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martedì 24 aprile 2012

PASQUALINO, I SUOI PUPI IN UN DOCUMENTARIO

Un piccolo pupo ricevuto quando era bambino, fedele compagno dei suoi sogni notturni.
Il destino di Antonio Pasqualino ( 1931-1995 ) – il medico palermitano fondatore in città nel 1975 del Museo Internazionale delle Marionette http://www.museomarionettepalermo.it/, intitolato al suo nome – è stato forse segnato da quel regalo: un punto di partenza di una passione che lo avrebbe portato a collezionare, ordinare e studiare i pupi raccolti nell’isola degli anni Cinquanta fra ‘pupari’ e rigattieri siciliani.

Antonio Pasqualino all'interno dei magazzini del Museo Internazionale delle Marionette di Palermo, da lui fondato nel 1975.
Medico e cultore della storia dell'Opera dei pupi, ha collezionato e studiato migliaia di pupi, marionette, ombre, figure animate ed accessori di scena provenienti da tutto il mondo.
Alla sua figura è stato di recente dedicato il documentario "L'infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l'Opera dei pupi", realizzato da Matilde Gagliardo - nipote dello studioso - e Francesco Milo

In seguito – grazie alla collaborazione della moglie danese, Janne Vibaek – Pasqualino avrebbe ampliato la sua collezione con marionette, burattini, ombre, attrezzature sceniche e cartelli, per un totale di oltre 3.000 pezzi da tutto il mondo.
Oggi quel patrimonio di tradizioni popolari – arricchito anche da marionette del nord Italia, europee, africane, vietnamite e del Rajastan - può essere ammirato all’interno del Museo palermitano di vicolo Niscemi.

Antonio Pasqualino e la moglie, la danese Janne Vibaek, sua collaboratrice nella raccolta e nello studio di pupi e marionette.
Il documentario dedicato al fondatore del Museo palermitano raccoglie le testimonianze dei familiari e degli amici dello studio, insieme ad interventi - fra gli altri - di Mimmo Cuticchio, Vincenzo Argento, Enzo e Nino Mancuso
Di fatto, la struttura che porta il nome del medico-studioso è l’istituzione culturale dal maggiore respiro internazionale vantato da una città dove le odierne cronache culturali vivono un periodo di stagnazione.
All’opera ed alla figura di Antonio Pasqualino, a 17 anni dalla morte, è ora dedicato il documentario “L’infanzia di Orlandino. Antonio Pasqualino e l’Opera dei pupi”, che è insieme la storia della sua passione per i ‘pupi’ e della Palermo dello scorso secolo, nei decenni in cui maturò la progressiva perdita della tradizione dell’Opera, soprattutto nel decennio 1989-1999.
Il documentario, che verrà presentato giovedi 26 aprile alle 18.30 all’interno del Museo, è opera di Matilde Gagliardo – nipote di Antonio Pasqualino – e Francesco Milo.

Uno degli oltre 3.000 oggetti conservati all'interno del Museo fondato da Antonio Pasqualino: un pupo palermitano datato 1910 del teatro di
Gaspare Canino.
Il documentario "L'infanzia di Orlandino" racconta l'attività di ricerca e di recupero dei pupi siciliani che il medico e studioso palermitano portò avanti soprattutto negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra.
L'immagine  - e quella sottostante - sono tratte da materiale promozionale messo a disposizione dal Museo Internazionale delle Marionette
L’opera, che ha vinto a Firenze il premio ‘Alida Valli’ come migliore Mediometraggio nell’ambito del ‘Festival Internazionale di Cinema e Donne’, raccoglie le testimonianze, fra gli altri, di Janne Vibaek, Mimmo Cuticchio, Gabriella Saladino, Francesco Agnello, Enzo e Nino Mancuso, Gioacchino Lanza Tomasi e Roberto Andò.
Determinante per la forza del racconto dedicato ad Antonio Pasqualino è il ricorso alle fotografie ed alle testimonianze familiari, ordinate dalla Gagliardo.

Teste di pupi siciliani, reperti che Pasqualino raccolse fra pupari, rigattieri e privati nella Sicilia del secondo dopoguerra.
L'immagine è tratta dal numero 65 della rivista 'Sicilia', edita da Flaccovio 
Così, la documentazione presente nell’”Infanzia di Orlandino” – in gran parte inedita e con preziosi spezzoni di spettacoli dell’Opera dei pupi – diventa anche un tributo a quella forma nobilissima di cultura popolare siciliana così amata da Pasqualino: uno studioso, così come lo ha ricordato recentemente il regista Roberto Andò, "capace di considerare il mondo del fantastico la cosa più seria creata dall'uomo". 

