Translate

lunedì 29 ottobre 2012

SICILIANDO














"Se governare è una grana, governare la Sicilia è una grana al cubo"
Gian Antonio Stella

domenica 28 ottobre 2012

LA PRIMITIVA BELLEZZA DI SCOPELLO

I faraglioni della tonnara di Scopello in una fotografia scattata da Ezio Quiresi alla fine degli anni Cinquanta.
ReportageSicilia ripropone nel post alcuni scatti eseguiti allora dal fotoreporter cremonese in questo angolo di costa trapanese e pubblicati
su opere del TCI e da Sansoni.
In queste immagini - come scrissero molti anni dopo di Scopello Salvatore Mazzarella e Renato Zanca - gli scenari sono quelli
di una "natura tormentata ed emotiva"  
Giustamente, nel 1985 Matteo Collura inserì la tonnara Scopello nelle località dell’isola da visitare in inverno.
“Oggi – si legge nelle pagine di “Sicilia sconosciuta – Cento itinerari insoluti e curiosi”, edito da Rizzoli – andarci in estate significa fare i conti con ingorghi di automezzi, vociare di gitanti, e con sporcizia che, sugli scogli, fa squallido strato. In inverno è un’altra cosa: è come se una tromba d’aria fosse passata lasciando sì tracce di sé, ma anche un senso di profonda quiete, di dopo tempesta”.
A distanza di 27 anni da quell’”oggi”, possiamo rassicurare che in estate il mare e gli scogli della tonnara di Scopello non sono così sporchi come suggerito dalle parole di Collura, specie se si ha l’accortezza di non andarvi nella calca dei fine settimana ( accortezza purtroppo da adottare in estate per la visita di tutte le località di mare ).

Il golfo della tonnara di Scopello in uno degli scatti di Quiresi:
non vi è ancora traccia della presenza di una villetta sorta qualche anno dopo sul pianoro che guarda verso la caletta
Malgrado ciò, condividiamo del tutto l’opinione dell’autore circa quel senso di primitiva bellezza che questo luogo riserva a chi vi giunga in una giornata invernale, sia essa di caldo sole o di freddo vento di maestrale.
Scopello – con i suoi faraglioni, le vecchie torri di avvistamento e gli edifici della tonnara, la piccola cappella e gli alloggi dei “tonnaroti” – è uno dei luoghi della Sicilia che raccontano la millenaria storia di civiltà dell’isola. Nei documenti storici che narrano le vicende di un luogo che Salvatore Mazzarella e Renato Zanca hanno scritto essere ubicato “in una natura fortemente tormentata ed emotiva”, si legge che nel secolo XIII le prime costruzioni furono edificate “da certi uomini lombardi di Piacenza, sotto la guida d’Ottone Camarana cavaliero” ( notizia che conferma quanto la storia siciliana possa essere il frutto di imprevedibili influenze ).

Una rara fotografia a colori dei faraglioni: si scorgono diverse barche che facevano parte della dotazione di imbarcazioni e materiale da pesca utilizzato per la messa in opera della tonnara,
una delle più produttive in Sicilia
Difficilmente l’attuale proprietà del complesso edilizio vi consentirà l’accesso all’interno della fabbrica principale, trasformata in struttura ricettiva e set per produzioni cinematografiche; un motivo in più per godere del paesaggio naturale circostante, e per apprendere la storia di Scopello dai più anziani abitanti del vicino borgo.

Una veduta d'insieme della tonnara, sostanzialmente uguale
a quella che si può osservare ai nostri giorni.
Oggi gli edifici non ospitano più da decenni le attività di pesca del tonno, ma sono stati riadattati per un uso turistico
e come set di produzioni televisive e cinematografiche
All’interno del baglio Ispano potrete ascoltare i racconti riguardanti le ultime tonnare calate al largo dei faraglioni; oppure quelli di misteriosi naufragi di imbarcazioni di contrabbandieri o della presenza fra le colline della borgata degli uomini della banda Giuliano, negli anni del secondo dopoguerra.
La costa ad Est di Scopello verso Guidaloca in una fotografia attribuita a Teresi - Ente Provinciale per il Turismo di Trapani:
una visione di integra natura siciliana oggi difficilmente riscontrabile lungo le coste dell'isola 
La primitiva bellezza di Scopello viene riproposta da ReportageSicilia in questo post grazie ad alcune fotografie realizzate una sessantina di anni fa e pubblicate da "Sicilia" edito dal TCI nel 1961 e da un'opera di analogo titolo data alle stampe un anno dopo da Sansoni.
Ad eccezione di uno, gli scatti portano la firma del fotoreporter Ezio Quiresi, più volte documentato in questo blog.
L’autore di ReportageSicilia – e, forse, anche qualche lettore di questo post – non potrà non invidiare Quiresi per avere scoperto la Scopello di tempi ormai lontanissimi, e certo di una bellezza primitiva.
Questa fotografia di Ezio Quiresi chiude il post dedicato ai paesaggi di Scopello di 60 anni fa; riassume forse meglio delle altre riproposte da ReportageSicilia il senso di "primitiva bellezza"
vantato allora da quest'angolo di costa tirrenica isolana











martedì 23 ottobre 2012

SICILIANDO













GIORNALISTA: "Che ne pensa di Giuliano?"
ACQUAIOLO: "Toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Ma Lei, di Roma, cosa può capire della Sicilia?
dal film "SALVATORE GIULIANO" di Francesco Rosi

