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lunedì 31 dicembre 2012

RITRATTO FAMILIARE AL CIVICO 71

Un ritratto di famiglia siciliana intitolato "casa al civico 71" e realizzato nella metà degli anni Sessanta da Italo Zannier.
La fotografia è tratta dall'opera "la Sicilia" della collana "Coste d'Italia" prodotta dall'ENI nel 1968

Il fotografo Italo Zannier – già presente nei post di ReportageSicilia – realizzò questo ritratto familiare in posa nell’ultimo scorcio degli anni Sessanta.
L’immagine è stata pubblicata nell’opera “la Sicilia” della collana “Coste d’Italia”, prodotta dall’ENI nel 1968, senza alcun riferimento sul luogo in cui è stata scattata la fotografia: la didascalia che l’accompagna recita testualmente “casa al civico 71”.
Sulla soglia di un’abitazione costruita in pietra e dipinta in bianco Zannier fissa una famiglia composta da un uomo, quelli che sembrano essere i suoi tre figli – un bambino maschio e due sorelle – ed una donna anziana, forse una nonna dei piccoli.
La composizione del gruppo e l’assenza di una figura materna suggerisce l’ipotesi che in quella abitazione possa essersi vissuto il dramma di un lutto familiare.
L’immagine di Zannier sembra tuttavia ricomporre un quadro di coesione domestica, dimostrata anche dalla decisione dell’uomo di accettare l’invito del fotografo a mettere in posa l’intera famiglia, con il corredo di una vecchia sedia ed un triciclo di latta.
L’aspetto esterno della casa – costruita sul piano stradale, con la sua grondaia in coppi di terracotta, l’arco di mattoni della porta d’accesso, la piccola finestrella aperta sul prospetto ed il cavo della linea elettrica con il vecchio isolante in ceramica – non chiarisce se il luogo della fotografia si trovi in una località marina o piuttosto in una zona rurale dell’isola.
La fotografia di Zannier coglie comunque l’intimità degli affetti in quella casa siciliana ed il valore della convivenza familiare fra anziani e bambini: una risorsa ancor oggi presente soprattutto all’interno della residua società rurale dell’isola.



venerdì 28 dicembre 2012

ACI TREZZA, TUTTO CAMBIO' DOPO 'LA TERRA TREMA'

Uno scorcio di Aci Trezza con i suoi faraglioni lavici in una fotografia di Ezio Quiresi tratta dall'opera
"Sicilia-Attraverso l'Italia" edita  nel 1961 dal TCI.
Sino al 1949, la borgata bagnata dallo Jonio
era sconosciuta anche a molti siciliani.
Dopo che Luchino Visconti vi realizzò le riprese del film "La terra trema", buona parte dei pescatori avviò lo sfruttamento turistico della località, cancellandone di fatto l'originaria bellezza 

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia sono la testimonianza di un fenomeno documentario che a partire dagli inizi degli anni Cinquanta mise in primo piano Aci Trezza ed i suoi pescatori.
Le immagini sono tratte da varie pubblicazioni dedicate alla Sicilia, edite sino all’ultimo scorcio degli anni Sessanta, ed indicano l’interesse per un luogo che sino al 1950 era rimasto ignorato da gran parte degli stessi siciliani.

Pescatori al lavoro sulle reti a pochi metri dal mare.
La fotografia riproposta da ReportageSicilia è tratta dal volume di
Giuseppe Caronia "Urbanistica come civiltà-Rapporto sulla Sicilia",
edito nel 1961 da S.F.Flaccovio.
Pochi anni prima, decine di abitanti della borgata avevano recitato come attori non professionisti nel film di Visconti, ottenendo compensi economici che avrebbero modificato le aspettative della comunità locale e l'aspetto dell'ambiente in cui era sino ad allora vissuta 
I motivi per cui schiere di cronisti e fotoreporter scoprirono il sino ad allora sconosciuto villaggio bagnato dallo Jonio sono ovviamente legati al clamore riscosso nel 1948 dal film di Luchino Visconti “La terra trema”.
Il regista ambientò proprio ad Aci Trezza il romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga, soggiornandovi quasi ininterrottamente dall’ottobre del 1947 e sino a maggio dell’anno successivo.

Una barca rientra a terra nella luce del tramonto,
sfiorando nella sua rotta i quattro faraglioni.
La costruzione di una diga che avrebbe dovuto difendere Aci Trezza dalle violente mareggiate ha favorito l'accumulazione di alghe all'interno della baia, senza risolvere i problemi legati alla tenuta degli ancoraggi.
L'immagine è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia",
edita dal TCI nel giugno del 1967
La scelta di non utilizzare attori ma interpreti scelti fra pescatori e donne del villaggio che in scena recitavano nella parlata locale contribuì al fallimento commerciale dell’opera, il cui lancio – nel 1948 - era stato pure preceduto dal riconoscimento del premio speciale della giuria del Festival del Cinema di Venezia.

