano di Ciampino.
La svedese si mischiò fra gli invitati alla presentazione del quadrimotore italiano Breda Zappata 308; poco dopo, venne fermata mentre scattava fotografie all'interno della zona militare britannica dell'aeroporto.
Gli agenti inglesi la bloccarono e la consegnarono alla polizia italiana, che si era già occupata di lei per una oscura vicenda di traffico di armi in Palestina.
Sembra che all'interno dell'apparecchio fotografico non vi fosse alcuna pellicola.
Forse la Cyliakus era riuscita a disfarsene prima della perquisizione; oppure la donna era soltanto una persona dal carattere bizzarro ed incline alla mitomania, tale comunque da attirarsi le attenzioni di Questure e servizi antispionaggio.
Poche settimane dopo, la donna fece comunque ritorno in Sicilia per un nuovo incontro - data fissata, il 6 marzo - con Salvatore Giuliano.
A leggere le cronache del tempo, il viaggio da Roma verso le campagne di Montelepre si svolse con modalità inconsuete per una spia:


"Impegnato qualche oggetto prezioso, ottenendo un prestito di diecimila lire - scrisse Tommaso Besozzi su "L'Europeo" del 20 marzo del 1949ha fatto il viaggio da Roma a Palermo con mezzi di fortuna, chiedendo passaggi agli automobilisti e ai camionisti come al tempo della guerra.
Si è fermata in diverse località della Calabria a fotografare i tipi più pittoreschi.
Porta sulle spalle un sacco tirolese, si appoggia ad un grosso alpenstock, ma non va subito a Montelepre.
All'ultimo automobilista chiede di metterla a terra parecchi chilometri prima di questa località, e si allontana per un sentiero sulla montagna deserta senza incontrare Turiddu né alcuno dei suoi.
Era sera quando decise di scendere a Montelepre"


Gli intermediari di Giuliano insomma questa volta decisero di non prendere in consegna la giornalista svedese che mesi prima aveva esaltato la figura del bandito; o forse, qualcuno impose loro la consegna di far fallire la missione della Cyliakus.
Fu così che "Annette" in contrada Montanello si ritrovò davanti una pattuglia di Carabinieri.
Immediatamente bloccata, la donna venne perquisita e trovata senza una lira.



Dalle tasche uscirono fuori tre polizze del Monte dei Pegni di Roma per una macchina da scrivere, un binocolo ed un braccialetto d'oro.
Nello zaino, i Carabinieri trovarono materiale più interessante: una trentina di fotografie di Giuliano, una delle quali ritraeva anche la Cyliakus.
Sul retro, una sbeffeggiante dedica della giornalista al bandito:

"A Salvatore Giuliano, che ha più paura di me donna che di tutti gli altri, polizia compresa"



Vi erano quindi tutte le condizioni - oltreché l'irritazione per quella scritta - per rendere possibile il fermo della donna.
Dopo un primo interrogatorio a Montelepre, la svedese venne trasferita in Questura, a Palermo.
Qui - alla richiesta di un chiarimento sui suoi rapporti con Giuliano - la Cyliakus avrebbe dapprima insultato un commissario, definendolo "carogna"; quindi gli si attribuì un improbabile tentativo di fuga dopo avere rotto il vetro di una finestra.
Le escandescenze della Cyliakus continuarono anche nell'infermeria della Questura; così fu deciso il suo arresto con le accuse di resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato.  