lunedì 22 ottobre 2012

INSIDIE ED ONORI DELL'ANTENNA A MARE

In equilibrio precario su un palo cosparso di sapone e sego, un partecipante ad un'"antenna a mare" cerca di conquistare la bandiera posta alla fine dell'insidioso percorso.
Dinanzi a lui - nel mare palermitano di Aspra - i compaesani assistono all'impresa, che nel giorno della festa dell'Assunta mette alla prova l'abilità dei giovani figli dei pescatori locali.
Il particolare dell'immagine riproposto da ReportageSicilia porta la firma di Fernando Scianna ed è tratto dal saggio "Feste religiose in Sicilia", edito nel 1965 da Leonardo da Vinci Editrice  
Il gioco dell’”antenna a mare” è oggi uno di quegli eventi organizzati per lo più dalle proloco locali, soprattutto in occasione di feste patronali ed altre celebrazioni locali.
In Sicilia, sono ancora numerosi i paesi e le borgate marinare dove gli uomini provano a conquistare la bandiera ( “l’ntinna” ) rimanendo in equilibrio su un palo di legno accuratamente cosparso di sapone e sego: una miscela scivolosissima che provoca cadute e tuffi in acqua.
Su YouTube si possono osservare numerosi filmati che documentano la recente pratica dell’”antenna a mare”; come talora accade nella pratica documentaria, le fotografie riescono tuttavia ad avere una forza narrativa più intensa rispetto all’immagine filmata.
Da YouTube, l'edizione 2010 dell'"antenna a mare" a Cefalù.
Da alcuni decenni, queste tradizionali forme di gioco popolare hanno assunto un prevalente carattere di natura economica, con premi in denaro e lo sfruttamento commerciale dell'evento 

Questa verità ci sembra essere attestata dalle immagini di una vecchia “antenna a mare” ambientata nelle acque del porticciolo della borgata palermitana di Aspra, in occasione della festa dell’Assunta.
Gli scatti riproposti da ReportageSicilia – occorre sottolinearlo – portano la firma illustre di Fernando Scianna, e costituiscono una minima parte del lavoro di reportage che l’allora giovanissimo fotografo bagherese dedicò alle feste religiose in Sicilia ( lavoro poi confluito nella pubblicazione del famoso “Feste religiose in Sicilia” edito da Leonardo da Vinci Editrice nel 1965 con prefazione di Leonardo Sciascia ).

Lo scatto di Scianna fissa i profili
dei giovani partecipanti alla gara di Aspra.
Secondo tradizione, all'"antenna a mare" potevano prendere parte
solo i figli maschi dei pescatori.
La conquista della bandiera avrebbe regalato al vincitore
la fama di abile erede del lavoro del padre 
Le immagini realizzate da Scianna ad Aspra raccontano l’epoca in cui il gioco serviva ancora a mettere alla prova abilità e valore dei pescatori locali e dei loro figli: il vincitore della gara sul palo insaponato sarebbe stato riconosciuto dall’intera comunità come un abile lavoratore su piccole barche da pesca e pescherecci, in grado di sfidare i pericoli della vita in mare.

Di tanto in tanto, sul palo insaponato si cimentavano personaggi che finivano in acqua per il puro gusto dell'ilarità generale: scherzi e ironie che stemperavano le tensioni dei veri partecipanti alla prova
Questo scopo dell’evento – legato al semplice prestigio che ne derivava a favore di chi avrebbe conquistato l’antenna – già in quel periodo cominciava tuttavia ad essere stravolto da una prospettiva mercenaria.
Nelle note alle fotografie pubblicate dal libro si legge infatti:

“Aspra è un piccolo villaggio di pescatori presso Bagheria e la “prisa ‘ntinna” è il gioco semplice che allieta la festa dell’Assunta. Raggiunto con le barche il luogo della gara, ha inizio lo spettacolo di equilibrismi e scivoloni su un lungo palo insaponato ad opera dei concorrenti interessati alla conquista della bandiera che si trova all’estremità di quello. Né manca mai l’esibizione di qualche mattacchione il quale improvvisa sul palo un numero da clown. Da qualche anno però, per stimolare le partecipazioni, si è dovuto aggiungere un buon premio in denaro”.

In questo post, la riproduzione delle fotografie tiene conto dell’impostazione tipografica del libro. ReportageSicilia in qualche caso ha voluto evitare la correzione dell’imperfetto allineamento delle pagine; in altri, si è preferita una riproduzione parziale dell’immagine, indicando questa scelta nella didascalia.

Pescatori ad Aspra nel giorno dell'"antenna a mare".
Come in tutti i riti profani di natura religiosa,
la partecipazione collettiva all'evento
aveva anche lo scopo di rafforzare una comune identità 
della comunità locale 



