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domenica 31 agosto 2014

DISEGNI DI SICILIA



SALVATORE MARCHESI, Tamburino di processione, inizi secolo XX

venerdì 29 agosto 2014

L'EREDITA' SCOMPARSA DI "MASCIDDARA" E CHIAVI DI CARRETTO



Di recente, ReportageSicilia ha  riproposto le immagini poco note di una Fiat 124 decorata da Salvatore Fiume con le pitture dei tradizionali pannelli dei carretti sicilianihttp://reportagesicilia.blogspot.it/2014/07/il-mistero-della-fiat-siculo-pop-di.html.
Di natura meno colta e più rispondente al desiderio di conservare una pratica di natura popolare è stato invece l'uso di trasferire "masciddara" ( le fiancate ) e chiavi di carretto sui moderni mezzi di trasporto e lavoro: soprattutto, i diffusissimi furgoni "Ape" della Piaggio.
La consuetudine - nata una cinquantina di anni ed oggi quasi scomparsa -  è documentata da questa fotografia realizzata da Arno Hammacher.
L'immagine, realizzata in provincia di Palermo, venne pubblicata nel 1966 nel volume "Repertorio dell'artigianato siciliano", edito da Salvatore Sciascia a cura di Vittorio Fagone.
Nel testo che accompagna quella fotografia si legge:

"Nella decadenza del carretto come mezzo di trasporto e della pittura dei carri, è valso a sostenere l'antica tradizione l'uso, oggi diffuso in alcuni paesi attorno all'Etna e nella provincia di Palermo, di dipingere le sponde laterali dei motofurgoni di piccola cilindrata. In alcuni sono state inserite le fiancate dei carri"


giovedì 28 agosto 2014

GLI SPAGHETTI D'AGOSTO DI GIUSEPPE LONGO

Il rapporto fra gastronomia e scrittori di Sicilia: l'esempio del saggista e giornalista messinese, cultore di una ricetta ispirata ai semplici sapori dell'isola

Fotografia di ReportageSicilia


Si racconta che la titolare di un agriturismo nelle campagne di Agrigento sia solita portare sulle tavole dei suoi ospiti "continentali" vassoi di frittura fumante; e che nel servirla sui piatti, declami "ed ecco i famosi arancini siciliani del commissario Montalbano!", suscitando immediati applausi e languori fra i presenti milanesi o romani.
Detto che la millenaria storia degli arancini ( o delle arancine, secondo la denominazione più in voga utilizzata a Palermo ) nulla ha a che fare con le gesta del poliziotto creato da Camilleri - cui l'agriturismo dovrebbe versare le royalties per l'appropriazione del personaggio - è indubbio lo stretto rapporto che lega gli scrittori isolani alla loro gastronomia.
Da Tomasi di Lampedusa a Consolo, da Bufalino a Sciascia ( celebre il suo "la piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica" ), la letteratura siciliana celebra spesso i piatti della tradizione regionale.
A questa consuetudine non si è sottratto neppure il giornalista e scrittore messinese Giuseppe Longo, autore del saggio "La Sicilia è un'isola" ( Martello, 1962 ) e del romanzo "L'isola perduta" ( Mursia, 1970 ).
   

Il giornalista e scrittore messinese Giuseppe Longo.
La fotografia è tratta dal saggio di Guglielmo lo Curzio
"Questi siciliani", edito da Mursia nel 1989


Ha scritto infatti un altro saggista messinese, Guglielmo Lo Curzio, commentando un articolo giornalistico di Longo:

"Non avremmo mai immaginato che, fra articoli di critica - si legge in "Questi siciliani", edito da Mursia nel 1989 - ci toccasse di dovere parlare di lui gastronomo, rivelandolo in un profilo del tutto insospettabile, e per giunta esponente dei più preparati ed esigenti della scienza cuciniera, non senza qualche sorpresa in merito a certi piatti, diciamo così, di umili e quotidiane origini, del tutto privi di blasoni culinari, apparentemente fuori da ogni fasto e gloria, e non tali da generar problemi di arte buongustaia...
Sentite Longo:

'Gli spaghetti sono la pasta più difficile da cuocere, e non ci basta l'animo, dopo 52 anni di approcci, di affrontarne la cottura a cuor leggero, senza il riguardo che gli spetta.
In verità, gli spaghetti, che sembrano il piatto più semplice e ovvio, sono invece una pietanza di elementare e difficilissima preparazione, e soltanto pochi iniziati riescono a gustarli cotti a puntino'.

Egli fa anche sapere che l'ideale sarebbe poterli mangiare in Sicilia, in casa di qualche contadino, in campagna, alla stagione dei pomodori, in agosto, con olio non ancora giunto ai centri di sofisticazione.
Gli spaghetti, come avrete capito, Longo li sogna siciliani al cento per cento. Non ci son cristi:

'un buon piatto di spaghetti al pomodoro con le fette di melenzane, tagliate per il corto, stese sopra, con alcune foglioline di basilico, infrante, irrorate di parmigiano.
Che tenerezza!'"
  


