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mercoledì 22 luglio 2015

ULTIMI VELIERI ALLA CALA DI PALERMO

Le pagine del poeta dialettale Vincenzo Guarnaccia e i disegni di Giovanni Lentini descrissero nel 1939 un volto ormai scomparso dell'antico porto cittadino

Il porticciolo della Cala.
I disegni del post furono realizzati nel 1939
dal palermitano Giovanni Lentini
ed illustrarono un racconto
del poeta ennese Vincenzo Guarnaccia.
Il materiale documentario
è tratto dalla rivista del TCI
"Le Vie d'Italia" del giugno 1939
  
Dal 2011 - grazie ad uno dei pochi progetti urbani di riqualificazione andati a buon fine -  lo storico porticciolo palermitano della Cala ha acquisito un aspetto simile a molti altri moderni  porti turistici per diportisti a vela.
Sino ad allora, ciò che rimane del primitivo porto punico di Palermo viveva in uno stato di degrado ambientale e strutturale, aggravato dalla secolare presenza degli sbocchi a mare di una decina di canali fognari ( percepibile all'olfatto dei passanti e dei residenti a seconda del mutare dei venti ).
Insieme al sostanziale degrado, oggi la Cala ha perso ogni funzione di scalo mercantile che ne aveva animato le banchine almeno sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale.


Una testimonianza di quel ruolo - che venne meno con il tramonto della navigazione commerciale a vela - è contenuta in un racconto pubblicato nel giugno del 1939 dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia".
 La descrizione della Cala di allora ( col titolo "Vele alla Cala di Palermo" ) si deve alla penna di Vincenzo Guarnaccia ( 1899-1954 ), il poeta di Pietraperzìa fondatore a Palermo della rivista dialettale "La Trazzera".
Nel racconto, Guarnaccia coglie con tono nostalgico l'inevitabile perdita del mare un tempo solcato dalle vele bianche e dagli scafi lignei; a dominare, adesso, sono "navi d'acciaio, che guardano torve dalle cubbie profonde e che fiottano fumo dalle ciminiere con rombi d'eliche e di motori".


Ad illustrare la prosa coloristica e a tratti sgargiante di Guarnaccia, si aggiunsero 6 disegni di Giovanni Lentini ( 1882-1948 ), artista palermitano figlio d'arte e, dal 1910, docente di Disegno all'Accademia di Brera; il nonno, Giovanni senior ( 1830-1898 ), fu pittore e scenografo, il padre, Rocco ( 1850 - 1943 ), si divise fra la pittura, la decorazione architettonica e la grafica.
Nel post, ReportageSicilia ripropone il reportage di Vincenzo Guarnaccia e i bozzetti della Cala e dei suoi personaggi dell'epoca disegnati da Giovanni Lentini.
Sull'opera di quest'ultimo, si segnala il saggio "Giovanni Lentini ( 1882 - 1948 ). Un palermitano a Milano" edito nel 2011 da Kalos a cura di Maria Antonietta Spadaro

"La Cala di Palermo è un'insenatura caratteristica, posta tra le banchine ferrigne di Santa Lucia e la passeggiata regale del Foro Italico.
Una cortina a rattoppi policromi di vecchie casupole con la poesia dei garofani e del basilico alle finestre, le fa scenario; un intrigo di alberi, di pennoni, di sartìe l'affolla e l'assedia, dandole un aspetto dantesco di selva dei suicidi.



Fra corda e corda, però, vele bianche sventolano allegre e sembrano i panni stesi al sole di una famiglia di ciclopi.
Seduti sotto la pergola d'una tavernella locale, o sopra uno dei pilieri a cui s'attaccano le gomene, la vita della Cala si può ammirare mentre si squaderna da sé chiara e colorita, folta di tipi e commentata da dialoghi degni delle più saporose commedie dell'arte.
Guardando, non bisogna farsi distogliere dall'imponenza del monte Pellegrino, che si staglia un po' a sinistra, fulvo e aspro, col nastro bianco della carrozzabile che va sino al Santuario della Vergine Rosalia, col cappelluzzo tondo dell'Osservatorio sulla cima e con il grandioso albergo Utveggio, appollaiato su di uno sprone, fra le pinete, come un falcaccio; né bisogna dare ascolto al richiamo che viene dai giardinetti pensili delle Mura delle Cattive, che tanto piacquero al Goethe; né, sorpassando l'antemurale, si deve correre con lo sguardo lontano, sul mare d'un azzurro di anilina, dove la luce compone e scompone giochi fantastici di riflessi e di iridescenze.
Bisogna fermarsi alla cala col corpo e con lo spirito; concludere e limitare l'orizzonte tra la via che la costeggia sghemba e nera, traversata da carretti ciancianellanti, e lo specchio d'acqua dove le vele si dondolano pigre, come pacifici animali meriggianti satolli all'ombra di alberi stecchiti.