sabato 20 ottobre 2012

CONTESSA ENTELLINA, LE IMMAGINI DI BLOK

Le campagne di Contessa Entellina, il centro agricolo del corleonese che negli anni Sessanta fu al centro
di una ricerca dell'antropologo olandese Anton Blok dal titolo "La mafia in un villaggio siciliano 1860-1960".
Lo studio - pubblicato nel 1974 negli Stati Uniti e successivamente in Italia da Einaudi - indicò nei mafiosi gli individui delegati a mantenere con la violenza l'ordine ed il controllo nelle campagne
in una situazione di debolezza del governo dello Stato.
ReportageSicilia ripropone in questo post alcune immagini tratte
dal saggio di Blok: la prima porta la firma di Bianca Dony 
Le fotografie di Contessa Entellina riproposte in questo post da ReportageSicilia sono tratte da un’opera che si pose a metà strada fra lo studio antropologico e un saggio sulle dinamiche dello sviluppo della società mafiosa in Sicilia.
“La mafia in un villaggio siciliano 1860-1960, imprenditori, contadini, violenti” venne pubblicato nel 1974 a New York dall’antropologo olandese Anton Blok ( in Italia fu edito da Einaudi, 12 anni dopo ) , ed è ancora oggi un testo quasi unico nella vastissima produzione di saggi sulla mafia; il suo autore infatti lo completò analizzando il fenomeno mafioso “dall’interno”, non a partire dalla documentazione giornalistica o dagli atti giudiziari, ma dall’osservazione quotidiana dei comportamenti e della vita di relazione di una piccola comunità della Sicilia occidentale.

La didascalia che accompagna questa fotografia di Blok indica nei due personaggi ritratti "ex gabelloti durante l'intermezzo della trebbiatura".
Secondo l'antropologo, nel corso del secolo XIX "... i mafiosi venivano reclutati dalle fila dei contadini allo scopo di fornire ai grandi latifondisti il personale armato con cui far fronte sia alla pressione dello Stato, sia agli stessi contadini riottosi, specialmente nell'area interna dell'isola dove lo stato borbonico non riuscì a monopolizzare
l'uso della violenza..."
L’autore è uno studioso con esperienze didattiche presso le università americane del Michigan e della California ed è attualmente professore emerito presso l’Università di Amsterdam.
Come raccontato nel blog contessioto.blogspot.it – il cui autore ha riproposto in rete una “lettura collettiva” del libro – Blok, già autore di numerosi saggi sul banditismo nell’Olanda del secolo XVIII, dedicò la sua attenzione alla Sicilia trascorrendovi trenta mesi fra il 1961 ed il periodo compreso fra il 1965 ed il 1967.
Era quello un periodo in cui le cronache italiane offrivano spesso notizie riguardanti la faida mafiosa di Corleone, negli anni della definitiva affermazione della cosca di Luciano Liggio su quella di Michele Navarra, ucciso nel 1958.

Contadino e campiere, in una fotografia attribuita dall'autore
a Rolf Monheim e "Geographische Rundschau".
Anton Blok osservò la realtà sociale ed economica di Contessa Entellina fra il 1961 ed il 1967, indicando poi il paese
con il falso toponimo di "Genuardo"
L’antropologo olandese decise di raccontare le dinamiche di affermazione del banditismo e della mafia non nel paese di Liggio né in quello vicino di Bisacquino, noto per avere dato i natali al vecchio capomafia Vito Cascio Ferro.
La sua scelta - maturata, sembra, durante una chiacchierata in auto con un sacerdote locale, Papas Janni Di Maggio - cadde su un altro più piccolo centro del corleonese: Contessa Entellina.
Il contesto sociale ed economico del centro agricolo – dove agli inizi del XX secolo 24.000 dei 25.000 ettari di territorio erano in mano a grandi latifondisti - sembrò a Blok ideale per analizzare le dinamiche di controllo svoltovi dai mafiosi.

L'immagine di Blok fissa una mandria al pascolo nei pressi di alcuni edifici di una masseria del feudo che l'autore indica
con il nome di "Moli".
Agli inizi del secolo XX, il territorio di Contessa Entellina era esteso 25.000 ettari, 24.000 dei quali di proprietà
di grandi latifondisti:
un dato determinante per contestualizzare
l'analisi sociale svolta dell'antropologo olandese
L’antropologo decise anche di non citare i reali nomi del paese e dei feudi, sostituendoli con toponimi non corretti o fittizi. Così, nel libro di Blok lo stesso nome di Contessa Entellina diventa “Genuardo”, termine che in realtà denomina una vicina montagna: una finzione – secondo quanto suggerito da contessioto.blogspot.it – dettata dalla volontà di “non creare malumori e difficoltà alle persone coinvolte nello studio”.
I giudizi sul lavoro svolto da Anton Blok in una zona della provincia di Palermo allora semisconosciuta alla comunità scientifica internazionale rimangono oggi sostanzialmente positivi.
Nel libro “Dalla mafia alle mafie”, Umberto Santino ha riassunto la ratio del saggio scrivendo che “Blok ha ricostruito la presenza mafiosa dagli inizi del XIX secolo agli anni Sessanta del XX, liquidando l’ipotesi dell’esistenza di un’organizzazione centralizzata ed analizzando i mafiosi come delegati al mantenimento dell’ordine con metodi violenti, in un contesto caratterizzato dalla debolezza dell’autorità centrale”.