 



mercoledì 27 agosto 2014

COSTE E MARE DELL'ISOLA IN UNA GUIDA D'INIZIO NOVECENTO

Il volto dei litorali occidentali siciliani in un opuscolo pubblicato nel 1921 dalle Ferrovie dello Stato e del Touring Club Italiano

Pescatori siciliani in una delle fotografie
che illustrarono il primo volume
della guida regionale della Sicilia,
edita dalle Ferrovie dello Stato e dal Touring Club Italiano 

La selezione di immagini riproposta da ReportageSicilia ritrae alcune località costiere dell'isola fotografate nei primi due decenni dello scorso secolo.
Gli scatti illustrarono il I volume dell'opuscolo "Sicilia", edito nel 1921 dalla direzione generale delle Ferrovie dello Stato con il concorso del Touring Club Italiano.
La pubblicazione, composta da 88 pagine, raccoglie fotografie ed informazioni storico-artistiche su località delle province di Palermo, Messina, Trapani ed Agrigento;  un secondo volume, edito nello stesso anno, passa in rassegna le altre province dell'isola.


La copertina della guida,
illustrata da Fabio Cipolla
con l'immagine della chiesa palermitana
di San Giovanni degli Eremiti

Dopo la bella copertina dedicata alla chiesa palermitana di San Giovanni degli Eremiti e disegnata da Fabio Cipolla,  l'introduzione della guida riassume brevemente la storia siciliana partendo da questa premessa:

"Nessuna regione fu tanto desiderata e contesa come la Sicilia, che per la sua posizione geografica, pel clima e per la fertilità del suolo rappresentava una magnifica terra di conquista.
Situata fra il continente europeo e l'Africa, fu campo di battaglia dei popoli che si contendevano l'egemonia del Mediterraneo e su di essa furono sempre rivolti gli occhi dei più cupidi dominatori..."



Sopra, il profilo di capo Zafferano, e, sotto,
il castello di San Nicolò l'Arena


Le considerazioni espresse dall'anonimo estensore dell'opuscolo appaiono oggi accademiche; all'epoca furono però profetiche dell'ultima invasione subìta dalla Sicilia - appena ventidue anni dopo la pubblicazione della guida - da parte delle forze anglo-americane.

Nel 1921, intanto, lo sviluppo della rete ferroviaria in Italia era in piena crescita: in Sicilia, dagli 893 chilometri nel 1886, si era passati nel 1912 a 1563, destinati a diventare 2182 alla vigilia della seconda guerra mondiale.



La costa di Termini Imerese,
con il monte San Calogero e le Madonie
"ritoccate" da una fitta nevicata




In quest'ottica, la pubblicazione di una collana turistica dedicata alle regioni da parte delle Ferrovie dello Stato costituiva una significativa iniziativa promozionale; a questo scopo, la guida siciliana conteneva anche indicazioni su località di minore interesse turistico ma allora dotate di stazioni ferroviarie ( da Santo Stefano di Camastra a Venetico-Spadafora, da Campofelice di Roccella a Trabia, da Gibellina a Partanna, da Campobello di Mazara a Paceco ).
Singolare e oggi preziosa a fini documentari è poi la segnalazione delle "stazioni di campagna", sperdute nelle aree agricole o zolfifere dell'isola: BambinaTerrenove, Marausa, SpagnuolaRagattisi, S.Leonardo, Torri, Cordova, Zappulla...  
La qualità documentaria di questi opuscoli venne assicurata dalla collaborazione con il Touring Club d'Italia, che proprio in quegli anni stava curando la pubblicazione delle prime "Guide Rosse" regionali ( quella dedicata alla Sicilia risale al febbraio del 1919 e conteneva una introduzione storico-artistica di Paolo Orsi ).



Due immagini della spiaggia palermitana di Mondello,
in un periodo non lontano dalla bonifica dell'area paludosa


Nella stessa introduzione del volume delle Ferrovie dello Stato, è poi contenuta un'indicazione che nelle intenzioni dell'autore vuole essere un invito al viaggio nell'isola:

"La Sicilia è ottima stazione climatica universalmente apprezzata pel suo clima dolce e temperato che presenta una grande uniformità e piogge moderatissime, tanto che la Commissione speciale inviata da Londra dalla Rivista di Scienze Mediche Lancet, scrisse che 'il calore, la dolcezza, la purezza e l'uniformità sono le caratteristiche predominanti del clima dell'isola"



La borgata palermitana di Sferracavallo
e un tratto di costa nei pressi di Santa Flavia



Le immagini riproposte nel post - simili a  bozzetti - sono accreditate agli archivi delle Ferrovie dello Stato ed Alinari, oltre ad alcuni fotografi autori di reportage in Sicilia tra fine del secolo XIX e gli inizi del XX: G.Crupi, F.Curreri, G.D'Agata, W.von Gloeden, E.Giannone, C.Grassi, G.Guzzanti, G.Incorpora, E.Interguglielmi, A.Leone, V.Lo Cascio, G.Nicotra, Schlatter e Urbano.


Il profilo dell'isolotto di Isola delle Femmine,
e, sotto, l'isola di Ustica




  
La pubblicazione si segnala infine per i raffinati contenuti grafici di testate e titoli, disegnati in stile liberty dal pittore, illustratore e decoratore piemontese Paolo Antonio Paschetto ( 1885-1963 ), ricordato come autore del bozzetto della Repubblica Italiana.