Una barca carica di nasse, in un'altra fotografia
di Ezio Quiresi edita nel 1961. 
Il mare di Aci Trezza ancora negli anni Cinquanta era ricco di pesce: la cementificazione della costa dei decenni successivi ha prodotto un inevitabile inquinamento dell'ambiente marino.
I primi divieti di balneazione nella borgata comparvero già nel 1979  
L’investitura della critica non servì a promuovere l’interesse verso il film di un pubblico italiano appena travolto dall’onda di un boom economico assai lontano dall’arcaica condizione della piccola comunità di pescatori siciliani raccontata da Visconti.
La conseguenza più importante della realizzazione della pellicola fu semmai quella di stravolgere l’aspetto di Aci Trezza e la mentalità di buona parte dei suoi abitanti.

Uno scorcio dell'edilizia di Aci Trezza pochi anni prima
la sua radicale trasformazione.
La rapida riconversione economica della borgata - basata in maniera sempre più incisiva sul turismo - favorì la costruzione di strutture in cemento che hanno modificato per sempre l'aspetto della costa di roccia lavica.
Anche quest'immagine - come le due che seguono - è tratta dall'opera di Giuseppe Caronia edita da S.F.Flaccovio nel 1961
Gratificati dalla notorietà ottenuta grazie al film e dai benefici economici ottenuti durante la sua lavorazione – gli abitanti venivano pagati 450 lire a ripresa ed altri compensi venivano loro garantiti dall’affitto di barche, reti da pesca ed alloggi usati come set – i pescatori furono irretiti dall’improvviso benessere.


Aci Trezza, in una fotografia attribuita a B.Stefani che riassume l'ambiente  della borgata marinara  prima dell'aprile del 1953, quando l'immagine venne pubblicata dalla rivista del TCI "le Vie d'Italia"

Molti di loro abbandonarono il duro lavoro in mare per diventare affittacamere o ristoratori, mentre il borgo acquisiva sempre più l’aspetto di una qualsiasi località turistica. La trasformazione determinò anche la demolizione di una parte delle storiche case con le loro ringhiere in ferro e le piccole porte d’accesso, sostituite da un’edilizia anonima e di avvilente qualità architettonica.

Discussione sulla scalinata della borgata,
fra il mare e la chiesa di San Giovanni.
Per la realizzazione de "La terra trema", Visconti trascorse ad Aci Trezza un periodo compreso fra l'ottobre del 1947
ed il maggio del 1948.
Qualche mese dopo, il film avrebbe vinto il premio speciale della giuria del Festival di Venezia: un riconoscimento che non incise sul successo commerciale della pellicola, i cui dialoghi mantennero la parlata locale degli attori non professionisti
“Se “La terra trema” ha reso famoso il villaggio, ne ha segnato anche la lenta agonia ed infine la morte – scriverà nel 1981 il giornalista Francesco Russo – perché Aci Trezza, oggi, non esiste più. Prima della realizzazione del film, era ancora un mondo idilliaco, pulito, immerso nella sua quasi innocenza primordiale, con una trattoria di nessuna pretesa sul lungomare dove si mangiava modestamente guardando i tre faraglioni di lava rappresa che si ergevano con nera prepotenza sul cobalto del mare.


La scogliera di Aci Trezza in una fotografia pubblicata in una guida dell'ENIT della Sicilia tra la fine degli anni Cinquanta ed il decennio successivo dello scorso secolo: sul paesaggio primitivo raccontato da "La terra trema" hanno fatto la loro comparsa basi in cemento, passerelle, sdraio ed ombrelloni del turismo d'assalto

Gli scogli di lava su cui un tempo giocavano i bambini e le donne stendevano il bucato furono ricoperti di cemento per sistemare cabine, piazzole per bar, sedie a sdraio e piste da ballo”.


Un'eccezionale veduta di Aci Trezza databile alla fine dell'Ottocento.
Sulla sinistra, l'originario tracciato della strada statale che collega Catania a Messina, lungo la costa dello Jonio.
L'immagine è tratta dall'opera  "Acireale d'altri tempi", a cura di Cristoforo Cosentini ed edita nel 1970 dalla Regione Siciliana-Assessorato per il Turismo-Azienda Autonoma della Stazione di Cura di Acireale 

Negli anni successivi, la devastazione dello straordinario paesaggio di Aci Trezza sarebbe stata completata con la costruzione di una diga lunga 160 metri, responsabile della stagnazione di un’enorme e maleodorante quantità di alghe.