Ancora una masseria del latifondo nella campagna
del comprensorio corleonese.
Blok - autore dello scatto - indica l'ubicazione di questo casolare
nel feudo "Cascina".
Nella quarta di copertina dell'edizione italiana de "La mafia di un villaggio siciliano 1860-1960", si legge che "fra antropologia e storia, la cronaca dei fatti quotidiani di una comunità si intreccia con il quadro storico più vasto, e l'analisi di una situazione circoscritta
consente di reinterpretare fenomeni generali" 
Nella prefazione al saggio di Blok – che nel 1998 sarebbe tornato a Contessa Entellina per diventarne cittadino onorario – il sociologo americano Charles Tilly scrisse che l’antropologo aveva operato “una fusione tra la vita reale, osservata con partecipazione, e i grandi processi, investigati in modo penetrante”.
“La caratteristica centrale della mafia, secondo Blok – si legge ancora nella prefazione di Tilly – risiede nell’uso privato della violenza illegale come strumento di controllo degli ambiti pubblici… L’importanza strategica dei legami verticali patrono-cliente, che caratterizzava i rapporti dei contadini con i diversi imprenditori e proprietari terrieri, impediva la formazione di estese solidarietà orizzontali tra i lavoratori. Il sistema nel suo complesso rendeva costoso e persino pericoloso instaurare contatti con altri villaggi e altre strutture di potere. Fino a quando l’emigrazione fu poco diffusa e la protezione dello Stato incerta, la popolazione rurale rimase esposta allo sfruttamento più intenso…”.
Una lettura del saggio offre ancor oggi un’analisi preziosa delle condizioni economiche e sociale in cui la così detta “mafia rurale” ha imposto le sue regole all’interno delle comunità siciliane: una base di potere su cui cosche e boss avrebbero poi esteso la loro influenza anche ai palazzi della politica regionale e nazionale.

Una strada di Contessa Entellina negli anni della ricerca svolta da Blok, anche in questo caso autore della fotografia.
Nel 1998 lo studioso olandese sarebbe tornato nel paese
per riceverne la cittadinanza onoraria





giovedì 18 ottobre 2012

POLPI E POLIPARI, STORIE DI MARE E DI STRADA

Un vecchio poliparo serve i tentacoli di un grosso polpo in una strada di Palermo; l'immagine è tratta dalla guida "Palermo" scritta da Gaetano Falzone ed edita nel 1956 dall'Azienda Autonoma di Turismo 
per Palermo e Monreale.
Il mollusco è ancora uno dei cibi tradizionali serviti nei mercati popolari delle città costiere dell'isola 
Poliparo e polpo: due soggetti della cultura gastronomica siciliana la cui sopravvivenza è messa a rischio dal commercio di prodotti ittici surgelati di incerta ( e lontana ) provenienza.
Col passare dei decenni, le bancarelle che apparecchiano su coloratissimi piatti in ceramica i polpi da poco bolliti sono diventate rarissime, e limitate a borgate marinare come Mondello, Sferracavallo ed Aspra.


Le baracche dei venditori ambulanti di ricci, molluschi, crostacei ed altre specialità marine che sino a qualche decennio fa occupavano il lungomare della borgata palermitana di Mondello.
Ai nostri giorni, i polpi sono diventati un cibo da gustare per lo più nei ristoranti: la storica figura del poliparo è infatti quasi del tutto scomparsa.

L'immagine è tratta dal libro di Matteo Collura "Sicilia sconosciuta" 
edito da Rizzoli nel 1984

Non era così sino a qualche decennio fa, quando ancora agli angoli delle strade dei mercati popolari delle città costiere era possibile incontrare il poliparo con la sua pentola fumante di molluschi pescati lungo le coste siciliane.
Una sagace descrizione del rapporto fra “u purpu” e palermitani si può leggere in un reportage di Ermanno Biagini sui mercati cittadini pubblicato nel luglio del 1938 su ‘le Vie d’Italia’ del TCI.


Uno studio di polpi di Renato Guttuso,
pittore che non rinunciato a riprodurre il soggetto
nell'opera forse più famosa della sua produzione, "La Vucciria".
L'immagine è tratta dal volume 76 della rivista "Sicilia", edita da S.F.Flaccovio di Palermo

“E’ un genere che ha innumerevoli adoratori – scriveva Biagini – non soltanto fra la gente della classe popolare, ma anche di quella agiata. Vi sono impiegati, professionisti ed anche dei possidenti che ogni tanto sentono il bisogno di fare una scorpacciata col “purpu”, quasi per tornare a collaudare l’efficienza del loro stomaco; giacchè il polpo – come si sa – è un cibo assai difficilmente digeribile. Ed è con questa scusa che viene sorbita anche una buona dose di “sangue di racina”, cioè di vino, per finir di annegare la tenace bestia… nel caso non fosse ancora ben morta nel tegame! Il commerciante di “purpi” si tiene vicino alle osterie, per la ragione che abbiamo detta…”


Uno "specchio" per la pesca del polpo.
Quelli più vecchi erano in rame, lamiera o acciaio,
oggi vengono costruiti in plastica,
mantenendo sul fondo una lastra di vetro.
La fotografia è di Francesco Bertolino ed è tratta dall'opera "Mar dei coralli, la pesca artigianale nella provincia di Trapani", edita nel 1997 dal Consorzio Universitario della Provincia di Trapani - Istituto di Biologia Marina  
Quasi del tutto scomparsi i polipari - a differenza dei polpi, tuttora fortunatamente numerosi nei fondali dell’isola – ReportageSicilia ripropone qualche immagine sul tema “polipari-polpi” ed una ricetta – la prima mai scritta in questo blog - per la preparazione della classica insalata del mollusco; il testo è tratto dal volume “Le vie del mare”, edito nel 2008 dalla Regione Siciliana:
“Lessare per circa 15 minuti due polpi di circa 500 grammi ciascuno già puliti in abbondante acqua salata, immergendoli sino alla testa e con l’aggiunta di una manciata di pepe macerato grosso. Spegnere il fuoco e fare riposare il polpo dentro l’acqua per altri 20 minuti; poi estrarlo dalla pentola, lasciare raffreddare sotto l’acqua fredda completamente; staccare le teste e tagliare i tentacoli a secondo della loro dimensione. Condire con tre costole di sedano a pezzetti, un trito di aglio e un mazzetto di prezzemolo e una spolverata di pepe nero. Irrorate tutto con un’emulsione di olio e limone e fate insaporire per qualche minuto prima di servire”. 