Uno dei contributi grafici liberty
della guida siciliana realizzati
da Paolo Antonio Paschetto

La Colombaia di Trapani

Il porto di Mazara del Vallo

Il porto di Marsala

Gregge di capre lungo una spiaggia a Sciacca

Barche di pescatori a Milazzo

La costa di capo d'Orlando

La quarta di copertina della guida,
con il tradizionale logo della Trinacria







  

domenica 24 agosto 2014

SICILIANDO














"Dell'Utri volevo incontrarlo e ho fatto ricorso a una cosa che i siciliani avvertono molto: per ogni palermitano, Palermo è il centro del mondo.
L'ho rintracciato e ho detto 'Buongiorno sono Franco Maresco, ricorderà Cinico TV, forse le faceva schifo'.
'A volte lo trovavo un po' greve però mi piaceva molto', ha risposto.
Allora gli ho detto che ero un po' geloso, andava in tv, era appena stato dall'Annunziata e non veniva da un suo concittadino?
Ha funzionato, ha promesso di venire e ha mantenuto la promessa..."
Franco Maresco

IL CALIFORNIANO CHE SCOPRI' I SEGRETI DI NOTO

La storia e i retroscena della creazione della cittadina barocca nelle pagine di "La Genesi di Noto", pubblicato nel 1982 da Stephen Tobriner

La fontana di Ercole, in piazza XVI Maggio, a Noto.
Le fotografie del post riproposte da ReportageSicilia
illustrarono l'edizione italiana dell'opera di Stephen Tobriner
dedicata alla rifondazione di Noto
dopo il devastante terremoto del 1693

Nato a San Francisco nel 1944 e docente di Storia dell'Architettura presso l'Università della California, fra il 1969 ed il 1973 Stephen Tobriner http://ced.berkeley.edu/ced/faculty-staff/stephen-tobriner trascorse parecchi mesi di studio in Sicilia per documentare la storia della ricostruzione barocca di Noto.
Come ha spiegato lo stesso Tobriner, l'interesse per le vicende urbanistiche della cittadina ragusana era motivato non solo dalla bellezza del suo barocco; vi è anche un tratto comune nella storia architettonica di San Francisco e di Noto che toccava i ricordi personali dello studioso:
   
"Sono cresciuto in California, in una casa che mio nonno costruì a San Francisco, dopo il terremoto-incendio del 1906; per questo sono interessato, ieri come oggi, ai terremoti e alle ricostruzioni"

Volendo sintetizzare le conclusioni di Stephen Tobriner sulla storia di Noto e del suo celebrato barocco - una sintesi basata su una ricerca minuziosa, a dipanare incongruenze delle vecchie fonti e dubbi personali dell'Autore - è utile citare un passo del ricercatore californiano.
In esso è contenuta una sorprendente analisi circa l'identità della cittadina ragusana:

"La Noto settecentesca, come Nancy, è stata un esempio isolato, un sofisticato centro di gusto e di ricercatezza di provincia.
I netini aspiravano ad una città che potesse rivaleggiare con i fasti di Noto Antica, che superasse centri vicini come Avola, e che sfidasse città più grandi come Siracusa.
Gli aristocratici fecero donazioni in denaro e in terreni per edificare le chiese ed il palazzo comunale di Noto, e non essendo abbastanza ricchi da recarsi a Napoli o a Palermo, ma abbastanza facoltosi per far valere il loro potere in una piccola città come Noto, si deve a loro se la città possiede quell'aspetto che appare nella veduta.

I balconi di palazzo Nicolaci.
Docente di Storia dell'Architettura a San Francisco,
Tobriner soggiornò a lungo a Noto fra il 1969 ed il 1973

I loro investimenti nelle costruzioni non si realizzavano probabilmente senza una qualche indicazione delle loro preferenze in fatto di stile, essendo di gran lunga più aggiornati di altri su quanto era in voga in Europa, anche se la loro consapevolezza era attenuata dalla distanza.
Era probabilmente dalle loro biblioteche, ricche di libri d'importazione, che provenivano le idee che diedero forma all'architettura netina.
La Noto che appare nella veduta potrebbe rappresentare la visione utopistica dell'aspetto che avrebbe dovuto avere una città siciliana del Settecento.

La facciata della chiesa di San Girolamo.
Il ricercatore californiano
ha ricostruito ne "La Genesi Noto"
gli aspetti urbanistici, architettonici e sociali
che agli inizi del secolo XVIII determinarono
la rifondazione della cittadina ragusana

L'aristocrazia netina e gli architetti che essa impiegava facendo riferimento all'Italia e non alla Spagna, perchè l'architettura e l'urbanistica italiane erano più eleganti di quelle spagnole.
A quel tempo tutti i documenti interni della città erano scritti in italiano, e sulla scorta dell'impianto urbanistico e dell'architettura di Noto si dovrebbe concludere che i notinesi si consideravano più italiani che spagnoli.
Noto pertanto era una città italiana, lontana dal resto dell'Europa, che cercava disperatamente di essere alla moda.
Perduta la sua originaria condizione di fortezza, Noto divenne prestigiosa per i suoi edifici e per i suoi spazi aperti, creati per offrire la più splendida delle esibizioni" 


Una storica tavola di Noto
studiata da Tobriner e pubblicata
nel saggio edito in Italia da Dedalo.
La veduta porta la firma dell'architetto netino Paolo Labisi
e documenta l'assetto urbanistico fra il 1750 ed il 1760.
La seconda immagine focalizza lo sguardo
sulla sezione della tavola che illustra piazza San Domenico 



