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domenica 24 marzo 2013

I RICORDI ETNEI DI ERCOLE PATTI

Lo scrittore catanese Ercole Patti in una fotografia di Giuseppe Quatriglio, tratta dall'opera "Contatti - Persone e e personaggi del Novecento", edita nel 2004 dalla Fondazione Giuseppe Whitaker di Palermo

Ercole Patti fa parte di quel non ristretto numero di scrittori siciliani la cui fama è stata ingiustamente offuscata dai grandi nomi della letteratura isolana del Novecento.
Nato nel 1904 a Catania, Patti scrisse ed ambientò gran parte dei romanzi e racconti a Roma, dove morì il 15 novembre del 1976 nella sua casa sul lungotevere Flaminio.
Nella Capitale, Ercole Patti – oltre a frequentare assiduamente i salotti artistici e mondani, sempre in compagnia femminile - svolse un’attività giornalistica che lo portò a collaborare via via con la “Gazzetta del Popolo”, il “Corriere della Sera” e “La Stampa”.

Una veduta dell'Etna da via Etnea, a Catania.
La fotografia è tratta dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"
del settembre 1955

Lo scrittore catanese – figlio di un avvocato e lui stesso in origine avviato alla carriera forense – fece parte di un gruppo di intellettuali che comprendeva anche Ennio Flaiano, Alberto Moravia e Sandro De Feo.
Malgrado il suo rapporto consolidato con Roma, Ercole Patti non allentò mai i legami con la Sicilia, tornando spesso nella sua casa di Pozzillo.
L’isola – con i paesaggi, gli umori e gli odori della costa ionica e dell’Etna – fu per lui principale fonte di ispirazione e verve narrativa.

Uno scenario bucolico fra alberi di ulivo con vista sull'Etna.
L'immagine è tratta dall'opera "Sicilia" della collana del TCI
"Attraverso l'Italia" edita nel 1933  

“L’olfatto – scrisse di lui Valentino Bompiani, suo principale editore - era la sua stessa natura, come nei cani, adoperato non per scovare, ma per godere. Forse, questa, è una virtù siciliana, da paese povero, che di magri avanzi e profumi fa pietanze squisite ( Brancati mi raccontava che suo padre si alzava all’alba per andare a comperare il pesce dalle barche che rientravano. Lo annusava e diceva “Questo è di nottata” e lo scartava. Voleva il pesce pescato sulla via del ritorno, con l’ultimo guizzo appena spento ). A Patti piacevano i libri con l’ultimo guizzo appena spento”.

Ancora una fotografia riproposta dall'opera "Sicilia"
edita dal TCI nel 1933.
Attribuita a Vito Longo, fissa un'immagine di Misterbianco

ReportageSicilia dedica questo post ad Ercole Patti, riproponendo alcune vecchie immagini di quel mondo etneo che ha ispirato lo scrittore catanese, come nella raccolta di scritti “Diario Siciliano”, edita da Bompiani nel 1971.
Lo stesso Patti definì il libro una raccolta di pagine sparse in "giornali, libri e nei miei cassetti, dal 1970 al 1931".


“Scritte in anni diversi, e di autunno inoltrato ( stagione intonata al ripiegamento elegiaco di quella sensualità ) – notò il critico letterario Arnaldo Bocelli nel 1969 - queste pagine, che culminano in trepide contemplazioni di campagne e marine, albe e tramonti, opere e giorni, ci propongono la visione di una Sicilia splendida e triste, irrequieta e immobile, carnale e innocente. Una Sicilia più vicina – per intenderci – a quella di un Francesco Lanza o d’un Tomasi di Lampedusa ( sebbene letterariamente a questa anteriore ) che non a quella delle generazioni più vicine”.
Il racconto riproposto da ReportageSicilia ha il titolo "Paesetti sull'Etna" ed è datato maggio 1969.

Uno stazzo di pecore alle pendici del vulcano.
Lo scatto è di Ezio Quiresi ed è tratto dall'opera del TCI "Sicilia" collana "Attraverso l'Italia" edita nel 1961

“I paesetti situati sulle ultime pendici dell’Etna a pochi chilometri da Catania sono sempre stati sin dall’Ottocento le villeggiature predilette dei catanesi.
Quando cominciava il caldo, proprietari avvocati e medici si trasferivano in quei paesetti, da trecentocinquanta a seicento metri di altitudine, per trascorrervi almeno un mese, talvolta due e anche di più quelli che non avevano cose urgenti da fare. C’era un’aria fresca e pulita, erano circondati da vigneti e i più alti da castagneti.

Lavoratori per la vendemmia sulle pendici etnee.
L'immagine è tratta dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia" del settembre 1955

Il più vicino alla città era Sant’Agata li Battiati a poco più di trecento metri di altitudine.
La famiglia di Giovanni Verga vi possedeva una villa di campagna dove lo scrittore allora giovanissimo trascorreva qualche settimana in autunno all’epoca di “Una peccatrice”, cioè verso il 1864-65.

Una pianura nel territorio di Bronte
in una seconda fotografia di Ezio Quiresi.
L'immagine, come quella che segue, è tratta dal I volume dell'opera "Sicilia" edito nel 1961 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini 

Dopo venivano San Giovanni La Punta, Viagrande, Trecastagni, Pedara, Zafferana. Adesso la città avanza minacciosamente verso di essi coi suoi palazzoni a parecchi piani. Il primo paesetto ad essere ingoiato dal cemento fu già da parecchi anni la Barriera del Bosco, che era proprio alle porte di Catania, ormai è un quartiere cittadino.