martedì 16 ottobre 2012

SICILIANDO

 










"Talvolta m'accorgo di ricordare il cielo della Sicilia come quello liquido di un mare a specchio disteso sopra di me in una luce a volte opaca a volte abbagliante.
In effetti, a vederla dal fondo, la superfice del mare è proprio un cielo rovesciato in cui le onde ed i raggi del sole si rincorrono come in un giorno di temporali.
Nubi, piovaschi e chiarori si distendono da un orizzonte all'altro, in una volta vastissima allo stesso tempo trasparente e cupa"
Folco Quilici, Sicilia, Esso Italiana 1977

domenica 14 ottobre 2012

QUATRIGLIO, I RITRATTI DEI PERDUTI INTELLETTI SICILIANI

Gesualdo Bufalino e Salvatore Fiume in una fotografia scattata nel 1983 a Comiso, cittadina natale di entrambi.
ReportageSicilia ripropone in questo post alcuni ritratti di personaggi isolani della cultura e dell'arte
eseguiti da Giuseppe Quatriglio.
Le immagini sono state tratte dal volume "Contatti -
Persone e personaggi del Novecento",
edito nel 2004 dalla Fondazione Giuseppe Whitaker di Palermo 
Giuseppe Quatriglio, catanese, classe 1922, è insieme giornalista, saggista, scrittore e fotografo.
Il dato anagrafico e le diverse capacità stilistiche e tecniche di raccontare l’isola ne fanno dunque un testimone prezioso della recente storia siciliana.
La dimostrazione di questo ruolo la si può scoprire scorrendo le pagine di una sua pubblicazione poco nota al pubblico, e che ReportageSicilia ha trovato addirittura in una bancarella romana di libri usati: “Contatti – Persone e personaggi del Novecento”, pubblicato da Quatriglio nel 2004 ed edito dalla Fondazione Giuseppe Whitaker di Palermo.

Il poeta Ignazio Buttitta ritratto nel 1972 nella sua casa di Bagheria.
"In questa sequenza di scatti - scrive Quatriglio nella prefazione del libro - posso ripercorre le tappe del mio lavoro di giornalista, nei posti più disparati del mondo, con il taccuino in mano
e la macchina fotografica pronta all'uso"
L’opera raccoglie 81 ritratti fotografici di personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo e del costume, quasi tutti eseguiti in Sicilia lungo un arco temporale di circa trent’anni.

Il poeta pecoraio Giacomo Giardina ritratto da Quatriglio
nel 1983 nella piazza di Godrano,
il paese di origine dell'autore di liriche futuriste apprezzate da Marinetti
Accanto agli scrittori ed agli artisti isolani – da Leonardo Sciascia a Salvatore Fiume, da Gesualdo Bufalino ad Ercole Patti, da Ignazio Buttitta a Renato Guttuso, ed ancora, Bruno Caruso, Giuseppe Bonaviri, Totò Bonanno ed altri – le fotografie di Quatriglio testimoniano le frequentazioni siciliane di personaggi di primissimo piano della cultura italiana e straniera: da Umberto Eco a Carlo Levi, da Rosario Villari a Luchino Visconti, da Denis Mack Smith a Josè Saramago.

Nella galleria dei personaggi siciliani ritratti da Quatriglio
non poteva mancare Leonardo Sciascia,
qui colto in posa in una sequenza realizzata
nella sede della casa editrice Sellerio, nel 1978.
 Nella prefazione del volume, l'autore ricorda che "si avvicinava l'ora del pranzo ed era quindi il momento di tornare a casa.
Gli scatti colsero uno sciascia di buon umore e disposto a mettersi in posa per l'amico. In una di queste foto - quella riproposta da ReportageSicilia - lo scrittore appare sornione e sorridente, soprattutto divertito..." 
A distanza di molti anni dalla loro realizzazione, il valore di questi scatti – i “contatti” ( “ci guardano da lontano e nei loro occhi si riflette curiosità stupore o indifferenza per quell’improvviso e momentaneo contatto tra il loro sguardo e l’obiettivo dell’apparecchio fotografico che fermava un istante della loro esistenza”, scrive Quatriglio nella prefazione ) – va ben oltre il loro dato ritrattistico.

Renato Guttuso nel suo studio di Palermo, a Palazzo Galati,
a poca distanza dal Teatro Massimo.
La fotografia di Quatriglio è datata 1986
La rappresentazione di intellettuali ed artisti siciliani o di passaggio in Sicilia fa infatti riflettere sulla attuale assenza di personalità culturali emergenti nell’isola.
Oltre il caso letterario rappresentato da Andrea Camilleri ( pure alimentato dagli schermi televisivi ) infatti, gli scenari della Sicilia patiscono da qualche anno l’assenza di personaggi d’intelletto di peso italiano ed internazionale.