Pescatori in strada, luogo che in tutte le borgate marinare del Mediterraneo - come lo era Aci Trezza -  diventava
uno spazio di discussione e di lavoro
L’opera avrebbe dovuto proteggere le imbarcazioni dalle violente mareggiate; scettici nei confronti della sua efficacia, i pescatori avrebbero invece continuato a tirare in secca le barche.
Sullo scomparso paesaggio verghiano, infine, sarebbe calata la scure dell’inquinamento. I primi divieti di balneazione comparvero nel 1979, ed oggi l’immagine di Aci Trezza non è più quella delle fotografie riproposte da ReportageSicilia: un epilogo comune a tanti altri borghi marinari – non solo siciliani – e che dimostra l’incapacità dell’uomo di far sopravvivere le bellezze ambientali alla scelta di farne oggetto di sfruttamento turistico.

Il paesaggio aspro e primitivo del mare di Aci Trezza e dei suoi faraglioni in uno scatto tratto dall'opera "Sicilia"
edita dal TCI nel 1961 ed attribuito all'ENIT. 
Oggi quel mondo primordiale non esiste più, soffocato dall'invasivo intervento dell'uomo sull'ambiente e sui suoi stessi comportamenti nella gestione dell'economia locale



giovedì 20 dicembre 2012

SICILIANDO














"Nessuno come il siciliano ha paura della gioia e della felicità: gli sembrano cose contro natura"
Giuseppe Padellaro

CAPO ZAFFERANO, IL PAESAGGIO DETURPATO DAL CEMENTO

Il promontorio palermitano di capo Zafferano e la borgata di Sant'Elia in una fotografia realizzata da Carlo Brogi agli inizi del Novecento e riproposta da ReportageSicilia dall'opera del TCI "Sicilia", 
edita nel 1933.
L'immagine è una straordinaria testimonianza della bellezza di quest'angolo della costa tirrenica siciliana, prima che una marea di cemento sconvolgesse per sempre l'aspetto del paesaggio 

Ci sono interi tratti delle coste siciliane quasi del tutto impraticabili ai siciliani ed a quei visitatori dell’isola che credono di potervi fare facilmente un bagno. 
Specie in provincia di Palermo – soprattutto lungo il litorale Est, verso Messina – l’accesso al mare è sbarrato da una cortina impenetrabile di complessi residenziali, ville, villette ed altra edilizia d’incerta e fatiscente costituzione. 


Il profilo di capo Zafferano in una fotografia pubblicata al volume "Sicilia pagana", edito nel 1963 da S.F.Flaccovio.
Il promontorio è oggi uno dei tanti luoghi della costa palermitana dove l'accesso al mare è impedito dal proliferare di  sbarramenti ed accessi privati di residence e ville spesso costruite in maniera abusiva

La cementificazione delle aree demaniali è stata martellante nel tratto litoraneo che va dalla borgata di Aspra sino ad Altavilla Milicia, costa oltre la quale l’alterazione dell’ambiente costiero ha raggiunto il suo apice con lo sviluppo dell’edilizia industriale nella piana di Buonfornello.
Le immagini riproposte in questo post da ReportageSicilia sono dedicate al promontorio di capo Zafferano, che di questo lungo tratto marino della provincia di Palermo è uno dei suoi elementi paesaggistici più rilevanti.
Il suo massiccio roccioso scandisce ad Est di Palermo il variare della costa siciliana del Tirreno.

Un pastore con il suo gregge lungo la costa che guarda capo Zafferano: una visione bucolica offerta da uno scatto pubblicato nel volume "Sicilia" del giornalista svizzero Daniel Simond, edito nel 1956 da Salvatore Sciascia

Tra la fine degli anni Cinquanta e nei decenni successivi – in un periodo successivo alla datazione delle immagini presenti nel post – proprio capo Zafferano è stato uno dei luoghi più intaccati dall’edilizia delle seconde case, frutto di quell’economia del così detto “benessere” basata sulla distruzione di quell’ambiente costiero considerato come oggetto di puro consumo. 
L’ondata di cemento è stata quindi seguita dalla creazione di muri di cinta, inferriate e sbarramenti che hanno di fatto precluso l’accesso al mare, in un contesto di incontrollati abusi edilizi.