Come ricordato da Corrado Latina, "l'aspetto più originale che caratterizza le ricerche svolte da Stephen Tobriner è la pervicacia con cui egli si sofferma a leggere, tra le righe della letteratura storica, le intenzioni sottintese dai cronisti dell'epoca; l'assiduità con cui si dedica a scoprire le motivazioni di incidentali manomissioni di documenti scritti e illustrati; il continuo domandarsi cosa si nasconda dietro la logica delle scelte operate, come anche il bisogno istintivo di trovare prove concrete per le sue ipotesi, il costante diffidare dalle apparenze, un'irresistibile ansia di volere 'toccare con la mano'...".
L'investigazione di Tobriner trovò una sintesi nel 1982, quando a Londra venne pubblicato il saggio "The Genesis of Noto, An Eighteenth-Century Sicilian City", ristampato sette anni dopo in Italia da Edizioni Dedalo con il titolo "La Genesi di Noto" http://www.edizionidedalo.it/site/index.php.
Nell'introduzione al volume, lo studioso americano così descrisse lo spirito del lavoro documentario compiuto non solo negli archivi di istituzioni civiche e religiose locali, alla ricerca del volto di Noto prima del terremoto del 1693 e di documenti sui criteri adottati per la sua ricostruzione barocca:

"Vivere effettivamente per un certo tempo nel luogo oggetto dei propri studi è essenziale, credo, per approfondirne gli eventi storici, i segreti, e collocarli nella giusta luce.
Ricordo, ad esempio, di avere trovato i primi indizi sulle modifiche apportate alle strade di Noto nell'Ottocento mentre abitavo lì, in piena notte.
Era l'una circa, avevo freddo e non riuscivo a dormire, e nell'insonnia continuavo a chiedermi come mai solo alcune parti del corso erano state abbassate.

Il piano del Santissimo Crocifisso visto da Sud

D'un tratto decisi di uscire a fare una passeggiata: è stato così che, per caso, mentre me ne stavo in mezzo al corso deserto davanti al municipio, al chiaro di luna, ho notato per la prima volta quella data - 1896 - che fino ad allora mi era sfuggita, scolpita sulla pavimentazione di basalto"

Queste considerazioni rivelano il metodo di ricerca non semplicemente filologico o accademico di Tobriner.
Le pagine di "La Genesi di Noto" si leggono con scorrevolezza e curiosità, con una narrazione così ben descritta ancora da Corrado Latina:

"Mi è capitato spesso di paragonare il lavoro di Tobriner al tipo di indagine cui ci ha abituato la lettura delle storie di quell'inimitabile investigatore - nato dalla penna di Doyle - che è Sherlock Holmes.

La facciata meridionale della casa del Rifugio,
rialzata nell'Ottocento

Non tanto per una semplicistica assimilazione tra indagini storico-documentali e indagini di natura poliziesca, quanto per quel meccanismo di correlazione fra elementi conoscitivi e deduzioni, tipico delle congetture investigative di Holmes - Eco lo definisce abduzione creativa - che penso possa facilmente applicarsi al metodo di indagine scientifica utilizzato dal nostro Autore"

Durante i suoi studi e sopralluoghi in Sicilia, lo studioso americano ebbe modo di incontrare molti personaggi che a distanza di anni avrebbero lasciato una traccia nei suoi ricordi di ricercatore:

"... il marchese del Castelluccio, che si intratteneva con me, parlando in francese, dentro il suo grandioso palazzo che sovrasta Noto; Maria Francesca Messina, che ricordo suonare per me ad un pianoforte un pò scordato, in una fredda notte d'inverno, con le sue sorelle, nel palazzo di famiglia; il prof. Corrado Gallo, che nel suo appartamento palermitano mi esponeva le sue teorie sul luogo del primo insediamento della nuova città; e Gaetano Passarello, che nel suo studio mi istruiva su come ricostruire la storia di alcuni monumenti meno conosciuti della città"     

Appassionante e ricco di sorprendenti notazioni sulla storia e sull'architettura siciliana dei secoli scorsi, "La Genesi di Noto" è un libro che svela le vicende di Noto ( e non solo ) oltre la scontata trattazione relativa alla creazione dei suoi monumenti barocchi.


Stephen Tobriner in un'immagine
tratta da http://ced.berkeley.edu/ced/faculty-staff/stephen-tobriner
e la copertina dell'edizione italiana di "The Genesis of Noto",
pubblicata da Edizioni Dedalo nel 1989



Leggerne le pagine, significa scoprire un metodo di ricerca basato su quella che ancora Latina definisce nella prefazione del libro "una sana ostinazione, un incrollabile desiderio di verifica, di certezze, di 'verità' (tipicamente americano? ) che, se poco si conciliano con le ambiguità della Storia e delle molte irrisolte vicende umane ( soprattutto in un Paese come l'Italia - culla di impenetrabili segreti - e in una realtà criptica come quella siciliana ), sicuramente rendono questo libro molto più stimolante e accessibile alla lettura di quello che poteva essere, considerata la mole di informazioni esaminate, la quantità di fonti bibliografiche, il complesso intreccio di tesi, di confronti, di congetture".   

giovedì 14 agosto 2014

DISEGNI DI SICILIA


JOHANN HEINRICH BARTELS, 
BRIEFE UBER KALABRIEN UND SIZILIEN, 
GOTTINGEN 1789, 
vista dell'Etna dalle coste calabresi