Lo scrittore Giuseppe Bonaviri, catanese di Mineo,
ritratto nel 1999 nella sua abitazione di Frosinone.
Ricorda Quatriglio che "mostrava all'amico la tromba avuta in regalo e, per scherzo, provava a suonarla..."  
Le recenti scomparse di Enzo Sellerio e Michele Perriera hanno impoverito l’isola di una forza culturale che avrebbe potuto almeno rappresentare una voce nel deserto di prospettive sociali e di forza politica che è oggi l’isola.
Ecco perché i “contatti” di Giuseppe Quatriglio sono oggi un documento dell’odierno declino della Sicilia.
Nella prefazione del libro, Matteo Collura poteva scrivere che “restando nella sua Sicilia, il mondo prima o poi sarebbe passato davanti agli occhi di Quadriglio”; un’opportunità che al momento non appartiene più all’isola, dove oggi non sarebbe possibile una così eccellente raccolta di ritratti siciliani.

L'editore nisseno Salvatore Sciascia davanti alla sua libreria,
a Caltanissetta, nel 1960.
La fotografia di Giuseppe Quatriglio riproposta da ReportageSicilia simboleggia forse meglio delle altre i fermenti culturali che hanno in passato animato la Sicilia, al punto da consentire il successo di un editore in una delle città oggi più depresse dell'isola  

domenica 7 ottobre 2012

SFERRACAVALLO, UN'ATTRATTIVA MANCATA

Il golfo della borgata marinara di Sferracavallo in una fotografia
 tratta dall'opera "Il Mediterraneo",
edita da UTET nel 1922.
Ancor oggi, la località palermitana
potrebbe riservare più di un'attrattiva ambientale.
Decenni di sostanziale incuria e l'assenza di interventi di valorizzazione naturale della costa hanno invece ridotto Sferracavallo ad un'anonima propaggine di Palermo
Strano destino, quello di Sferracavallo.
La borgata marinara palermitana che qualche anno fa tentò di diventare Comune possiede notevoli potenzialità ambientali, ma non riesce a farne un punto di svolta per lo sviluppo di un turismo rispettoso del suo mare.
Il paese vanta una collocazione naturale invidiabile, raccolto com’è su un golfo ampio ed aperto ad Ovest ed ad Est verso l’isolotto delle Femmine e la Riserva di Capo Gallo.
Basta però dare un’occhiata allo stato di degrado del lungomare di Barcarello – utilizzato come libera discarica – per confermare la vocazione del siciliano a fare scempio di luoghi che in altre regioni farebbero il vanto ( e la ricchezza ) delle comunità locali.

Uno scatto di Sferracavallo firmato IGDA-SEF pubblicato nel II volume dell'opera "Il Milione", edito dall'Istituto Geografico De Agostini nel 1959.
La posizione della borgata offre invidiabili potenzialità di sviluppo di un turismo attento alla tutela ambientale: una risorsa che però lascia spazio all'incuria della costa e del suo mare
L'incuria è ormai cronica: nel lontano 1984, la stessa Azienda Municipalizzata alle Nettezza Urbana di Palermo venne denunciata con l’accusa di avere deturpato questa scogliera, abbandonando rifiuti e detriti tra la costa ed i fondali prospicienti.
Il mare di Sferracavallo, poi, negli anni passati è stato più volte inquinato dallo sversamento di liquami da una condotta fognaria sottomarina che si rompeva dopo le mareggiate: una circostanza che non ha certo alimentato un regolare flusso di bagnanti da Palermo, così come invece accade per la spiaggia di Mondello.
Anche le risorse ittiche della borgata pagano infine il peso del degrado ambientale, con l’aggravante costituita da vecchie pratiche di pesca che in passato ne hanno impoverito i fondali.

Una veduta del centro abitato in una giornata dai toni invernali pubblicata nell'opera "Sicilia" edita nel 1961 dal TCI.
Lo scatto è del fotografo Ezio Quiresi
A partire dalla fine del secolo XIX, il nome di Sferracavallo è stato infatti legato all’azione di alcune famiglie che praticavano la pesca con la dinamite.
Questa attività di frodo – oltre a causare mortali incidenti, anche ai danni di bagnanti - ha desertificato le aree di cattura, danneggiando pure gran parte dei pescatori che ricorrevano ai tradizionali sistemi di pesca.
Così, oggi Sferracavallo è poco più che una propaggine urbana di Palermo, priva di sostanziali motivi di attrattiva.

Un'immagine della borgata firmata nel 1954 da C.Teri-Palermo.
Già da decenni, una parte dei pescatori locali ricorreva alla pesca di frodo con la dinamite: una pratica che ha impoverito i fondali e che ha aggravato i successivi guasti provocati dall'inquinamento
ReportageSicilia ripropone alcune immagini della borgata, tratte da varie pubblicazioni del passato. Fra queste spicca una fotografia tratta dal II volume dell’opera “Il Mediterraneo” di A.Brunialti e S.Grande, edita da UTET nel 1922: uno scatto anonimo e che ci restituisce la bellezza di un borgo allora quasi privo di costruzioni.