Ancora una fotografia del capo tratta dall'opera di Daniel Simond.
A metà del secolo scorso lo storico dell'arte Giuseppe Bellafiore
paragonò il profilo del promontorio
ad una "feluca del mare"

Prima della cementificazione di quel territorio, Giuseppe Bellafiore poteva descrivere in termini quasi bucolici un paesaggio che oggi conserva poche tracce di questo scenario:
“La costa di Bagheria, da Aspra a Casteldaccia, si apre a paesaggio stupendi, fra i più suggestivi dell’isola. Il villaggetto di Aspra vive la vita del suo mare, le incertezze e la precarietà della pesca. Dalle sue case si stacca incombente una via panoramica che, dopo la svolta del capo di Mongerbino, guarda una scogliera selvaggia, affascinante sia che vi battano le lunghe onde del mare aperto, o vi gorgogli l’acqua limpida e cristallina. Quasi isolato nel mare, in forma di accademica feluca, è il capo Zafferano”.
Il post si apre con un’immagine panoramica della costa fra il capo ed il villaggio di Sant’Elia realizzata entro il 1910 dal fotografo Carlo Brogi e tratta dal volume “Sicilia” edito dal TCI nel 1933: una veduta che restituisce il volto di quel panorama “fra i più suggestivi dell’isola” e scomparso ormai da decenni.


Una visione topografica della zona di capo Zafferano in scala 1:50.000
tratta dalla carta geografica "Palermo, la Conca d'Oro e dintorni",
risalente ad un periodo precedente al 1940




mercoledì 12 dicembre 2012

LINOSA, VOLTI E COLORI DELL'ISOLA DIMENTICATA


Scena di vita quotidiana a Linosa, l'isola delle Pelagie
che conta oggi circa 400 abitanti.
L'immagine - al pari delle altre riproposte nel post da ReportageSicilia - è del fotografo friulano Italo Zannier
 ed è stata pubblicata nell'opera 'la Sicilia',
collana "Coste d'Italia" prodotta dall'ENI nel 1968.
Oggi come allora, Linosa vive in una condizione di sostanziale isolamento e disinteresse per i problemi della sua comunità 

  

Non è questo il primo post che ReportageSicilia dedica a Linosa. In passato, il blog ha infatti riproposto parte di un reportage firmato da Mauro De Mauro pochi anni prima il suo ancor oggi misterioso rapimento; le fotografie di quel servizio http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/04/1965-de-mauro-nella-selvaggia-linosa.html restituiscono le immagini di un’isola allora sconosciuta a gran parte degli italiani ( circostanza sostanzialmente immutata, visto che mezzo secolo dopo il turismo di massa continua a preferire a Linosa la più nota ed attrezzata Lampedusa ).
In questo secondo post, le immagini della piccola isola delle Pelagie si devono agli scatti del friulano Italo Zannier, attivissimo ricercatore e critico fotografico con numerose esperienze di reportage nei Paesi del Mediterraneo.  
Il suo materiale documentario, ora riproposto da ReportageSicilia, è tratto dall’opera “la Sicilia”, collana “Coste d’Italia” prodotta dall’ENI ed edita nel 1968 da Amilcare Pizzi- Milano.

Linosari in attesa dell'arrivo del traghetto partito 11 ore prima da Porto Empedocle.  Da bordo, sbarcheranno pochi passeggeri e, soprattutto, generi di prima necessità: dai prodotti alimentari ai medicinali,
dalle bombole del gas alla benzina.
Ancor oggi, gli abitanti dell'isola chiedono l'entrata in servizio di un impianto di rifornimento carburanti che li libererebbe dalla dipendenza da Lampedusa e Porto Empedocle 

Per realizzare il suo lavoro fotografico, Italo Zannier compì allora il periplo siciliano a bordo di un Maggiolino Wolkswagen, senza tralasciare la visita delle sue isole minori. 
Gli scatti eseguiti a Linosa – prevedibilmente fra il 1966 ed il 1967 – non sono soltanto un freddo documento dello stato dei luoghi di allora. 
Queste fotografie restituiscono infatti la condizione di reale “isolamento” delle 350 persone che abitavano allora Linosa; da poco beneficiarie dell’energia elettrica, i residenti erano aperti al resto del mondo unicamente grazie ai viaggi di un vecchio traghetto con Porto Empedocle, distante 100 chilometri di mare.