Dei ed eroi dell'epica indiana, wayang golek, marionette a bastone giavanesi.
Nel documentario a lui dedicato - che verrà presentato giovedi 26 aprile alle 18.30, all'interno del Museo palermitano - si racconta la storia di un medico e collezionista che, con i suoi studi, ha fornito una visione internazionale delle tradizioni popolari legate al teatro dei pupi





domenica 22 aprile 2012

I TAMMURINARA DI CALATAFIMI

Antonio Sparacino ed i fratelli Giuseppe e Michele Lentini, gli ultimi 'tammurinara' di Calatafimi in un disegno di Nicolò Mazzara, pubblicato nel 1926.
Sino a qualche decennio fa, i suonatori di tamburo in molti paesi della Sicilia svolgevano compiti di servizio pubblico, sia durante gli eventi religiosi che in quelli civili

“Narrare è l’ultima difesa contro il tempo”. Questo pensiero di Pietro Citati torna alla mente imbattendosi in certi piccoli racconti che fanno emergere dall’oscurità di decenni passati personaggi ed usanze siciliane, per lo più oggi dimenticate. E’ il caso della lettura della storia di Antonio Sparacino, Giuseppe e Michele Lentini, intesi rispettivamente – scriveva Nicolò Mazzara in ‘Sicilia!’, edito nel 1926 da Remo Sandron, opera di Zino Ardizzone – “Ninu l’orvu”, “Peppi e Micheli lo zoppu”. I tre erano allora ricordati da Mazzara come gli ultimi ‘tammurinara’ di Calatafimi, il paese trapanese più noto per le imprese garibaldine nell’isola. I ‘tammurinara’ – spiega il racconto – “vengono da quella classe dei ‘vastasi’ che va scomparendo ( facchini, pescivendoli, saccalora, portantini ); ma tra i vastasi – distingue Mazzara – hanno un grado più elevato”.
I ‘tammurinara’  – diffusi sino a qualche decennio fa in molti paesi dell’isola – avevano infatti un ruolo sociale di non poco conto, sia religioso che civico. Con la percussione dei loro tamburi, accompagnavano in primo luogo le messe cantate nei giorni di festa, soprattutto in occasione delle novene di Natale e durante le celebrazioni serali del giovedi santo. A volte, il tamburo dava il tempo alle litanie di santi cantate dai ragazzi e dalle donne.
Un 'tammurinaru' in azione a Mezzojuso nel 1971 durante la rappresentazione del Mastro di Campo, ispirata ad un romanzesco episodio storico ambientato nella Palermo del secolo XIV.
La fotografia è di Melo Minnella, ed è tratta dal numero 76 del periodico 'Sicilia' edito da Flaccovio
Nel caso di Antonio Sparacino e dei fratelli Lentini – questi ultimi figli di Nicolò, altro ‘tammurinaro’ di Calatafimi – capitava ancora che i loro tamburi accompagnassero anche i funerali. Per le loro prestazioni di natura religiosa, erano spesso ricompensati annualmente dal parroco con un paio di scarpe a testa. Tuttavia, la funzione ordinaria dei ‘tammurinara’ – in tempi in cui a Calatafimi la comunicazione non conosceva gli strumenti dei giornali, della televisione o di internet – era quella di avvisatori pubblici. Ai tamburi ed alle voci era affidata la diffusione delle ordinanze municipali di sollecita esecuzione – per lo più quelle che disponevano divieti e multe – e che la popolazione non avrebbe letto negli avvisi sulle cantonate.

Tre generazioni di 'tammurinara' a Petralia Sottana, durante i festeggiamenti di San Calogero.
La fotografia - pubblicata ne maggio del 1948 da 'le Vie d'Italia' del TCI - è di A.Collisani
Agli ultimi ‘tammurinara’ di Calatafimi – sottolineava infine 80 anni fa Mazzara, di cui alleghiamo due schizzi dei tre suonatori – toccava anche rendere pubblico servizio in materia di oggetti smarriti, non senza una benevola comprensione per lo smemorato. “A cu avissi truvatu un portafogghiu cu 300 liri dintra, chi fu persu nta lu chianu di S.Micheli, c’è 100 liri di viviraggiu. Ora daticcillu chi cu lu persi è patri di famigghia…” ( “Chi abbia trovato un portafogli con 300 lire dentro, che fu perso sulla piazza di S.Michele, avrà 100 lire di ricompensa. Adesso ridateglielo, che chi l’ha perso è un padre di famiglia…” ).

Michele Lentini nel secondo disegno dei 'tammurinara' di Calatafimi riproposto in questo post da ReportageSicilia.
Gli schizzi realizzati 80 anni fa Nicolò Mazzara ci riconsegnano alla memoria personaggi e tradizioni oggi dimenticate dalla memoria isolana 





giovedì 19 aprile 2012

LAVORO, IL DESERTO SICILIANO

Operai all'interno della miniera di kainite a San Cataldo, nel nisseno.
Attiva dal 1953 e gestita dalla Montecatini, l'attività di estrazione - destinata a produrre potassio utilizzabile in agricoltura - terminò nel 1992. La Regione Siciliana fu allora costretta a chiudere l'impianto per irregolarità nello smaltimento dei rifiuti di lavorazione, malgrado un successivo studio del CNR - datato 2002 - abbia stabilito una capacità produttiva sino al 2042.
Oggi la crisi dell'occupazione siciliana si deve anche al fallimento delle politiche economiche dei governi che si sono succeduti alla guida dell'autonomia regionale.
La fotografia - attribuita a Carlo Anfosso - è tratta dalla rivista del TCI 'le Vie d'Italia' del luglio 1962  

Non passa giorno che non vengano divulgati nuovi dati sulla crisi del lavoro e dell’economia.
I numeri che riguardano la Sicilia indicano una sorta di desertificazione delle attività imprenditoriali, sfavorite dalla strutturale debolezza del tessuto delle imprese isolane, dalla fallimentare e privatistica gestione dell’autonomia regionale e dall’arcaica ed oppressiva presenza – ancora nel 2012 – della cultura mafiosa.