La vicenda della giornalista svedese venne così commentata il 20 marzo del 1949 ancora dal settimanale "L'Europeo".
Besozzi espresse apertamente l'opinione che la donna fosse davvero una spia:

"Per tutti questi precedenti poco conformi al contegno che di solito tengono i corrispondenti in un Paese straniero, la Cyliakus non gode molte simpatie e forse nemmeno fiducia.
E' uno di quei tipi che amano l'avventura oltre il limite giornalistico - un entusiasmo insomma senza limiti e una grande ostilità contro il governo di De Gasperi, considerato peggiore di quello di Mussolini - e che perciò sono sospetti di molte cose, anche di spionaggio.
Ma a favore di chi?
E' facile immaginarlo se si ricorda che la Cyliakus ha messo in bocca a Giuliano frasi come queste, 'sogno di vivere in una democrazia, ma non una democrazia come quella che c'è in Italia'.
Intanto la polizia italiana ha chiesto informazioni a Stoccolma, dove Maria Cyliakus Karintelka fu impiegata alla legazione del Perù".

La risposta della sede diplomatica svedese in Italia a quella richiesta di chiarimenti appare oggi evasiva:

"La Signora Cyliakus non è una giornalista molto nota in Svezia, malgrado i suoi servizi siano stati anche pubblicati dai giornali italiani"




Dopo l'arresto e la carcerazione nel convento delle Benedettine di Palermo - dove già erano recluse la madre di Gaspare Pisciotta e la moglie di Pasquale Sciortino - il processo a carico di Maria Cyliakus si svolse in un'aula ricavata dal chiaramontano palazzo dello Steri.
"Annette", difesa da Giuseppe Romano Battaglia - lo stesso avvocato di Salvatore Giuliano e degli altri principali componenti della sua banda - durante le udienze esibì una coccarda giallo-rossa del separatismo.
Ai giornalisti che riuscirono ad avvicinarla, la donna mostrò la solita determinazione, promettendo la pubblicazioni di libri con verità sconvolgenti.

La vicenda processuale a carico della Cyliakus - sul cui conto, si disse, pesavano un paio di indagini della "buoncostume" a Roma - fomentò l'attenzione morbosa di molti palermitani.
Ancora una volta la cronaca di Tommaso Besozzi restituisce il clima di quei giorni:

"La mattina di venerdi 18 marzo, alla quarta sezione del Tribunale di Palermo, ( ... ) Maria Tecla Cyliakus arrivò molto tempo prima che arrivassero i giudici.
La fecero sedere presso la finestra tra due carabinieri ( ... ), fumava trepidamente una sigaretta e si guardava attorno incuriosita.
Da ogni punto della sala gli occhi erano insistentemente fissi su di lei.
Il pubblico che si stringeva nell'estremo settore dell'aula era in massima parte formato da uomini giovani; abiti e cravatte scuri, occhi e capelli di carbone, sguardi accesi capaci di perforare una muraglia.
Sul volto di tutti si leggeva chiaramente la stessa domanda, 'è stata tre giorni e tre notti sulla montagna insieme a Turiddu: e che ha fatto con lei? Come fu? in una grotta? Su una pelle di capra?'
Questo avrebbero voluto sapere.
A un certo punto anche l'impassibilità della svedese venne meno.
Forse aveva sentito tutti quegli sguardi pungerle la pelle come altrettanti spilli, si voltò di scatto a guardare la finestra.
Maria tecla Cyliakus non è bella, però è senza dubbio una donna interessante.
Non sarà troppo delicato, ma forse il giudizio più esatto è proprio quello dei giovanotti palermitani, i quali, senza eccezione e senza esitazione, si trovarono d'accordo sull'aggettivo 'buona'.
In quella parola era compreso tutto: la statura alta e ben proporzionata, le labbra carnose, il rigonfio del seno sotto il giacchettino di maglia grigia, lo sguardo ardito di quegli occhi grigio chiaro un poco folli, l'incanto della pronuncia straniera, la massa spessa e arruffata dei capelli color del rame"