Una strada di Linosa con i pali della luce.
L'elettrificazione dell'isola risale agli anni  Sessanta,  e pose fine al ricorso alle lampade a petrolio ed alle candele

All’epoca in cui Zannier mise piede a Linosa, l’isola viveva ancora gli stenti provocati nel 1961 dalla morte per siccità di 2000 bovini, principale fonte di sostentamento delle famiglie. 
Il giornalista Francesco Rosso che sulle pagine de ‘la Stampa’ raggiunse in quel periodo questa terra vulcanica dopo 11 faticose ore di navigazione, scrisse che i capi-famiglia, per sostentare mogli e figli, erano emigrati in massa verso la Germania.
Linosa, allora come ai nostri giorni, pur disponendo di fondali pescosissimi, viveva dei frutti della terra: la sua gente – scriveva Rosso – è “terragna”, al pari di tanti altri isolani siciliani, sia essi dell’isola madre che del suo arcipelago.
“Non c’è un pescatore professionista in tutta l’isola, tranne quelli che trascorrono le ore libere su una scogliera buttando le lenze come i pescatori domenicali del Po”, spiegava il cronista ai lettori, che poi riportava quello che sarebbe stato il commento di un linosaro: 
“A chi venderemmo del pesce? Tolti i due vapori settimanali, a Linosa non ferma nessuno, nemmeno i turisti che vanno matti per lo stato della natura”.
Concludeva così Rosso quella cronaca di 51 anni fa: 
“ A Linosa non arrivano turisti, a scendere sull’orlo di pietra nera si ha l’impressione che l’isola si sbilanci, ed è forse per questo che nessuno mette piede su questa tavola di roccia, sperduta nel mare come una zattera. Non ci vengono nemmeno i rappresentanti dei partiti a far propagande nei periodi elettorali; duecento voti non pagherebbero il viaggio penoso. Quei voti hanno un peso tanto scarso che nessuno ha saputo dirmi per chi votano i linosari. Forse addirittura non votano: sono così lontani e dimenticati che non accampano nessun diritto…”.

Le basse case di Linosa con lo sfondo della vegetazione e del mare.
Agli inizi degli anni Sessanta l'economia pastorale subì i colpi della siccità e  numerosi  capi famiglia decisero di emigrare in Germania. Come in molti altri luoghi siciliani costieri o addirittura isolani, il sostentamento primario si basa sulle attività legate allo sfruttamento della terra 

Oggi i circa 400 abitanti di Linosa protestano da mesi perché nell’isola non è ancora entrato in funzione una stazione per la vendita dei carburanti, con conseguente necessità di viaggi verso Lampedusa e Porto Empedocle allo scopo di riempire – a carissimo prezzo - i serbatoi dei propri veicoli http://www.agrigentonotizie.it/cronaca/protesta-carburante-occupazione-comune-linosa-3-dicembre-2012.html
Certo, rispetto a qualche decennio fa il turismo estivo riesce ad alimentare una fetta importante di economia; in definitiva, però, l’isola continua ad essere un angolo quasi dimenticato d’Italia, ed ancor oggi ignorato dai politici.
Questo post si apre allora con una di quelle fotografie di Italo Zannier che vi ritrae una scena di vita quotidiana: i suoi abitanti e con quel volto di giovane ragazza che, da quel giorno di quasi cinquant’anni fa, sembra chiedere ancora attenzione ed interesse verso il presente ed il futuro di Linosa.

Il nero profilo vulcanico di Linosa nell'ultimo scatto realizzato
da Italo Zannier riproposto da ReportageSicilia
 
   


sabato 8 dicembre 2012

SCORCI SICILIANI PRIMA DI GOOGLE EARTH

La costa palermitana di Sferracavallo, preceduta
dalla piana dei Colli con la sua oggi
scomparsa spezzettata proprietà terriera.
L'aerofotogrammetria - come altre quattro riproposte in questo post da ReportageSicilia - sono tratte dal saggio del geografo Ferdinando Milone "Sicilia, la natura e l'uomo", edito nel 1960 da Boringhieri

Le fotografie riproposte in questo post da ReportageSicilia – ad eccezione di una, tratta dall’opera dell’Enit "Il libro dei giorni italiani - Le isole felici", del 1966 - sono tratte dal saggio del geografo Ferdinando Milone “Sicilia, la natura e l’uomo”, edito nel 1960 da Boringhieri.

Il canale di Sicilia con l'ordinata pianta urbana di Gela
e le campagne circostanti:
l'immagine svela l'identità economica originaria della cittadina nissena,
legata alle produzioni agricole
Si tratta più precisamente di 6 aerofotogrammetrie in bianco e nero scattate prevedibilmente negli anni Cinquanta per un fine militare e cartografico, senza qualsiasi indicazione che ne possa favorire l’attribuzione.
L’aerofotogrammetria – oggi soppiantata dalle immagini satellitari e da strumenti di larga diffusione come “Google Earth” – ha il pregio di restituire un’immagine asettica del paesaggio, rivelandone le sue caratteristiche naturali e gli interventi in esso compiuti dalla mano dell’uomo.