Lavorazione della scorza dei limoni in provincia di Palermo.
Secondo la Confindustria, nel 2011 sono state 601 le imprese fallite in Sicilia, 199 delle quali nel palermitano.
La fotografia - datata 1880 - è opera di Eugenio Interguglielmi, ed è tratta dal volume 'Fotografi e fotografie a Palermo nell'Ottocento', edito da Alinari nel 1999
Riassumendo cifre e percentuali lette negli ultimi giorni – e volendo evitare analisi tecniche che non competono a questo blog - la linea d’ombra del lavoro nell’isola può essere riassunta da alcuni dati: 601 imprese fallite nel primo semestre del 2011 ( 199 nel palermitano, secondo dati Confindustria ), un aumento del 145 per cento degli ammortizzatori sociali nei primi mesi del 2012 ( ancora secondo fonti di Confindustria ), 42,6 per cento delle donne siciliane disoccupate e 38 per cento di giovani d’età compresa fra i 15 ed i 34 anni che non lavora e non studia ( dati Istat e Banca d’Italia ).

La crisi delle attività artigiane nell'isola è fra le più gravi dell'intero sistema economico. 
Nel 2011, secondo la Confartigianato di Palermo, in tutta la provincia hanno chiuso l'attività 1.800 botteghe.
Non va meglio in provincia di Catania,  dove le attività sono passate da 19.620 nel 2010 a 18.751 nel 2011.
Lo scatto di Josip Ciganovic ritrae uno degli ultimi ceramisti di Collesano ed è pubblicato nel I volume dell'opera 'Sicilia', edita da Sansoni nel 1962 
ReportageSicilia non è un blog che si occupa in maniera prevalente di economia e lavoro, se non nel recupero di immagini e testimonianze del loro passato.
Tuttavia, ignorare l’attuale desertificazione delle attività lavorative nell’isola significa non considerare la prospettiva di una conseguente desertificazione sociale della Sicilia; un rischio – quest’ultimo – che non può offrire ormai neppure la via di fuga dell’emigrazione, visto il carattere internazionale della crisi.

Un telaio per la produzione di tappeti ad Erice, attività artigianale femminile da tempo limitata alla vendità nei locali negozi di souvenir.
Ai nostri giorni, secondi dati dell'Istat e della Banca d'Italia, il 42,6 per cento delle donne siciliane non ha un'occupazione.
L'immagine, attribuita a Publifoto, è tratta dall'opera 'Sicilia', a cura di Aldo Pecora ed edita da UTET nel 1974
Se questa desertificazione avrà luogo, l’isola potrebbe perdere anche ogni capacità di difendere le sue risorse umane e culturali, prosciugando la vitalità di ogni sua funzione sociale.

La crisi economica delle famiglie siciliane colpisce pesantemente i minori, incidendo sulla loro possibilità di crescere secondo una prospettiva di benessere futuro.
Il dato statistico indica che oltre il 44 per cento dei bambini isolani patisce questa condizione.
Nella fotografia di Fosco Maraini,
un giovanissimo artigiano costruisce un canestro.
L'immagine, realizzata in provincia di Palermo, è tratta dal periodico 'le Vie d'Italia' del TCI, edito nel febbraio del 1953 
In quest'ottica, fa riflettere anche il dato diffuso in queste ore dall'Autorità per l'Infanzia, Save the Children, Istat e Telefono Azzurro, secondo cui in Sicilia il 44,2 per cento dei minori vive in contesti familiari segnati dalla povertà.  

Estrazione di granito nella zona catanese di Belpasso.
La fotografia è ancora una volta di Ciganovic ed è pubblicata nell'opera 'Sicilia' di Pecora sopra citata
In questo post, ReportageSicilia ripropone immagini di lavoro nell’isola dei decenni passati: è un omaggio alle capacità ed ai sacrifici dei siciliani del passato ed una speranza per quei tanti siciliani di oggi che – con analoghe capacità e sacrifici –credono ancora che il loro futuro non debba perdersi nel deserto dell'inoccupazione.
Lo stabilimento petrolchimico siracusano di Priolo Gargallo, in un'immagine che ne documenta i primi anni di attività, in pieno passaggio fra economia rurale e sviluppo industriale. 
Oggi, al pari di altri grandi impianti petrolchimici isolani, licenziamenti ed esodi stanno assottigliando anche qui i livelli di occupazione.
Nel frattempo, i guasti ambientali hanno devastato il territorio, precludendo la possibilità di una riconversione economica nel settore agricolo e turistico. L'immagine che chiude questo post è ancora di Publifoto ed è tratta sempre dall'opera 'Sicilia' di Aldo Pecora




domenica 15 aprile 2012

LA SICILIA DI GUILLERMO ROUX

Una tipica veduta delle coste trapanesi - il golfo di Bonagia - in un disegno con la tecnica
della mina in piombo.
L'opera è stata eseguita nel 1990 dal disegnatore argentino Guillermo Roux e l'immagine - come le altre riproposte in questo post da ReportageSicilia - è tratta dall'opera 'Immagini di Sicilia',
edita da Novecento nel 1998.
Il volume raccoglie 49 disegni che Roux eseguì nell'isola fra il 1990 ed il 1997, cogliendone la pienezza della luce nei suoi paesaggi e monumenti  

I suoi disegni a grafite ed ad acquarello – paesaggi e scorci di monumenti tracciati su carta in Sicilia fra il 1990 ed il 1997 – evidenziano la luce densa e violenta di certi luoghi dell’isola.
La nettezza del segno diventa così quella della natura e dell’arte siciliana, a dimostrazione del lavoro ‘sul campo’ – cioè dal vero – che Guillermo Rioux ha compiuto in quegli anni girando l’isola da Erice a Portopalo, vale a dire dal Tirreno al tratto di mare dove si incontrano lo Ionio ed il canale di Sicilia.