Al termine del processo di Palermo, Maria Cyliakus venne condannata a 4 mesi e 20 giorni di reclusione.
La pena venne sospesa, ma la giornalista svedese venne raggiunta da un ordine di espulsione dall'Italia.
La Cyliakus si trasferì allora in Francia; a Parigi, continuò a svolgere una sporadica attività giornalistica.
A chi gli chiedeva di Giuliano, con preveggenza era solita ripetere che il bandito di Montelepre sarebbe stato catturato, ma solo da morto. 
Nel frattempo, la Corte di Viterbo chiamata a giudicare gli imputati dell'eccidio di Portella delle Ginestre si oppose più volte alla richiesta di citarla come testimone di possibili rivelazioni ricevute nel 1949 da Giuliano. 
Di lì a poco, la Cyliakus avrebbe avuto nuovi problemi giudiziari: finita ancora una volta in carcere, nel giugno del 1951 sarebbe stata espulsa anche dal territorio francese.   

Altre tracce documentarie sulla vicenda dello strano incontro fra la spia di Stoccolma ed il bandito monteleprino si trovano in un reportage de "Il Mattino Illustrato", in data 27 aprile 1949.
In un articolo non firmato e dal melodrammatico titolo "Tu hai portato la luce nella mia infamante vita", il periodico rese nota una lettera che Giuliano in persona avrebbe scritto alla Cyliakus il 12 febbraio dello stesso anno.



La missiva, regolarmente affrancata per una spedizione aerea, venne indirizzata al domicilio svedese della donna; da qui - grazie alla mano dei familiari - avrebbe ripreso il suo viaggio sino all'abitazione francese della Cyliakus, nel quartiere di Saint Germain des Pres.
Eccone il testo:

"Egregia Maria Cyliakus,
Sono lieto di avere trovato in te i più fraterni sinceri gratitudine, e per questo sento il dovere di ringraziarti indefinitivamente ed informarti che nel mio cuore sono rimasti le più sentiti riconoscenze.
Ti faccio presente che quando io ti spiegavo ciò che tu mi chiedevi attorno alla mia vita, e sorto un equivoco a causa che forse io non mi sono saputo spiegare bene, cioè, sul fatto della mia prima avventura, non fu come tu spiegasti sul giornaletto "Oggi" del formaggio che io trasportavo, ma fu del frumento.
Questo è un fatto importante che tu deve cercare di chiarire, poiché dato che in Italia tutti sanno che l'origine di questa mia triste vita fu il frumento, molti non vogliono credere, come per esempio sono rimasti con una certa scetticità i corrispondenti del giornaletto "Oggi", che l'intervista che mi facesti sia piena di veridicità.
Ho saputo che hai parlato alla radio sempre in riguardo del nostro incontro, e sono dolente non aver sentito ancora un'altra volta la voce di colei che ne sono rimasto profondamente grato per avermi fatto luce nella mia triste e infamante vicenda che specie in questo momento si fa dolorosamente più maestosa.
Ti informo che in questo momento ci sono tre ragazze giornalisti, una Inglese, una Svizzera e una Francese in giro per le montagne forse in cerca di me, sarei anche lieto ad incontrarla per illustrarle qualche cosa, ma con tutte l'epotisi credo che non avranno la fortuna che hai avuto tu.
Nella speranza che questa mia lettera ti arrivi.
Cordialmente ti saluto.
Giuliano
Se vuoi anche questa lettera puoi farla pubblicare"




Maria Cyliakus terminò la sua misteriosa esistenza a Parigi, nel novembre del 2007.
La verità sul suo ruolo nella più complessa storia di Salvatore Giuliano è probabilmente conservata negli archivi del nostro ministero dell'Interno o di qualche servizio di intelligence straniero.
Ad azzardare un'ipotesi sul movente delle visite a Montelepre della svedese di Linkoping sono stati ancora una volta Casarrubea e Cereghino:

"La Cyliakus - si legge in "La scomparsa di Salvatore Giuliano" ( opera citata ) - è in realtà una spia internazionale giunta in Italia nel dopoguerra, al servizio della neonata CIA.
E' incaricata nel 1948 di organizzare un traffico di armi clandestine destinato a gruppi sionisti in Palestina.
Agli inizi del 1949, siamo nel pieno di una difficile trattativa tra G e i servizi di intelligence internazionali.
Non è quindi da escludere che la CIA proponga al terrorista un espatrio in Israele, come hanno già fatto vari uomini della Decima MAS"