Il territorio etneo che raccoglie i centri abitati
di Giarre, Riposto e Mascali,
oltre agli abitati di San Giovanni e Nunziata.
L'aerofogrammetria coglie l'intensità delle colture locali - vigneti e limoneti - in un contesto orografico segnato dalle fertili sabbie vulcaniche
Le immagini riproposte nel post – data la loro datazione – offrono la possibilità di scoprire le profonde trasformazioni subite dal territorio siciliano dopo oltre mezzo secolo.
Così, ad esempio, l’aerofotogrammetria della costa palermitana di Sferracavallo restituisce il volto di una piana dei Colli dall’aspetto agricolo, non ancora stravolto dalla speculazione edilizia. La piana di Gela svela invece l’ordinato tessuto urbano della cittadina nissena e la sua economia agricola prima del disordinato sviluppo indotto dall’affermazione dell’industria del petrolchimico.

La tentacolare topografia del centro ennese di Centuripe,
nelle campagne fra il Salso ed il Dittàino: la visione aerea di mezzo secolo fa svela l'originario sviluppo urbano del sito
Sulla costa jonica catanese, invece, la foto zenitale fissa l’intensità delle colture ed abitativa del territorio etneo fra Mascali, Giarre e Riposto.
Sorprendente appare quindi la topografia aerea di Centuripe, con il suo aspetto, aspro e tentacolare, di stella marina.
Nell’immagine di un latifondo catanese, invece, sembra leggersi quell’immobile condizione di arretratezza e povertà che ancor oggi distingue molte zone interne della Sicilia.

La scabra ed immobile visione di un latifondo
tra Castel di Judica e Ramacca, nel catanese.
L'aerofogrammetria svela la composizione argillosa del terreno, che consentono solo la coltura del grano.
Ben visibili sono le masserie con gli stazzi per le pecore
Infine, la misteriosa bellezza di Mozia – con la chiara traccia della sua strada sommersa, dalla porta Nord dell’isoletta fino a Birgi – deve al bianco e nero quella suggestione che è propria dei più antichi segni della civiltà in Sicilia.

L'ultima vecchia aerofotogrammetria riproposta in questo post da ReportageSicilia è tratta dall'opera dell'Enit
"Il libro dei giorni italiani - Le isole felici", edita nel 1966. 
L'isola trapanese di Mozia rivela con chiarezza l'antica strada sottomarina di età punico-romana che ancor oggi attraversa lo Stagnone

giovedì 6 dicembre 2012

SICILIANDO














"La Sicilia? E' un paradiso governato da Satana"
Agostino Depretis

BENI CULTURALI FRA CRISI, SCANDALI ED INCAPACITA'

Gruppo di turisti in visita nel sito del castello Eurialo, a Siracusa.
La fotografia - pubblicata nel II volume dell'opera "Sicilia", edita da Sansoni nel 1962 - risale alla fine degli anni  Cinquanta
e porta la firma di Josip Ciganovic.
Il settore dei beni culturali isolani continua a seguire logiche politiche per lo più parassitarie; è di pochi giorni fa la notizia dello scandalo milionario nella gestione dei siti archeologici di Taormina, Segesta, Selinunte e, appunto, Siracusa  


Lo scorcio finale del 2012 non riserva buone notizie per il turismo in Sicilia. 
La recessione economica europea non aiuta certo ad incrementare il numero di visitatori dell’isola, e la stessa crisi fa prospettare in questi giorni il rischio di 2.000 licenziamenti nel settore alberghiero: le Eolie, Sciacca, Taormina, Cefalù – dove già da giorni albergatori e ristoratori denunciano l’insostenibilità del balzello dell’Imu – potrebbero presto perdere una fetta consistente dell’occupazione locale.


Chiacchierata dinanzi "Il Trionfo della Morte", una delle opere pittoriche più note della Sicilia ed esposta a Palazzo Abatellis, a Palermo.
I criteri di apertura al pubblico di musei ed aree archeologiche
continuano spesso
a non soddisfare le richieste dei visitatori.
L'immagine è di Publifoto ed è tratta dall'opera "Sicilia"
edita dal TCI nel 1961

Accanto ai problemi legati alla recessione, rimangono poi quelli della deprimente gestione del turismo siciliano, a cominciare dall’amministrazione del patrimonio  artistico e monumentale, spesso inaccessibile o con orari di apertura ridotti. 
A puro titolo di esempio, una recente visita al duomo normanno di Cefalù ha tradito per l’ennesima volta l’occasione di potere visitare il suo chiostro.