La quattrocentesca torre di avvistamento di terra
ad Isola delle Femmine,
nel palermitano.
Il disegno a grafite è del 1997, vent'anni dopo cioè
il primo viaggio di Roux in Sicilia.
Ancor oggi il disegnatore di Buenos Aires è uno
dei più attivi e conosciuti artisti del Paese sudamericano
Argentino di Buenos Aires, classe 1929 e figlio di Raul – illustratore famoso in patria – Guillermo Roux è ancora oggi uno dei più famosi disegnatori del Paese sudamericano.

Le pietre della colonia greca di Selinunte in un disegno
a mina di piombo del 1990.
Le opere di Roux sono nate
dall'osservazione diretta dei luoghi.
Nel volume edito da Novecento, Roberto Rocca scrive che "Guillermo ritrasse in Sicilia mistero ed ambiguità senza necessità di trasformali: restituì con fedeltà ciò che vide, ed inconsciamente ne fece
il ritratto fedele del proprio animo" 
Il suo rapporto con l’isola trova le premesse nel 1956, durante il primo viaggio in Europa ed in Italia, a Roma. Undici anni dopo – nel 1967 - l’artista argentino sbarcherà in Sicilia, isola in cui tornerà più volte per tratteggiare con forza e nettezza scorci naturali ed architettonici sparsi nell’isola.

Un acquarello di Roux intitolato 'Sicilia',
realizzato nel 1991.
L'opera edita da Novecento che raccoglie i disegni dell'artista argentino è accompagnata dalla citazione di interventi letterari dedicati all'isola, dall'immancabile Goethe a Brydone, da Guy de Maupassant ad Edoardo De Amicis e Guido Piovene. Non mancano neppure le pagine di autori dell'isola, da Brancati a Bufalino, da Quasimodo a Sciascia, ed ancora Vittorini,
Consolo e Collura.  
Fra i molti ricordi che avrà di quei viaggi – oltre alla bontà palermitana della frutta di martorana – vi sarà su tutti quello della luce presente all’interno del duomo di Monreale.
Intervistato nel luglio del 2005 dal ‘Clarìn’, Guillermo Roux così ricorderà l’edificio normanno: “está hecha en el 1100 o 1200. Es todo mosaico, decoración bizantina. Hay que adaptarse a la penumbra y empieza a surgir el oro de las paredes: la luz que hay dentro del oro. Y uno empieza a leer las historias bíblicas que van ocurriendo en las paredes. ¿Pero cómo las lee? Como en un cuento; como en un sueño. La oscuridad del ambiente separa de la realidad concreta de la calle”.

La costa siracusana di Portopalo, in un disegno a grafite 
compiuto nel 1991
Nel volume ‘Immagini di Sicilia’ – edito da Novecento nel 1998 e che nell’agosto dello stesso anno fu presentato anche al Centro Culturale Recoleta di Buenos Aires – sono raccolti appunto 49 suoi disegni isolani.

La cattedrale di Noto in un acquarello realizzato da Roux nel 1995.
Nato a Buenos Aires nel 1929, nel corso della sua carriera ha esposto a Londra, Parigi, Monaco di Baviera e New York.
L'opera 'Immagini di Sicilia' riproposta in questo post venne presentata nel 1998 al Centro Culturale Recoleta della capitale argentina
Nella prefazione del libro – del quale ReportageSicilia ripropone in questo post alcune riproduzioni di opere a grafite ed acquarello - Roberto Rocca, scrive che “questo libero sfogo di paesaggi siciliani, disegnati sul posto e sul vivo, frutto di impressione e non di pensiero, è un pretesto per liberarsi dal suo inconscio segreto, aprire l’animo senza più costrizioni nascoste, far nascere un nuovo frutto, ancora indenne dall’umano groviglio…

Capo Zafferano, nel palermitano, in un disegno a grafite datato 1991

 Mi accorsi che quanto chiedevo a lui di abbandonare, la Sicilia restituiva spontaneamente poiché la presenza dell’inconscio e del mistero risiedeva in ogni aspetto della natura, delle pietre, delle opere e del passato, della Sicilia intera, come nell’animo tormentato dell’artista… Per questo, mi sembra Guillermo ritrasse in Sicilia mistero ed ambiguità senza necessità di trasformarli: restituì con fedeltà ciò che vide, ed inconsciamente ne fece il ritratto fedele del proprio animo”.

Guillermo Roux in una fotografia tratta da Clarin.com.
Il disegnatore ha un suo sito internet, http://www.guillermoroux.com.ar/


martedì 10 aprile 2012

PESCI DI SICILIA

Venditore di pesce nel quartiere palermitano di Ballarò:
in primo piano, alcuni grossi cefali.
In questo post, ReportageSicilia propone una lista di nomi di pesci siciliani con il corrispettivo nome in italiano comune ( foto ReportageSicilia )
Di luoghi siciliani che portano nomi di pesci – in un mare dove i pesci sono sempre meno, o crescono nelle gabbie di allevamento, nutrendosi di mangimi provenienti dal Cile o dall’Argentina - ancor oggi è ricca la topografia dell’isola.