LE EOLIE DI GIAN PAOLO CALLEGARI

Nel 1952 lo sceneggiatore di "Stromboli terra di Dio" pubblicò su "L'Illustrazione Italiana" un reportage ricco di notazioni su vita e costume degli isolani.
Ad illustrarlo, le immagini del fotoreporter Federico Patellani

Attracco del traghetto a Stromboli.
ReportageSicilia ripropone un articolo
che svela alcuni aspetti della vita nelle Eolie
di sessant'anni fa

"Il piroscafo che la collega la Sicilia con le isole Eolie si chiama 'Luigi Rizzo'; parte da Milazzo e fa scalo alle isole che nell'arcipelago sono abitate, ultima Stromboli.
Quando era ancora vivo l'ammiraglio Rizzo, cioè un anno fa, la nave lo chiamava con la sirena di bordo uscendo dal porto di Milazzo, proprio all'altezza della villetta abitata dall'eroe di Premuda; e Rizzo si affacciava sul balcone, fosse pure occupato a radersi la barba, e con un asciugatoio faceva ampi cenni di saluto cui rispondevano da bordo agitando le braccia.
Qualche volta Rizzo era fuori, e allora era la moglie o magari la domestica che rispondeva al saluto marinaro, ma tutti erano contenti lo stesso, bastando scorgere una figura lassù e qualcosa di bianco ad agitarsi".

L'arrivo settimanale del traghetto a Lipari

Ancor oggi sarà forse possibile trovare qualche anziano testimone in grado di confermare l'aneddoto dei saluti fra l'equipaggio del piroscafo diretto alle Eolie e l'ammiraglio milazzese.
L'episodio è citato in un reportage intitolato "Isole Eolie" che il giornalista, scrittore e scenografo bolognese Gian Paolo Callegari scrisse per un numero speciale della rivista "L'Illustrazione Italiana" nel dicembre del 1952.
Il racconto di Callegari - che mesi prima nelle Eolie aveva curato per Rossellini la sceneggiatura di "Stromboli terra di Dio" - venne corredato dagli scatti di Federico Patellani, allora indiscusso maestro del fotogiornalismo italiano.
Il valore documentario di quel reportage giustifica la riproposizione quasi completa da parte di ReportageSicilia, che così restituisce ricordi ed aneddoti forse dimenticati sulla vita nelle Eolie del secondo dopoguerra.

Scena di vita quotidiana a Lipari,
tra piazza Santonofrio e la chiesa di San Giuseppe

Nel 1952, grazie ai film interpretati pochi anni prima da Ingrid Bergman ed Anna Magnani le isole si erano aperte al mondo, dopo secoli di emarginazione e stenti.
"Negli ultimi tempi, contemporaneamente alla celebrità assunta come ambiente naturale per film internazionali - scriveva Callegari - le isole Eolie sono diventate note in tutta Europa come l'arcipelago ideale per la pesca subacquea: è forse questa la plaga più pescosa del Mediterraneo, la più variata come specie ittiologiche e la più divertente come configurazione dei fondali.
A pescare da queste parti ci venivano gli aristocratici di palermo, capeggiati da Lanza di Trabia e da Alliata; e qualche volta buttavano ancora ( parlo di tre anni fa ) i panfili francesi, belgi e perfino danesi che correvano in cerca di sole nel Mediterraneo meridionale. Il re qui era allora il tenente Bucher, un pilota fiumano dell'aeroporto di Capodichino, che era ed è il campione mondiale di immersione a corpo libero: Bucher andava a trenta e più metri sott'acqua con il suo fucile e riportava infilati alla sua cartuccia-spiedo dei pesci enormi che agli isolani non facevano alcuna impressione.
Per la verità il pesce a questa gente non fa né impressione né voglia; è un poco come i fichi d'India in Sicilia.
Le famiglie povere lo mangiano tutto l'anno prendendolo senza fatica e senza spesa, anzi lasciando l'incarico di procurarlo ai ragazzi di casa.
Si butta una nassa in mare con pochi avanzi di cucina e si ritira il giorno dopo con dentro due o tre aragoste. Nessuno degli abitanti di Stromboli o di Panarea riuscirà mai ad immaginare cosa costa in continente un'aragosta; una volta ne ho avute tre per un pacchetto di sigarette e sono stato ringraziato...".

Una veduta di Lipari con in primo piano
l'immancabile raffigurazione delle piante di fichi d'India

Nel suo reportage, Gian Paolo Callegari racconta delle produzioni di pomice a Lipari, di vino malvasia e dei capperi ( "gli abitanti delle Eolie, specialmente di Stromboli, lo trapiantano nelle poche zolle di humus fra le crepe della lava costiera. Una pianta di cappero sembra un mozzicone bruciato, ma per una pianta guastata nascono le sole risse che hanno luogo in queste terre esenti da acrimonie e da malvagità civili" ).
Ancora una volta Stromboli - che Callegari aveva a lungo frequentato durante la lavorazione di "Stromboli terra di Dio" - offre l'occasione per ricordare al giornalista lo stupore provocato dall'arrivo della troupe di Rossellini.
"Quando sbarcò una vitella per la mensa - si legge nel reportage - la maestra pregò che si rinviasse di un giorno la macellazione per condurre le scolaresche a vederla e quando giunsero sei muli da Messina per condurre i proiettori cinematografici sul vulcano, la gente si rinchiuse in casa terrorizzata perché li credeva feroci".
Buona parte del racconto di Callegari, infine, è dedicato al fenomeno dell'emigrazione, che proprio in quegli anni stava spopolando Stromboli e le altre isole dell'arcipelago.