Altra fotografia di Quiresi, contemporanea alla precedente
e sempre ambientata nelle campagne di Bronte

Di lì l’avanzata ha invaso Sant’Agata Li Battiati che ha cessato di essere un paese di villeggiatura per diventare una zona residenziale di Catania. Lì hanno le loro ville professionisti di tutte le categorie, che la mattina in pochi minuti di macchina sulla strada liscia e comoda si recano ai loro uffici e cliniche di Catania.

Raccoglitore di limoni nelle campagne di Paternò.
L'immagine è tratta dall'opera del TCI "Sicilia"
edita nel 1961 

Viagrande, San Giovanni La Punta, Trecastagni stanno per essere attaccate dal cemento. Percorrendo queste strade che un tempo erano fiancheggiate soltanto da vigne e da rustici casolari e che adesso fra Trecastagni e Viagrande sono gremite di ville e villinetti pretenziosi, alcuni di lusso altri di un modernismo esasperato che toglie ogni sapore e ogni poesia alla bellissima antica terra che c’è intorno, ripensavo agli anni della mia infanzia quando si veniva su in questi paesetti in carrozza; erano ore e ore di cammino, in certi punti di salita troppo ripida bisognava scendere perché il cavallo non ce la faceva e talvolta il cocchiere l’aiutava spingendo anche lui le stanghe della carrozza.

I criteri avventizi dell'Etna con in primo piano
i monti Carcarazzi e Silvestri.
La fotografia - attribuita a Cucuzza Silvestri - è stata pubblicata ancora una volta dall'opera del TCI del 1961 

A quei tempi una carrozza a due cavalli partita da Catania, per arrivare a Milo sopra Zafferana ( circa venticinque chilometri ) calcolando le fermate per dar fiato ai cavalli, le salite che si facevano a passo d’uomo e altri piccoli intoppi, ci metteva circa otto ore, un po’ più del tempo che si impiega oggi per recarsi a New York. Però il silenzio e la frescura che circondavano quei paesini dopo quella faticata erano prelibatissimi.

Sciatori in cammino lungo la pineta di Linguaglossa.
La fotografia è stata pubblicata nel II volume dell'opera "Sicilia"
edita nel 1961 da Sansoni
e dall'Istituto Geografico De Agostini

Ma senza spingersi a quei tempi così remoti e felici anche quando ci si veniva già in automobile fino a qualche anno fa, e non era cominciasta l’avanzata del cemento, conservavano ancora il loro fascino di paesetti riposanti, lontani dalla città.
Oggi ci arriva in pochi minuti e questa grande rapidità con la quale si possono raggiungere unita alle case nuove che sorgono continuamente annulla molto del loro incanto e del loro silenzio. Inoltre gran parte di quelle vigne e di quei boschetti rapidamente lottizzati si riempiono di villinetti di mattoni interrotti da blocchi di muro simili a pezzi di torrone mandorlato, persiane rosa o gialle, colorini squillanti che fanno a pugni con il paesaggio.

Pendici del vulcano coltivate a vigneto, in uno scatto del fotografo
Josip Ciganovic pubblicato ancora dall'opera "Sicilia" nel 1961

Certe vigne ai piedi della montagna che si trovano oltrepassato il paese di Trecastagni, sono già smembrate, ridotte al minimo, presto scompariranno del tutto; sono quelle vigne che una volta si costeggiavano nelle passeggiate verso la montagna; ai lati non si vedevano che rare casupole e qualche vecchio palmento con un asinello attaccato ad un anello di pietra al muro.

Pendici del vulcano in uno scatto pubblicato nell'agosto del 1928
dalla rivista del TCI "Le Vie d'Italia"

Il resto era campagna pura. Oggi quelle vecchie vigne stanche vendute a pezzetti sono diventate ottime e insperate fonti di guadagno e i proprietari sembrano essere riscossi da un lungo sonno e hanno cambiato tenore di vita.
Ma l’incanto di quei paesetti è perso per sempre. Battiati, San Giovanni La Punta, Viagrande, Trecastagni, Pedara, Zafferana.
Ricordo certi pomeriggi di non molti anni fa.

La piazza di Zafferana Etnea in una fotografia
edita dalla rivista del TCI
"Le Vie d'Italia" nel settembre del 1955

Si sarebbero detti paesi disabitati. Invece erano pieni di gente in villeggiatura. In quelle ore i villeggianti erano tutti a casa nelle terrazze in ombra accanto alle piante di gelsomino che si arrampicavano sui muri attorno alle porte negli orti e nei giardinetti interni sotto un nespolo o un noce o all’ombra di un castagno accanto alla porta della cantina.
Nelle vigne l’uva era ancora acerba: dalle porticine interne delle case si passava direttamente nelle vigne.

Un panorama di Paternò attribuito a Bromofoto Milano
e pubblicato in "Sicilia" edito nel 1961 dal TCI

Qualcuno si incamminava in quelle ore con la giacca del pigiama lungo i viottoli tagliati fra le viti e raggiungeva un boschetto di querce e castagni, sostava a fumare il sigaro all’ombra di un pistacchio accanto alla macchia di vecchi fichidindia, nel silenzio disteso del meriggio, entro cui il ronzio di un calabrone che passava vicino e dileguava, riempiva per un attimo l’aria come un rombo di aeroplano”


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