Pescatori siciliani, particolare tratto da 'Il faro' della pittrice palermitana  
Rosanna Musotto Piazza
I primi che vengono in mente all’autore di questo blog – tutti in provincia di Trapani – sono cala Minnola ( a Levanzo ), punta Fanfalo ( a Favignana ) e la spiaggia della Siccia ( ad Alcamo ). Un’attenta osservazione di capi, golfi e coste della Sicilia può allungare questa lista, comprendendo anche luoghi che rimandano pure alle attrezzature da pesca, come cala Sciabica – nel palermitano - fra Altavilla Milicia e Trabia.

Vendita del pescato ad Aci Trezza, in uno scatto realizzato da Ezio Quiresi e pubblicato sul volume 'Sicilia'
edito dal TCI nel 1961.
La ricchezza ittica dell'isola - oggi minacciata dall'inquinamento e dalla pratica dell'allevamento - è dimostrata dai numerosi toponimi
di cale e punte siciliane 
Ogni regione italiana che si affaccia sul mare indica le specie ittiche con termini dialettali, e l’isola ovviamente non fa eccezione; ReportageSicilia ripropone allora una piccola legenda che accosta ai nomi dei pesci siciliani quelli in italiano.
La lista – tratta dal volume ‘Mar dei Coralli – la pesca artigianale nella provincia di Trapani’, edita dal Consorzio Universitario della Provincia e dall’Istituto di Biologia Marina di Trapani nel 1997 – raccoglie le specie più diffuse lungo le coste e nei mercati ittici della Sicilia nord-occidentale.

Oggi le nasse sono costruite prevalentemente in materiale plastico, ma in Sicilia non è ancora tramontato l'utilizzo dei vimini intrecciati ( nassa a canestro ). E' un tipo di pesca effettuata in prossimità delle coste dell'isola e con piccole barche, come dimostrato da questa seconda fotografia di Ezio Quiresi, sempre scattata alla fine degli anni Cinquanta ad Aci Trezza
Ciò significa che la lista non ha la pretesa di raccogliere tutte le denominazioni dei pesci siciliani, poiché ogni provincia o addirittura ogni località di una stessa provincia può utilizzare nomi diversi per indicare una stessa specie ittica.

Uno dei pesci più pregiati pescati con facilità nei mari dell'isola di qualche decennio fa: 'u tunnu', il tonno. 
 L'immagine ritrae il suo trasporto all'interno dello stabilimento della tonnara di Favignana ed è stata realizzata da Nino Teresi, sempre per l'opera del TCI sopra menzionata
Naturalmente, ReportageSicilia aspetta eventuali segnalazioni od integrazioni, ad arricchire un patrimonio linguistico che trae origine e ricchezza da quello che sino a qualche decennio fa poteva ancora considerarsi come uno dei mari regionali più ricchi d’Italia.

Particolare del quadro di Renato Guttuso 'Ragazzi e pescespada'









Acchiata, occhiata
Aiola, mormora
Alalonga, alalunga
Angiova, acciuga
Aragosta, lausta
Aracula, sgombro
Aricciola, Ricciola
Augghia, aguglia
Bannera, cepola
Bisu, tombarello o bonito
Capune o lampuca, lampuga o corifena
Cicireddu, cicerello
Cipudda, scorfano rosso
Ciuciastra, sarpa maschio
Cocciu, pesce prete
Crapa o precchia, sciarrano
Curunedda, argentina
Facianu, capone o gallinella
Fanfalu, pesce pilota
Gurgiuni, ghiozzo
Lappano, tordo pavone
Luvaru, pagello fragolino
Luzzu, luccio marino o barracuda
Magnusa, pesce martello
Minnula, mennola
Mirluzzu, nasello
Mulettu, cefalo o muggine
Munacedda, castagnola
Murina, murena
Opa, boga
Opa ruedda, pagello bastardo
Palamitu, palamita
Passara, platessa
Paunissa, tordo
Pettini, pettine
Pisci porcu, pesce balestra
Pisci San Petru, pesce San Pietro
Pisci spata, pesce spada
Pisci tariòlu, pesce tamburo
Pizza di re, donzella
Prao o parago, pagro
Purpu, polpo comune
Rentici, dentice
Ritunnu, zerro
Runcu, grongo
Saracu, sarago
Sarda, sardina
Sareddu, sugarello
Sarpa, salpa
Scorfanu, scorfano nero
Scurmu, lanzardo
Siccia, seppia comune
Sirrania, perchia
Sparagghiuni, sarago maggiore
Spatula, pesce sciabola
Spicara, garizzo
Spina, spigola o branzino
Suca, sarago pizzuto
Tannuta, tanuta
Totanu, totano
Tremula, torpedine
Trigghia bianca, triglia di fango
Trigghia russa, triglia di scoglio
Tunnu, tonno
Turdu, tordo nero
Vairato, sarago fasciato
Viola, donzella