Barche in secca tra le case della borgata.
Come per molti altri centri di pesca della costa palermitana, anche Sferracavallo ha contribuito all'emigrazione di decine di suoi pescatori verso gli Stati Uniti o l'Australi.
La fotografia è di Josip Ciganovic ed è tratta dal I volume dell'opera "Sicilia" edita da Sansoni nel 1962








sabato 6 ottobre 2012

APIS ED AUDAX, LA BREVE ILLUSIONE DELL'AUTO A PALERMO

Un modello di vettura APIS, prodotta a Palermo agli inizi del Novecento dallo stabilimento meccanico di Eugenio Oliveri, senatore del Regno ed all'epoca già sindaco della città.
L'APIS ebbe breve vita, producendo in tutto una decina di esemplari di automobili; nè miglior successo ebbe l'altra fabbrica di vetture palermitana, l'AUDAX di Vincenzo Pellerito.
L'immagine - al pari delle altre riproposte da ReportageSicilia - è tratta dal libro di Mario Taccari "Palermo l'altro ieri",
edito da S.F. Flaccovio nel 1966
Molto si è già detto e scritto sull’origine della Targa Florio – la cui prima edizione risale al 1906 – e sull’impulso determinante fornito da Vincenzo Florio al successo degli sport motoristici nella Palermo degli inizi del Novecento.
Scarse sono invece le pagine che raccontano la storia della fugace comparsa in quegli anni di due marche di autovetture in città: l’APIS e l’AUDAX.
Di queste vetture ‘veteran’ non è rimasta traccia negli annali storici delle automobili italiane a causa dei ridottissimi numeri di produzione: una quindicina di esemplari in tutto.
L’insuccesso dei due marchi fu certo favorito dalla fattura artigianale dei modelli e dalla preferenza accordata dai ricchi palermitani di allora a ben più prestigiosi modelli nazionali e stranieri.

Partenza di una competizione fra auto a Palermo
nei pressi del Real Parco della Favorita.
Il rapporto fra spor motoristici e Sicilia venne allora esaltato dal ruolo di Vincenzo Florio, fondatore della Targa Florio
e pioniere del volo e della motonautica.
Un ruolo di promozione - quello di Florio - che non riuscì però
a supportare la nascita
di una vera e propria industria automobilistica a Palermo
Don Vincenzo Florio, ad esempio, si spostava a bordo di una prestigiosa “Itala” mentre Don Ignazio preferiva una “De Dion”.
ReportageSicilia ha tratto qualche notizia sull’oscura storia delle APIS e delle AUDAX dal saggio di Mario Taccari “Palermo l’altro ieri”, edito da S.F Flaccovio nel 1966 e dal volume di Francesco Brancato “Storia dell’industria a Palermo”, pubblicato da Edizioni Giada nel 1991.
Più documentate sono le vicende dell’APIS, nata – informa Brancato - all’interno dello “stabilimento di costruzioni meccaniche con fonderia del commendatore Eugenio Oliveri, senatore del Regno”.
Oliveri – tre volte sindaco di Palermo e una presidente della Cassa di Risparmio – rilevò nel 1903 lo stabilimento dal cavaliere Pietro Corsi, lasciandogli l’incarico di direttore tecnico.

L'avvio di un'altra competizione automobilistica
nella Palermo d'inizio Novecento,
questa volta dalla zona del Foro Italico.
Nessun modello di APIS o di AUDAX riuscì ad imporsi all'attenzione delle ricche famiglie cittadine proprietarie allora di vetture, che preferivano più lussuosi modelli nazionali e stranieri
 La fabbrica – ancora secondo quanto documentato da Brancato – era specializzata nella costruzione di “caldaie a vapore, macchine di estrazione, macchine motrici, pompe elettriche, motori idraulici, presse idrauliche, motori a gas”, ed, appunto, “vetture elettriche da 4 a 10 hp, vetture a benzina da 5 a 10 hp con motori a 1, 2, 4 e 8 cilindri, con o senza leva di velocità per marcia indietro, trasmissione cardan ed a catena, raffreddamento a ventilatore ( proprio brevetto ), munite di tutti i perfezionamenti finora scoperti, automobili a vapore da 25 a 50 hp”.
Scarne sono invece le notizie sull’attività della concorrente palermitana dell’APIS, la AUDAX di Vincenzo Pellerito, “della quale – scrisse Taccari – si videro uscire dall’officina di via Malfitano non più di cinque esemplari”.
Dallo stesso autore del saggio “Palermo l’altro ieri” apprendiamo pure di un terzo costruttore cittadino di vettura a quattro ruote: l’industriale Savettiere, “il cui prototipo – informa Taccari – doveva finire nella bottega di un rigattiere di via Calderai che se n’era assicurato il possesso a buon prezzo, settantacinque lire”.

Passeggiata a Mondello a bordo di vetture oggi  'veteran'.
Fra i guidatori di quel tempo in città, spiaccavano anche numerose nobildonne: quelle delle famiglie Whitaker e Baucina,
Anna Maria Grasso e Rosa di Scalea
Un secolo dopo l’avvento e la rapida scomparsa dei costruttori d’auto palermitani, la dismissione della fabbrica FIAT di Termini Imerese ha rappresentato un ben più conosciuto esempio di fallimento dell’industria automobilistica in Sicilia.
La breve storia dell’APIS e dell’AUDAX è un esempio di velleità industriali soffocate dai limiti di una semplice capacità artigianale; la chiusura dell’impianto di Termini Imerese, al contrario, appare come il frutto delle moderne logiche del profitto, capaci di cancellare ogni identità nazionale delle ( ormai poche ) automobili vendute dalle grandi case.