Vulcano vista da Quattrocchi

Dopo avere ricordato che durante le riprese del film gli era capitato di visitare parecchie case abbandonate, trovandovi calendari vecchi di trent'anni e giornali con le cronache del terremoto di Messina, Callegari scriveva:

"Stromboli, che ha avuto all'inizio del secolo 3500 abitanti, ora supera appena i 300 e vede partire col piroscafo settimanale qualche figlio.
Stromboli oggi è in America, specialmente a New York, e in Australia ed a Sidney; chi resta al paese sono i vecchi che i figli emigrati mantengono o i vecchi che tornano a morire nella terra natale.
Per il resto si tratta di bambini che attendono i diciotto anni per partire se femmine o la fine del servizio militare se maschi.
Che questo paese sia una strana appendice dell'America, lo vedi subito sbarcando: ognuno veste abiti di taglia americana, inviati dai parenti ricchi, ed in ogni casa i calendari sono in inglese, spesso con la pubblicità di ditte stromboliane in America.
Negli Stati Uniti questa gente ha fatto fortuna, senza avere dato nomi sonanti al nuovo mondo; gli isolani in America sono negozianti di verdura, imprenditori di lavori murari e qualcuno è arrivato a padrone di piccole banche.

Una donna di Stromboli.
Nella didascalia che commenta la fotografia si legge:
"Maria Cipriano assomiglia un poco a Ingrid Bergman.
Glielo abbiamo detto e ha sorriso contenta"

La compagnia dei rimorchiatori di New York è in mano ad uno stromboliano, così come il mercato del pesce a Boston.
In Australia invece gli 'eolii' - mi si perdoni la qualifica poetica - sono tutti negozianti e si richiamano da parente a parente in modo che l'apprendista di oggi diventa padrone di un nuovo negozio domani appena ha un poco di risparmi. Mi dicono che nella Nuova Zelanda una intera via di una città moderna è composta di negozi di abitanti di Stromboli e di Lipari. 
E il merito di questa gente è il ricordo che serbano della terra natale e dei parenti, vecchi e giovanissimi, rimasti nelle isole.
I tre parroci di Stromboli ricevono ogni mese somme non piccole dagli isolani emigrati che mantengono le famiglie rimaste sulla cara terra inospitale; e quando un giovane deve emigrare, i compaesani che risiedono nel luogo ove il parente è diretto, si quotano per mandare i denari del viaggio.
Se si considera che un viaggio in Nuova Zelanda costa settecentomila lire, si pensi che cosa i parenti sborsino per la famiglia di Stromboli presso la quale abitai e che vidi partire con ben dodici componenti; sono milioni che l'emigrante assume come debito d'onore verso i parenti che lo hanno preceduto nella terra straniera e che renderà con la certezza di potere un giorno fare lo stesso piacere a qualcuno di quei bambini che sono venuti a salutarlo all'imbarco qui sull'isola, sventolando i fazzoletti mentre la barca da pesca lo conduce al piroscafo rimasto a debita distanza dalla costa.
Vi sono a Stromboli  dei sobborghi interi che non hanno più una casa abitata e che vedono appena una volta al giorno la vecchia custode che si aggira fra i muri e le porte sbarrate, ricordando i nomi e i volti di chi partì da tanti anni.
Tornerà questa gente? Qualcuno viene a morire, raccontando le favole di 'Broccolino'; ma la maggioranza non tornerà mai più.
Non tornerà per restare, intendiamoci: poiché ogni piroscafo che porta via nuovi emigranti reca un 'americano' o un 'australiano' in visita di pietà: gente che viene con le grosse catene d'oro al panciotto, con le fotografie della casa, del negozio, dell'automobile che ha e che conduce moglie e figli stranieri a vedere la casa dove nacque sepolta da decenni di polvere e il cimitero dove riposano i genitori.
Un mazzo di fiori, una visita ai parenti, un po' di dollari al parroco per i poveri e via di nuovo con il primo piroscafo due giorni dopo...".





domenica 10 agosto 2014

"TRAPANESE, UNO IN OGNI PAESE"

Viaggiatori ed imprenditori lontano dall'isola: è stata la vocazione di molti trapanesi descritta nel 1963 da una pagina di Simone Gatto
 
Il porto di Trapani in una fotografia di Pedone.
L'immagine venne pubblicata nel 1965 nell'opera "Sicilia"
della collana "Italgeo", edita da Bonetti editore Milano


I trapanesi sono forse gli unici siciliani con una vocazione da marinai e da viaggiatori del mondo.
Chissà se ciò rimandi alle millenarie origini della città, quando i Fenici decisero di fondare dei porti commerciali anche in quest'angolo di Sicilia.
Ancora sino a qualche decennio fa, del resto, Trapani faceva del commercio del sale e dello sfruttamento del corallo una fonte non indifferente delle sue attività economiche: le vie del mare erano ben più lunghe e remunerative rispetto a quelle che conducono verso le zone interne dell'isola.