Barche da pesca al tramonto sul mare del golfo di Palermo, in un suggestivo scatto di Patrice Molinard pubblicato nell'opera 'La Sicile', edita da Del Duca di Parigi nel 1957.
La crisi dell'attività nell'isola è in corso da anni: dal 2009 ad oggi il pescato è diminuto del 30 per cento, con una riduzione dei posti di lavoro pari a quasi 2.000 unità.
Il calo delle risorse ittiche ed il caro gasolio sono solo alcune delle cause della crisi, che mette a rischio anche un patrimonio di conoscenze e risorse culturali legate al rapporto fra l'uomo ed il mare 

sabato 7 aprile 2012

SPAZZATURA A PALERMO

Una squadra palermitana di operai, armata di un getto d'acqua e strofinacci, esegue la spazzatura delle basole di corso Vittorio Emanuele, all'altezza di piazzetta S.Spirito. L'immagine - attribuita all'Avv. E.Alfano e data intorno al 1905 - è tratta dall'opera 'Fotografi e Fotografie a Palermo nell'Ottocento', edito da Alinari nel 1999 

In un comunicato stampa diffuso oggi, l’Amia – l’Azienda commissariata che gestisce a Palermo la raccolta dei rifiuti – fiduciosamente informa che “con la raccolta record di ieri di oltre 1480 tonnellate, e con gli interventi che si stanno completando oggi, è stata riportata alla normalità la raccolta dei rifiuti a Palermo… Nello scusarsi con la cittadinanza, Amia ringrazia per la pazienza di questi giorni e si augura che, con il contributo di tutti, possano essere superate le difficoltà in corso e che sia possibile in futuro evitare qualsiasi ulteriore disservizio che crei disagio alla città”.
Da palermitano fiducioso sulla possibilità che la gestione di un servizio cardine nella buona amministrazione di Palermo possa funzionare giorno per giorno – fiducia che, mi auguro, possa essere confortata dalla vigilanza del prossimo sindaco di Palermo – ReportageSicilia ripropone una fotografia risalente ai primi anni del secolo scorso.
L’immagine - che è anche un modesto 'contributo di idee' alla soluzione del problema rifiuti - rievoca una dimenticata usanza cittadina, basata semplicemente su impegno, buona volontà ed olio di gomito; a volte, a riguardare il passato della città si scopre che presente e futuro di Palermo possono diventare migliori.

venerdì 6 aprile 2012

QUANDO IL SALE ERA L'ORO BIANCO DI TRAPANI

Lavorazione del sale a Trapani in una fotografia di Nino Teresi pubblicata sul numero 6 della rivista  'Sicilia', edita dall'editore Flaccovio di Palermo.
Sino alla metà del secolo scorso, la produzione di sale trapanese raggiungeva le 150.000 tonnellate annue ed i mercati del Giappone e dei Paesi scandinavi

Un tempo il sale marino era considerato l’oro bianco di Trapani, capace di alimentare l’economia locale e di spingere le esportazioni di un prodotto siciliano sino ai mercati del Nord Europa – in primo luogo i Paesi scandinavi - e dell’Estremo Oriente.
Alla fine del secolo XIX, la produzione annuale raggiungeva le 150.000 tonnellate annue. Erano anni in cui il porto di Trapani era il luogo di partenza di importanti merci alimentari: oltre al sale marino, pesci in salamoia, farina e, ovviamente, il vino ottenuto dalle uve dell’intera provincia.

Questa immagine delle saline di Patrice Molinard è tratta dall'opera 'La Sicile', Couleurs du Monde, edita da Del Duca a Parigi nel 1957.
Sono gli anni della crisi del mercato trapanese del sale, sopraffatto dagli antiquati metodi di produzione e trasporto e dalle innovazioni nei trattamenti di conservazione dei prodotti alimentari.
Un recente riconoscimento del marchio 'Sale Marino di trapani-IGP' da parte del ministero delle Politiche Agricole fa sperare in un parziale rilancio dell'attuale produzione
Un quadro di quel traffico è riassunto nell’opera ‘Il Mediterraneo’ dei geografi Attilio Brunialti e Stefano Grande, edito da Utet nel 1922. “La vita industriale di Trapani – vi si legge – l’attività dei suoi numerosi pescatori, con le vaste saline e le cave di marmo delle vicinanze, sono tanti elementi cospicui di ricchezza, e il suo porto è importante anche perché vi fanno capo le numerose navi che pescano il corallo e le sardine”.
Ancora una fotografia di Molinard tratta dall'opera francese 'La Sicile'. Carichi di sale vengono avviati verso l'esportazione con metodi tradizionali ed ormai resi desueti dal progresso tecnologico: un carretto ed uno 'schifazzo', l'imbarcazione a vela che insieme alla 'muciara' assicurava il trasporto locale delle merci
L’età dell’oro per l’economia delle saline iniziò a tramontare in coincidenza con il progredire delle tecniche di conservazione dei prodotti; l’esportazione del sale trapanese subì una flessione dal 1951 al 1959, passando dalle 170.000 alle 20.000 tonnellate, destinate prevalentemente alla sola Norvegia.
Al declino dell’economia delle saline contribuì anche l’antiquato sistema di trasporto del prodotto, affidato agli ‘schifazzi’ ed alle ‘muciare’, le tradizionali barche da piccolo trasporto e pesca locale.