Dall'alba al tramonto la vita si svolge quasi sempre identica; solo le stagioni vi arrecano varietà di colori e diversa festosità.
Appena si giunge, la sensazione che prima si riceve è di carattere olfattivo.
Un odore indefinibile, penetrante, fluttua d'intorno e impregna l'aria e le cose: è un miscuglio di catrame, di salsedine, d'acqua marcia, di frutta frasca, di terra bagnata; e, a seconda dello spirare del vento, ora l'uno, ora l'altro di questi odori predomina; sì che la cala può, in determinati momenti, parere una spezieria, un frutteto, una taverna e, ahimè, anche un pozzo nero.
Poi l'olfatto si abitua, ed è l'occhio che scruta, s'incanta, s'incuriosisce, si diverte.
Al mezzogiorno, o verso l'Ave, sulla tolda di un veliero, o sopra una chiatta, c'è sempre qualche cuoco che sventaglia sotto un fornello, cullando sulle ginocchia un pacco azzurro dalle cui estremità s'affacciano gialli e grossi maccheroni di 'zita'.
Vigile sulla pentola, egli interroga l'acqua e il fuoco e aspetta il momento dell'ebollizione per calare la pasta; un poco discosti, i compagni si arrovellano e discutono sopra una partita a briscola come sopra un piano di battaglia.
Sul veliero accanto un vecchio barbuto rappezza poveri panni e pare che cerchi di tanto in tanto l'ago che gli si perde fra le dita nocchiute e torte.
Su una barchetta due uomini in piedi discutono animatamente, e quando una ondetta picchia più forte, per tenersi in equilibrio s'afferrano le mani in un gesto di pace contrastante con il loro aspetto litigioso.




La Cala, così, appare come una gran casa aperta, dove ogni inquilino accudisce alle proprie faccende, senza preoccuparsi punto degli altri.
La tinta più cupa la dà spesso il carbone che, ammonticchiato sulle chiatte, viene scaricato quasi di fronte alla Dogana.
Uomini neri e diabolici occupano allora la cala e vanno e vengono curvi sotto le 'coffe' ricolme di minerale; e come l'asse, che fa da ponte fra la banchina e la barca, oscilla sotto i loro passi, sembra che danzino un ballo grottesco.
Ma la vita della Cala diventa più gaia e si arricchisce di colori e di profumi dal giugno all'ottobre.
Allora vele e velieri si trasformano in canestri capaci, nel cui fondo la frutta splende e ride con colori di smeraldo, d'ambra e di croco.
Sulla banchina si estollono piramidi di angurie verde-cupo, di poponi giallo-oro, di pomodori sgargianti, di pere smeraldine, di prugne violette, di uve d'ogni colore, di cipolle argentee, di patate terrose.
Appena i tepori primaverili incominciano a infocarsi, un'altra scena si rinnova giorno per giorno, piena di grazia e di sbarazzineria: frotte di fanciulli nudi, bruniti e lucidi come statuette di rame, si tuffano qua e là fra le vele e gridano, capitombolano, s'immergono, riappaiono grondanti e guizzanti come cefali.
Colori, odori, strilli di fanciulli, vocìo d'uomini, risa di donne, cigolio di legni, sciacquìo di ondette, sventolìo di panni, di vele, di tele, canti lunghi e melanconici, squilli di tromba della vicina caserma di finanza, battere di remi dei canottieri della Doria, ecco la Cala pittoresca. 
Ora un veliero snello ha lasciato l'ancora ed ha alzato tutte le sue vele; il vento lo investe, vi corre a rifoli, zufola fra le sartìe, giuoca a rimpiattino, gonfia, sgonfia le vele; vividi riflessi bianchi tremolano nell'acqua scura e pare la purifichino; barchette minuscole vi girano d'attorno come cavallette.
Dalla banchina una donna leva alto sulle braccia forti un bambino.
Un grido di comando, lo strepito di un argano, lo stridere di due corde tese e la bella nave si avvia con la gloria delle sue vele garrenti come bandiere.
Dalla tolda sale una canzone:

"Amici amici ca'm Palermu jti, mi salutati dda bedda citati..."

Quando il veliero ha doppiato l'antemurale, dalla banchina di Santa Lucia un transatlantico grigio s'avventa al largo con la furia dei suoi motori; ma l'occhio nostro non lo segue, fisso com'è su quelle vele che ora si sono fuse in una e palpitano, come l'ala di un gigantesco alcione, remigante sottovento, tra mare e cielo"







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