Il chiostro del duomo normanno di Cefalù.
Il monumento è uno dei tanti beni architettonici siciliani difficilmente visitabili, a causa della lunghezza degli interventi di restauro o per il cattivo impiego del personale che dovrebbe custodire l'area: gli addetti della Regione Siciliana sono 1750, ma risultano mal ripartiti.

L'immagine è tratta dall'opera "Cefalù e le Madonie" edita nel 1981 da Plurigraf Narni-Terni 

E’ di pochi giorni fa poi la notizia che il manager della società incaricata di incassare i biglietti delle aree archeologiche del teatro antico di Taormina, di Segesta, Selinunte e Siracusa non ha consegnato alla Regione 19 milioni di euro.
Quei soldi sembrano essere scomparsi, il manager è stato arrestato e ora ci si chiede come sia possibile che l’ammanco – destinato ad incrementare le asfittiche casse dell’assessorato ai Beni culturali -  possa essere passato inosservato sino a raggiungere tali proporzioni.


Il tema della scarsa valorizzazione dei beni culturali isolani è stato affrontato nelle ultime settimane
da Francesco Merlo ed Adriano Sofri.
Quest'ultimo ha raccontato dell'attuale cessione di numerosi capolavori dell'arte siciliana a musei ed istituzioni straniere, con il risultato di impoverire la visione di quei capolavori al visitatore della Sicilia.
Fra questi oggetti d'arte figura anche la statua dell'Efebo di Selinunte, le cui rovine sono qui ritratte in un'altra immagine realizzata 50 anni fa da Josip Ciganovic durante un reportage isolano a bordo di una fascinosa MGA.
Anche questo scatto è tratto dall'opera "Sicilia" edita nel 1962 da Sansoni

La Sicilia vanta giustamente il 60 per cento dei beni culturali italiani. Il compiacimento per questo primato rende però ancora più grave il giudizio sulle carenze delle politiche sui beni culturali, che invece di puntare sulla loro piena valorizzazione prediligono interventi spesso parassitari.
Il dato è stato sottolineato da due recenti interventi di Francesco Merlo http://www.francescomerlo.it/?p=976 ed Adriano Sofri http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/11/21/news/la_sicilia_invisibile-47100315/, e certo sarà l’ennesimo banco di prova per il nuovo governo della Regione; se tutto continuerà come prima, a poco serviranno iniziative virtuali come l’attivazione del nuovo sito http://www.sicilia360.it/, realizzato da Unioncamere Sicilia e presentato nei giorni scorsi a Roma, al ministero degli Esteri.


Il Teatro di Tindari, lungo la costa tirrenica messinese.
Mentre la gestione dei beni culturali siciliani soffre i limiti ed i guasti dell'amministrazione regionale,  l'Opera Romana Pellegrinaggi - gestita dal Vaticano - ha recentemente inserito Tindari fra gli itinerari religiosi da lei promossi, grazie alla presenza del locale Santuario della Madonna.
La fotografia è ancora una volta opera di Ciganovic
“Il portale offre all’internauta numerosi motori di ricerca – spiega Unionecamere – informazioni su mezzi di trasporto ed alberghi, offrendo una visione completa sull’isola che comprende anche la filiera dell’agroalimentare e dell’industria culturale”.
Ricca di monumenti, bagnata da molte spiagge ancora desiderabili e con un discreto fascino gastronomico e letterario, da lunghissimo tempo l’isola attende ancora il vanto di politici degni di tanta ricchezza.


Una vecchia locandina promozionale della Regione Siciliana.
L'immagine è tratta dal volume "Handbook for Italy"
pubblicata negli anni Cinquanta da Edizioni Saturnia-Roma

   


  

domenica 2 dicembre 2012

IL MISFATTO DICEMBRINO DI VILLA DELIELLA

Operai al lavoro a Palermo durante le rapidissime operazioni di demolizione di villa Deliella, iniziate il 28 novembre del 1959
e terminate nei primi giorni di dicembre.
La distruzione dell'edificio fu il frutto di una serie di artifici burocratici che avrebbero voluto favorire
una delle tante operazioni di speculazione politico-mafiosa
sotto le gestione amministrativa di Salvo Lima e Vito Ciancimino.
ReportageSicilia ripropone, fra le altre, due fotografie che documentano lo smantellamento dell'edificio realizzato
fra il 1905 ed il 1907 su progetto di Ernesto Basile.
Entrambe le immagini relative alla distruzione della villa sono tratte dal saggio di Michele Russotto "La Sicilia e gli anni Sessanta", edito nel 1989 da Edizioni Anved 

Era l’inizio di dicembre di 53 anni fa quando a Palermo si completò la rapidissima distruzione di villa Deliella.
La squadra di operai aveva iniziato a smantellare i solai dell’edificio liberty di piazza Croci il 28 novembre del 1959. Era un sabato, e la demolizione di mura, maioliche, arredi lignei ed in ferro battuto andò avanti con una frenetica opera di devastazione, così come richiesto dalla gravità del misfatto architettonico da assolvere; il lavoro terminò agli inizi di dicembre, ed al punto che le prime pubbliche denunce sull’accaduto furono pronunciate quando già i picconi avevano causato gravi danni all’edificio.