Il porto di Trapani in un'ormai storica fotografia del tedesco Giorgio Sommer, risalente agli inizi del Novecento.
In quel periodo, l'esportazione del sale costituiva insieme al marmo, al pesce in salamoia ed al vino la principale attività economica
 dell'intera provincia.
Lo scatto è tratto dall'opera 'Il Mediterraneo' di Attilio Brunialti e Stefano Grande, edita nel 1922 da Utet  
Ai nostri giorni, la Riserva dello Stagnone e le annesse saline di Trapani, Marsala e Paceco sono perlopiù note per il loro interesse ambientale e paesaggistico, cui contribuisce anche la presenza dei vecchi mulini di tipo olandese ed americano ( il secondo provvisto di timone ) per il pompaggio delle acque.
Una legge regionale del 1996 ha dato la possibilità, erogando l’80 per cento dei contributi ai proprietari, di restaurare gli interi impianti delle saline, recuperando grazie anche all’impegno del WWF Italia un paesaggio in stato di abbandono.

Uno scatto di Ezio Quiresi inquadra due mulini trapanesi di tipo olandese.
Insieme ai modelli di tipo americano - visibile nell'immagine che apre questo post di ReportageSicilia - questi meccanismi avevano il compito di pompare l'acqua dei bacini delle saline.
La fotografia è tratta dall'opera 'Sicilia', edita da Sansoni nel 1962 
Il recente riconoscimento da parte del ministero delle Politiche Agricole del marchio ‘Sale Marino di Trapani-Igp’ potrà forse rinverdire in parte i fasti economici dell’”oro bianco” locale.
Secondo le indicazioni del ‘Consorzio per la Valorizzazione del Sale Marino di Trapani’, ai nostri giorni gli addetti al settore sono circa 150 ed il un fatturato è di circa 13 milioni di euro l’anno: numeri e cifre certo lontani dal periodo aureo delle saline – periodo del quale ReportageSicilia ripropone in queste post alcune immagini - ma che testimoniano il persistere di una delle più antiche forme di attività produttiva dell’isola.
Al centro dell'attività della salina vi è infatti il "curatolo", che regola e dirige le fasi lavorative. La conoscenza esatta del passaggio da una fase all'altra - scrive Valeria Patrizia Li Vigni, nell'opera "Le Vie del Mare", edita nel 2008 dalla Regione Siciliana - "è l'espressione di una tradizione familiare appresa sin da piccoli e trasmessa da padre in figlio".

Ancora un'immagine di Nino Teresi coglie un momento di antico lavoro all'interno delle saline.
 Oggi, secondo un dato fornito dal 'Consorzio per la Valorizzazione del Sale Marino di Trapani', l'attività produttiva coinvolge circa 150 persone: un dato che testimonia la sopravvivenza a Trapani di una pratica risalente all'età fenicia 






giovedì 5 aprile 2012

'TODOMODO', UN PERIODICO PER SCIASCIA

Un ritratto fotografico di Leonardo Sciascia all'interno della sua casa di campagna di contrada Noce, opera di Carla De Gregorio.
L'Associazione Amici di Sciascia ha recentemente edito il primo numero del periodico 'Todomodo', dedicato alla figura ed al pensiero dello scrittore e saggista di Racalmuto.
La foto della De Gregorio e le altre immagini di Sciascia pubblicate in questo post sono tratte dalla rivista 'Nuove Effemeridi', anno III, n.9, 1990/1991 

Scrivere di Leonardo Sciascia è per ReportageSicilia un improponibile azzardo, tanto lucida ed essenziale è stata la sua  osservazione del mondo e delle persone, ben al di fuori dei confini geografici e culturali della Sicilia.
Volendo evitare il facile espediente della citazione di opinioni d’altri, l’autore di questo blog preferisce allora attingere alla semplice memoria del suo passato: qui conserva il ricordo di un brevissimo incontro con lo scrittore, a Palermo, negli ultimi anni della sua vita.

La copertina del periodico, che ha cadenza annuale. Al primo numero è allegato
un cd che ripropone gli interventi di Leonardo Sciascia ai microfoni
di Radio Radicale; l'opera è stata già presentata in alcune città italiane ed il prossimo appuntamento è in programma venerdi  20 aprile a Torino

Sciascia stava uscendo da una piccola libreria allora esistente in via Archimede, quasi all’angolo con viale della Libertà, a pochi passi da via Siracusa e dal portone della casa editrice Sellerio. Benchè fossi un ragazzino, riconobbi subito la sua figura, il corpo minuto ed appoggiato ad un elegante bastone da passeggio.
Per qualche attimo ne incrociai lo sguardo, animato da un disteso sorriso appena velato dal fumo dell’immancabile sigaretta che oggi mi ricorda il protagonista del suo romanzo forse più doloroso, ‘Il cavaliere e la morte’. Lui sembrò concentrasi per qualche secondo sul mio volto stupito dall’incontro e poi riprese il cammino.

"... benchè fossi un ragazzino, riconobbi subito la sua figura, il corpo minuto
 ed appoggiato ad un elegante bastone da passeggio...".
Questo ritratto sciasciano, ambientato a Ragusa, è di Giuseppe Leone

Anni prima quel casuale incrocio di sguardi, avevo già comprato e letto con trasporto adolescenziale i suoi più conosciuti racconti, da ‘Gli zii di Sicilia’ al ‘Mare colore del vino’, da ‘Il giorno della civetta’ a ‘Todomodo’.
A quasi 23 anni dalla sua morte – in un panorama della società italiana afflitta dalla quasi totale assenza di linfa proveniente da uomini d’intelletto – l’assenza di Leonardo Sciascia è parzialmente ripagata da iniziative che intendono non porne in un cono d’ombra le idee.