Al di là delle suggestioni su questa ricostruzione dei fatti, la storia della giornalista svedese piombata a Montelepre è solo uno delle tante vicende rimaste oscure che riguardano il caso Giuliano.
Dietro l'aspetto morboso e romanzato raccontato dalla stampa dell'epoca degli incontri fra Maria Cyliakus ed il bandito - in ultima analisi - vi è la realtà di una Sicilia allora come oggi governata da dinamiche e personaggi opachi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI DEL POST

G.Casarrubea - N.Cereghino, "La scomparsa di Salvatore Giuliano", Bompiani, 2013

F.M.D'Asaro, "C'era una volta la Sicilia", Edizioni Thule, 1979

"Il Mattino Illustrato" del 27 aprile 1949

Raccolta degli articoli a firma di Tommaso Besozzi pubblicati dal settimanale "L'Europeo" nel 1947

https://en.wikipedia.org/wiki/Karin_Lannby

lunedì 12 settembre 2016

I VERDI TONI INGLESI DI PIAZZA ARMERINA

Sulla strada di ritorno verso Piazza Armerina.
L'immagine è tratta dall'opera "Sizilien"
scritta da Eberhard Horst e Josef Rast
edita nel 1964 da Walter Werlag 

Nei decenni passati, le immagini di contadini o pastori in groppa agli asini ed ai muli hanno riempito le pagine dei libri dedicati alla Sicilia.
Il valore documentario di queste fotografie è spesso poco rilevante; l'intento degli autori è stato quello di offrire lo stereotipo dell'isola contadina ed arcaica del tempo, in contrapposizione alla civiltà industriale e dei consumi che mezzo secolo fa dettava tempi e modelli dello sviluppo italiano ed europeo.
L'immagine riproposta da ReportageSicilia ritrae il lento ritorno di un uomo a Piazza Armerina; un contadino, appunto, o forse un pastore, seguito dal suo cane.
Lo sfondo della fotografia - pubblicata nel 1964 nel saggio di Eberhard Horst e Josef Rast "Sizilien", edito da Walter Verlag - restituisce il profilo edilizio della cittadina ennese, raccolto ai piedi della scenografica Cattedrale dedicata all'Assunta.
Sette anni prima di quella pubblicazione, Guido Piovene in "Viaggio in Italia" ( Mondadori ) avrebbe fatto riferimento alla recente scoperta a Piazza Armerina della Villa del Casale; non senza però aggiungere altre notazioni meno scontate - e sconosciute a molti siciliani - sulle attrattive locali:

"Non ricordo più quale inglese sentenziò che Piazza Armerina è il luogo della terra dove l'occhio può scorgere più toni diversi di verde, e giunse a precisarne il numero.
La bella cittadina produce torroni; gli amanti di oggetti preziosi troveranno nel Duomo esemplari stupendi di oreficeria barocca.
Vi è una fastosa oreficeria siciliana che sembra avere specialmente brillato nei tesori ecclesiastici di cittadine fuori mano" 
    

venerdì 9 settembre 2016

DISEGNI DI SICILIA


CESCO MAGNOLATO, "Uomo delle zolfare"

L'ISOLA E LA QUOTIDIANA VACANZA DEL MARE

Privilegio e conforto di una giornata d'autunno trascorsa in spiaggia, fra i richiami letterari al siciliano Ercole Patti e alla sarda Michele Murgia

Spiaggia di Mazzarò.
La fotografia è di Nino Teresi
ed è stata pubblicata nel gennaio del 1960
dalla rivista "Sicilia",
edita dall'Assessorato Turismo e Spettacolo

Mese di settembre.
Le città riassumono l'aspetto caotico di gran parte dell'anno; l'inizio delle scuole e la routine del lavoro quotidiano allontanano sempre più il ricordo di un viaggio estivo in una località di mare.
Forse per sopperire ad altre carenze esistenziali loro riservate dall'isola, per i siciliani la giornata marina è un privilegio che non necessita di prenotazioni, di viaggi e di faticosi e definitivi ritorni a casa.