Un molo del porto trapanese.
La fotografia è attribuita a Publifoto, e, insieme alle rimanenti del post,
è tratta dal II volume dell'opera "Sicilia",
edita nel 1963 da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostini

La capacità dei trapanesi di essere i più attivi rappresentanti dell'isola nel mondo venne ben descritta nel 1962 da Simone Gatto, all'epoca senatore del PSI e fra i promotori dell'istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia.
"'Trapanese, uno ogni paese', si dice ancor oggi in Sicilia.
E anche se l'affermazione era più giustificata nel secolo scorso, quando la marina velica trapanese arrivava nei porti d'ogni continente - scrisse Gatto nel II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni e dall'Istituto Geografico De Agostinituttora la tendenza a trasferire altrove le attività tradizionali, la facilità di adattarsi ad altri climi e ad altre abitudini rimane caratteristica trapanese più di ogni altro siciliano.


Una veduta di Trapani firmata da Ezio Quiresi

Non a caso, colonie permanenti di trapanesi sono, da più generazioni, nei luoghi più caldi e più freddi del nostro pianeta, nell'Aden come in Alaska e, naturalmente nel nord e nell'estremo sud del continente più vicino a Trapani: l'Africa.
Tuttavia sbaglierebbe di grosso chi, da ciò, pensasse al trapanese che lavora altrove come a un emigrante, alla stregua di ogni altro siciliano o meridionale.
I trapanesi che troviamo ancor oggi in Africa, in Asia ed in America non sono partiti 'in cerca di lavoro', dell'altrui lavoro.
Hanno portato altrove attività loro proprie da secoli: nell'Aden le saline, nell'Alaska e in Tunisia la pesca e la conservazione del pescato, in Giappone la lavorazione del corallo...
Trapani è poi ricordata con maggiore frequenza nelle guerre dei barbareschi che in quelle a cui partecipa l'isola nel contesto europeo.


Scorcio del centro storico della città
con la cupola della chiesa di San Francesco.
Anche questa immagine venne realizzata da Ezio Quiresi

Non di rado, trapanesi catturati dai 'turchi', divennero capi dell'armata barbaresca di Tunisi e viceversa capitani tunisini o algerini, prigionieri convertiti o no, si assimilarono alla marineria trapanese.
Del resto risulta dagli atti notarili che sino ai primi dell'Ottocento in ogni casa agiata di Trapani v'erano schiavi africani, che non di rado acquistavano, in qualità di liberti, piena cittadinanza.


Mattonelle maiolicate con la raffigurazione del porto di Trapani.
L'opera risale al secolo XVIII  ed è esposta al Museo Pepoli.
L'immagine venne pubblicata in "L'arte del corallo in Sicilia"
edita da Novecento nel 1986

L'altro legame, quello con il continente europeo, è assicurato dalla comunanza di scambi e interessi con Genova.
La strada di rappresentanza insigne di monumenti barocchi, è la 'loggia dei genovesi', ancor oggi denominata nell'uso corrente 'la Loggia' e quasi mai con il nome, imposto dopo il '60, di corso Vittorio Emanuele.
E la cattedrale porta, come a Genova, il nome di San Lorenzo.
Ancor oggi il trapanese ha fama di avere negli affari le stesse qualità del genovese: scrupolosa correttezza e, diremo con riguardoso eufemismo, il senso spiccato del risparmio e del guadagno...". 


  


martedì 5 agosto 2014

SICILIANDO













"Comunque, Sicani e Siculi, Cartaginesi e Arabi, Normanni e Spagnoli, e quanti altri si vogliano nominare, tutti quanti appartengono al sostrato della storia siciliana, sono fusi o nascosti nel suo sottosuolo, e ne formano, se mai, la coscienza subliminale.
La sua coscienza consapevole ha quelle due facce, è costituita da quei due elementi: la grecità in cui tutta la sua storia antica trovò sistemazione, e l'italianità in cui è sboccata tutta la sua storia medievale e moderna"
Giuseppe Antonio Borgese

I VILLAGGI SICILIANI DI GIOVANNI COMISSO

La descrizione dei paesi rurali nel libro "Sicilia", pubblicato nel 1953 dallo scrittore trevigiano e dal fotografo svizzero Rudolf Pestalozzi

Figure femminili all'interno del cortile
di un edificio in un paese siciliano agli inizi degli anni Cinquanta.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
portano la firma di Rudolf Pestalozzi
ed illustrarono il saggio "Sicilia"
pubblicato nel 1953 a Ginevra da Pierre Cailler



Giovanni Comisso ( Treviso, 1895-1969 ) trascorse gli ultimi anni di vita nella sua villetta alla periferia di Treviso, senza abbandonare la cura dell'orto e la passione per i personaggi del mondo contadino locale.
Il giornalista e scrittore veneto aveva occupato gran parte della sua esistenza viaggiando attraverso l'Italia, la Grecia e sino alla Cina ed al Giappone.
Le sue peregrinazioni letterarie lo portarono in Sicilia nel 1948 e fra il 1952 ed il 1953; da quest'ultimo viaggio, Comisso avrebbe tratto la materia per il reportage pubblicato nel 1953 dall'editore di Ginevra Pierre Cailler con il titolo "Sicilia".