Particolare di un olio su tela di Bruno Caruso, datato 1971

All’Associazione Amici di Sciascia http://www.amicisciascia.it/ - organismo fondato da Francesco Izzo - si deve ad esempio la pubblicazione di una rivista intitolata ‘Todomodo’. Il periodico – che ha cadenza annuale e che per questa sua prima uscita propone anche un cd che ripropone gli interventi di Leonardo Sciascia a Radio Radicale – è stato già presentato in varie città italiane. Il prossimo appuntamento è fissato a Torino, venerdi 20 aprile, così come pubblicato nel sito dell’Associazione.

I giorni di lutto a Racalmuto dopo la morte dello scrittore, il 20 novembre 1989.
L'immagine riproposta da ReportageSicilia è di Melo Minnella




mercoledì 4 aprile 2012

GLI ULTIMI PESCATORELLI DI SANT'ELIA

Bambini che pescano con un sacco di juta in una secca
nel mare palermitano di Sant'Elia.
L'immagine fa parte di una sequenza realizzata nel 1976 da Paolo Di Salvo e rimanda alla memoria i 'pescatorelli' ritratti dal pittore Francesco Lo Jacono lungo le stesse coste nella metà del secolo XIX 

Ci sono scene che, a distanza di decenni, testimoniano le stesse pratiche e gli stessi gesti di persone nate nel solco della cultura dei luoghi da loro vissuti.

Uno scorcio della borgata di Sant'Elia - luogo della sequenza scattata da Paolo Di Salvo - in una fotografia di Ezio Quiresi pubblicata dal volume 'Sicilia', edito da Sansoni nel 1962 
Così, quando Paolo Di Salvo ha concesso a ReportageSicilia altre fotografie dal suo personale scrigno di immagini siciliane – gli scatti di un gruppo di bambini che pescano su una secca del mare palermitano di Sant’Elia, nel 1976 – il riferimento immediato è andato verso i ‘pescatorelli’ ritratti da Francesco Lo Jacono a Palermo nella seconda metà del secolo XIX; da qui la scelta di corredare questo post con un intreccio di scatti in bianco e nero di Di Salvo ed di colori di Lo Jacono, pittore che – nel giudizio dello scrittore Salvatore Spinelli, “ci ha lasciato immagini indimenticabili per la luminosità, le trasparenze, la vaporosità del cielo, le sfumature e striature di toni del mare, il vivo senso della stagione e dell’ora”.

Una tela di Francesco Lo Jacono ( Palermo 1838-1915 ) coglie un gruppo di pescatorelli che giocano alla ricerca di telline ed altre piccole prede di scoglio lungo la costa palermitana
Da parte sua, Di Salvo ricorda che i bambini che in quella giornata di 36 anni fa pescavano sulla secca, “sono attori di un gioco appartenente ad un mondo fanciullesco, oggi profondamente modificato dalla civiltà tecnologica, che tende all’imitazione dell’attività e del lavoro degli adulti.

All'interno di un pentolino di latta smaltata il trio di giovanissimi pescatori di Sant'Elia raccoglie il bottino di un gioco che è la riproposizione di antiche pratiche familiari. 
L'odierno declino delle attività di pesca ha cancellato quasi del tutto la possibilità di documentare la presenza di 'pescatorelli' palermitani documentati in questo post 

Il sacco di juta usato per la cattura dei pesci non è che una riproduzione rudimentale della rete strumento di lavoro; appaiono inoltre evidenti l’azione di squadra e la gerarchia dei ruoli.

Scrive Di Salvo a commento della sua sequenza fotografica, "i bambini che pescano sulla secca sono attori di un gioco appartenente ad un mondo fanciullesco, oggi profondamente modificato dalla civiltà tecnologica, che tende all'initazione dell'attività e del lavoro degli adulti..."
Come scriveva Giuseppe Pitrè in ‘Giuochi fanciulleschi siciliani’, in Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, volume XIII, 1883, ‘lo spirito di imitazione è il primo e principale carattere della fanciullezza… molti dei suoi giochi… sono ripetizione, contraffazione di atti, di pratiche, di abitudini degli uomini…’”

Ancora un'opera di Lo Jacono che fissa la scena veristica di un gruppo di bambini che ripetono gesti e pratiche familiari apprese nel contesto delle comunità che a Palermo, ancora alla fine dell'Ottocento, si sostentavano grazie alle attività di pesca
La quasi scomparsa delle attività artigianali di pesca – sostegno economico e patrimonio culturale per migliaia di famiglie siciliane, sino a qualche anno fa – già ai nostri giorni ha cancellato la possibilità di rappresentazione di altri ‘pescatorelli’; un motivo in più per conservare memoria di quelli fissati – con diversi strumenti documentari - da Lo Jacono e da Di Salvo.
Nella riproduzione pittorica dei suoi pescatorelli palermitani, Lo Jacono sembra fissare con i suoi colori le parole di Giuseppe Pitrè, che nel 1883 scriveva "lo spirito di imitazione è il primo e principale carattere della fanciullezza... molti dei suoi giochi... sono ripetizione, contraffazione, di atti, di pratiche, di abitudini di uomini..."

Ancora Di Salvo aggiunge che "il sacco di juta usato per la cattura dei pesci non è che una riproduzione rudimentale della rete strumento di lavoro; appaiono inoltre evidenti l'azione di squadra e la gerarchia dei ruoli..."