Dopo i primi temporali di fine agosto, le luci del cielo e del mare hanno richiamato i toni pastello dell'autunno; le spiagge poco affollate hanno permesso di riscoprire la percezione della cadenza dell'onda spumosa che si frange sulla sabbia o sulla roccia.
Il pensiero del mare di settembre rimanda così a certe pagine catanesi di Ercole Patti:

"Erano gli ultimi giorni di settembre, faceva un tempo dolce e calmo, l'acqua era appena mossa e faceva leggeri risucchi fra gli scogli.
Il cielo era striato da lontane e trasparenti nuvole"
  
In ogni mese dell'anno il mare offre al siciliano la possibilità di qualche ora di vento salmastro; e di uno sguardo verso la sua infinita linea d'orizzonte, ostacolo e insieme via di fuga per quella che Gesualdo Bufalino definì come "isolitudine".

Spiaggia dello Spisone a Taormina.
E' un'altra fotografia di Nino Teresi
pubblicata dalla rivista "Sicilia"
nel giugno del 1964

In tempi più recenti, un'altra scrittrice isolana - la sarda Michela Murgia - ha così spiegato l'idea naturale di vacanza per chi vive abitualmente in una terra circondata dal mare: 
        
"Per i sardi come me ( ed è lo stesso per i siciliani, i ponzesi, chi vive alle Eolie, alle Egadi e nelle oltre 80 isole abitate in Italia ) il concetto di vacanza o non esiste o è di natura molto diversa da quello concepito nei territori peninsulari e nelle città.
Non è solo la vicinanza al mare a rendere inutili i preparativi del viaggio, le lunghe assenze dalla propria casa e il distacco da tutto, ma è l'idea stessa di quotidianità a fare la differenza, consentendo anche a chi ha vite complicate di stare ogni giorno a contatto con gli elementi rigeneranti del mare e del vento e di non sentirsi mai davvero prigionieri neanche quando si fanno gli stessi lavori di chi vive in città.
Non sono le vacanze più lunghe la soluzione, ma la conquista di un ritmo, di uno spirito d'isola che non faccia arrivare nessuno al punto di desiderare la fuga dalla propria vita"

giovedì 8 settembre 2016

TUTTO IL MONDO E' A BALLARO'

Una donna africana
nel quartiere palermitano di Ballarò.
Le fotografie del post sono di ReportageSicilia

Da qualche anno il quartiere di Ballarò racconta un pezzo di mondo a Palermo.
Una ventina di anni fa vi arrivarono gli immigrati dal Maghreb.
Occuparono in maniera abusiva o in subaffitto gli edifici fatiscenti che i palermitani avevano abbandonato da tempo: abitazioni e magazzini quasi devastatati dalle bombe del 1943, dal terremoto del 1968 e dall'incuria dei decenni successivi.


In seguito, grazie anche all'attività del Centro Salesiano di Santa Chiara, Ballarò ha richiamato un crescente numero di immigranti provenienti da tutta l'Africa e dal Bangladesh.
Oggi, questo pezzo di centro storico di Palermo - un vivacissimo e disperante "slum" multirazziale, capace di accostare i tuguri alle cupole ed ai portali manieristico-barocchi - vanta una popolazione di immigrati superiore a quella dei residenti palermitani.


Visitare strade e piazze di Ballarò significa così ascoltare una varietà di lingue e dialetti - anche quelli dei turisti, italiani e stranieri - assai più ricca rispetto a quella offerta da altri luoghi in Sicilia e nel resto d'Italia.