A valorizzare quel racconto contribuì il supporto documentario di 97 preziose fotografie in bianco e nero realizzate dallo svizzero Rudolf Pestalozzi. 
Come spiegato da Ernesto Ferrero nell'introduzione di "Satire Italiane" ( Longanesi, 2008 ), "le sue pagine migliori il veneto Comisso, che ama dipingere coloriti villici bruegheliani o incidere alla svelta personaggi notturni che stanno tra Callot e Goya, le dedica al Sud, ai suoi stupori infantili di fronte ai simboli di una ricchezza che appare favolosa, quasi mitologica...".


Così, in "Sicilia", Comisso inizia il racconto con un ricordo indimenticabile dell'isola, esplorata fra i personaggi di quel mondo contadino così a lui vicino nella natìa Treviso:
"Lontano dalla Sicilia estiva, quando già lo sguardo rientra nella luce abituale del mio clima opaco, rimane fissa nelle mie pupille un'immagine di quest'isola come se si fosse osato riguardare in pieno il disco del sole...".


Ricco di notazioni di costume del tempo (  i pregiudizi che affliggono la condizione femminile, il voto democristiano diffuso nel clero, la sensualità delle donne e l'indisciplina del traffico a Catania, il fenomeno dell'emigrazione ) il racconto di Comisso dedica più di una pagina alla descrizione di paesaggi e di luoghi allora poco conosciuti della Sicilia, come Scopello, Capo San Vito, Calascibetta e Sciacca.
Comisso racconta spesso l'isola attraverso i dialoghi da lui coltivati casualmente con pastori, contadini e pendolari dei treni locali.
Lo scrittore veneto offre materia di riflessione sociologica sulla Sicilia del periodo, magari rinunciando alla visita agli scavi dei mosaici di Piazza Armerina in cambio di una lunga chiacchierata con una famiglia di un paese vicino.   


Non mancano poi riferimenti al fenomeno della mafia, allora spesso ignorato da altri narratori:
"In questa isola che la natura ha voluto costringere persino dei limiti precisi di un triangolo, vi sono altri e continui limiti imposti da parte della sua gente ad altra parte: dai caparbi ai timidi.
E si pensa che quelli siano uomini d'invasione e questi scaturiti dalla stessa terra. Questi sono buonissimi, ospitali pronti a stringere vincoli indissolubili, generosi come la terra che non ha stagioni di sosta. Gli altri, i discesi dagli invasori d'ogni secolo e d'ogni parte, sono i sopraffattori, gli arroganti, gli intimidatori.
Il giuoco della vita in questa terra si svolge tutto come una continua battaglia tra invasi e invasori.
Gli invasori hanno inventato il feudalesimo, il brigantaggio, la maffia, persino la smania poliziesca, nel senso assillante del ricatto, e tutta la severità del costume e dell'etichetta, sfruttando la naturale timidezza degli invasi...".


"Sicilia" di Giovanni Comisso è insomma un reportage sorprendente: da un incontro fortuito con un pastore o un gruppo di avventori di una trattoria, dal rapido sguardo su uno scorcio paesaggistico, lo scrittore veneto fissa pennellate illuminanti sulla società siciliana di quegli anni.


Di quel libro - oggi purtroppo difficilmente reperibile - ReportageSicilia ripropone le righe dedicate da Giovanni Comisso alla descrizione dei villaggi isolani:

"I villaggi, in Sicilia, sono estesi come piccole città, perché in essi vi abitano anche i contadini che lavorano la terra attorno per molti chilometri.
Sono le loro case alla periferia e appena si arriva al villaggio si avverte un sentore acuto di stallatico giacché muli e contadini riposano sotto lo stesso tetto.
Di mattina presto prima che si alzi il sole, nel silenzio del villaggio addormentato si sente il trotterellare di questi muli sul selciato, e in groppa i contadini che vanno al lavoro nei campi lontani.
La struttura delle strade è uguale in tutti i villaggi, vi è un grande corso, dove alla sera la popolazione fa la sua passeggiata ambiziosa.
A questo corso confluiscono dai lati i vicoli, selciati con grosse pietre, percorribili solo a piedi o col mulo.
Ogni famiglia abita una casa, quasi sempre conquistata dagli avi con l'emigrazione in America dove i nascituri andranno a loro volta per potersi costruire un'altra casa.
In queste case non vi è il focolare, quindi mancano di comignolo, il cibo parsimonioso viene preparato su di un fornello a carbone e quando si guarda il disteso villaggio dall'alto di un monte vicino risaltano queste cubiche case nel giuoco di ombra e di luce senza che da alcuna esca un filo di fumo a dare il segno di una vita casalinga.
La cattedrale è sempre di bella fattura, o gotica ricordando i Normanni o barocca ricordando gli Spagnoli.
Dopo vi è il giardino pubblico, quello che chiamano 'La Villa', con un belvedere verso il mare o verso la campagna circostante e tra le aiuole sempre fiorite alberi bellissimi e schietti si elevano in sanezza per dare fresco ai vecchi che dopo cena vanno a godersi la sera fuori dai vicoli.
Abbondano in ogni angolo dei vicoli i ciabattini, che formano dopo i bottegai, i contadini e i pescatori un'altra categoria del villaggio, quella che non ha mai emigrato avendo nel proprio paese un lavoro incessante, perché tra il duro selciato dei vicoli e il sempre andare e venire dai campi le scarpe in Sicilia si logorano più che in ogni altra regione...".