L'archivio del sito www.senato.it conserva una fotografia che ritrae il senatore del Regno Eugenio Oliveri, che dal 1903 fu il proprietario dello stabilimento industriale che produsse i pochi esemplari di APIS.
L'officina costruiva pure caldaie a vapore, macchine motrici, pompe elettriche ed altre attrezzature meccaniche







mercoledì 3 ottobre 2012

CEFALU', LA SCOMPARSA DEI PESCATORI

Nella foto che apre questo post ed in quella che segue - entrambe di ReportageSicilia - due pescatori di Cefalù rammendano in strada la loro rete: una pratica sempre più rara nella cittadina palermitana dove la realtà della pesca locale sembra destinata
ad un progressivo annullamento
“E’ una piccola città di marinai e di pescatori ( specie di sardine )”.
Così la guida ‘Sicilia’ del TCI del 1919 descriveva Cefalù, allegando una piantina del paese che indicava le acque del porto vecchio con il termine “sbarcadero”. Da qui, sino alla fine del secolo XIX, prendevano la via del mare manna, legname, cereali e grandi quantità di sarde salate, principale risorsa ittica locale.

Tramontati i vecchi fasti della pesca e della salagione delle sarde,
i pescatori cefaludesi
si dedicano perlopiù alla cattura dei "caponi" ( le lampughe ).
L'affievolirsi delle attività ittiche e marinare sta facendo perdere un pezzo importante dell'identità sociale e culturale
di Cefalù, oggi pesantemente segnata dall'industria del turismo

Un secolo prima i pescatori del luogo avevano sperimentato l’attività della tonnara, le cui reti venivano calate in località Battilamano – nei pressi di Termini Imerese – e al largo della Caldura.   Dove abitassero quei pescatori e marinai cefaludesi è ancor oggi visibile: quel fronte di antichi edifici in conci di tufo che sovrasta pochi lembi di spiaggia all’inizio del lungomare della cittadina.

Movimento in uscita ed in entrata dal vecchio porto in una fotografia aerea scattata presunibilmente alla metà degli anni Settanta e pubblicata dall'opera "Cefalù e le Madonie", edita da Plurigraf Narni nel 1981.
Nei secoli passati, i pescatori cefaludesi si dedicarono anche all'attività di tonnara, al largo della Caldura e della costa di Battilamano,
non lontano da Termini Imerese 
 
Una visita nella Cefalù dei nostri giorni non fa più quasi mostra né di marinai né di pescatori. Col passare degli anni, il paese incastonato ai piedi della cattedrale normanna è semmai diventato un luogo sempre più affollato di quei turisti la cui presenza – ed il cui sfruttamento economico – ha stravolto l’atmosfera e lo stesso contesto locale che rendeva desiderabile sino a pochi decenni fa un viaggio in quest’angolo di costa siciliana.

Uno scorcio del porticciolo ritratto nell'opera della Plurigraf Narni così come appariva a metà degli anni Settanta
 
Negozi, strade e scorci urbani hanno perlopiù stravolto il proprio aspetto originario in funzione delle legioni di visitatori che ogni giorno – grazie ai pullman dei tour operator - invadono la cattedrale, corso Ruggero ed i vicoletti.

Le tante barche da pesca che sino a qualche decennio fa
componevano la flotta cefaludese.
Sullo sfondo, la cortina di storici edifici abitati perlopiù d
alla comunità dei pescatori.
Anche questa immagine è tratta dall'opera
"Cefalù e le Madonie" citata in precedenza
Così, quel senso di naturale eleganza ed ospitalità offerto dalla Cefalù di un tempo ha lasciato il posto ai negozi di souvenir che espongono magliette con la scritta “Minchia, sono stato in Sicilia”, prezzi troppo spesso gonfiati ed asfissianti ricerche di un parcheggio libero.
Poco o nulla è insomma rimasto di quella tranquilla cittadina che, come scriveva sessant’anni fa Aurelio Rigoli, “è arroccata intorno ad un attivo porticciolo, ed in cui gli abitanti si dedicano ancor oggi agli antichi lavori di artigianato: mobili, carri variopinti, eleganti oggetti in vimini, ricamo”. Erano quelli gli stessi anni in cui il cronista di un importante quotidiano italiano riferiva l’abitudine dei pescatori di “lavare con l’acqua del mare i cinquecenteschi vicoli del centro storico”.
 
Una veduta oleografica di due giovanissimi pescatori cefaludesi tratta dall'opera "Sicilia" di Daniel Simon,
edita da Salvatore Sciascia nel 1956 
Pescatori e marinai, insomma, sono diventati a Cefalù quasi un residuo oleografico di un passato stravolto dalle logiche di uno sviluppo turistico che sta cancellando l’identità storica più profonda e vera della cittadina.
Gli ultimi “uomini di mare” cefaludesi – come i due pescatori impegnati nel rammendo delle loro reti ritratti da ReportageSicilia – sembrano quasi una presenza aliena nella stravolta realtà della Cefalù contemporanea.

Una litografia raffigurante barche da pesca a Cefalù
nel primi decenni del secolo XIX.
L'opera è contenuta del volume di Gally Knight
"The Normans in Sicily",
edita a Londra nel 1838.
Nell'ultima immagine di questo post, ReportageSicilia ripropone l'incisione di alcuni pescatori pubblicata a Milano nel 1892 dall'opera di G.Chiesi
"La Sicilia illustrata nella storia, nell'arte, nei paesi".
 
 
Chiusa per sempre l’epoca della pesca e salagione delle sarde ed interrotta pure la tradizionale “Sagra del Pesce Azzurro”, poche decine di piccole barche si dedicano per lo più alla cattura dei “caponi”: una realtà di ripiego per la storia di un pezzo importante di identità lavorativa e popolare cefaludese, in un comune che pure continua a conservare nel suo stemma civico il disegno di tre pesci.