Il piccone demolitore - entrato in azione per di più senza alcun rispetto delle misure di sicurezza per gli operai - non risparmiò nessun elemento architettonico della villa, in origine abbellita dai tipici elementi dell'architettura Liberty palermitana: ferri battuti, vetrate, maioliche ed arredi lignei andarono distrutti o furono oggetto di vendita al mercato antiquario cittadino
A ragione, le vicende della distruzione dell’edificio sorto fra il 1905 ed 1907 su progetto dell’architetto Ernesto Basile – all’epoca della demolizione di proprietà del barone Franco Lanza di Scalea - sono diventate una delle storie simbolo del malaffare politico mafioso palermitano: non è un caso che un critico come Bruno Zevi abbia ritenuto di doverla raccontare nel saggio “Cronache di Architettura”, edito nel 1971 da Laterza.
E’ noto l’artificio burocratico grazie al quale villa Deliella potè essere cancellata dal paesaggio palermitano, in virtù di un permesso di demolizione frettolosamente concesso lo stesso 28 novembre dall’assessorato comunale ai Lavori Pubblici.

Una veduta di piazza delle Croci con lo sfondo di villa Deliella
degli inizi degli anni Cinquanta,
anch'essa tratta dal citato saggio di Michele Russotto.
La scomparsa dell'edificio rientra nell'elenco delle molte opere architettoniche palermitane di Ernesto Basile andate distrutte: la lista comprende anche i villini Fassini ed Ugo
"Nel 1954 – scriverà Cesare De Seta nel saggio “Palermo-Le città nella storia d’italia", edito nel 1980 da Laterza - su proposta della locale Soprintendenza ai Beni Culturali la villa venne vincolata, essendo una delle superstiti opere del Basile.
Tre anni dopo il Consiglio di Stato revocava il vincolo con una motivazione formalmente ineccepibile: non erano trascorsi i cinquant'anni dalla costruzione dell'edificio, risalente al 1909. Dunque bisognerà attendere che scocchi la fatidica data: ma il proprietario del piccone lesto ovviamente non attese che trascorresse il tempo previsto dalla legge - termine stupido, è inutile dirlo - e demolì la villa.
Il piano regolatore del 1956 aveva vincolato la villa ed il giardino per uso pubblico; ma il piano viene rielaborato e nel 1959 il vincolo a verde pubblico diviene a verde privato.
Il gioco è fatto.
Il sindaco è Salvo Lima e val la pena di ricordarlo".

Il principe Franco di Scalea ( il primo a destra ) ritratto nel 1961 all'interno del Teatro Massimo di Palermo.
Da due anni la villa Deliella - di cui era proprietario -
non esiste più.
Le cronache della demolizione non hanno mai chiarito
il suo ruolo nelle vicende che favorirono
la distruzione dello storico edificio: se cioè il principe Franco di Scalea fu vittima o complice di un possibile progetto speculativo favorito dagli artifici burocratici dell'assessorato comunale ai Lavori Pubblici
Nel 1975, 16 anni dopo la distruzione dell’edificio di piazza Croci, uno degli attori protagonisti di quella commedia burocratica – Vito Ciancimino, nel 1959 alla guida dell’assessorato comunale ai Lavori Pubblici – dichiarò “ineccepibile” l’operato del Comune.
“Non ho tratto alcun vantaggio di nessun genere. Anzi, posso dire – affermò nell’aula del processo per diffamazione all’ex senatore comunista Girolamo Li Causi – che ho fatto inserire nel piano regolatore la zona come verde pubblico, per cui il principe Franco Lanza di Scalea non ha avuto alcun utile a demolire la villa”.

Il prospetto laterale di villa Deliella pochi anni dopo la sua costruzione.
La presenza della torretta è uno degli elementi stilistici del Basile che rimandano ai richiami dell'architettura neo-medievalista, affermatasi anche a Palermo nella seconda metà del secolo XIX.
L'immagine è tratta dal saggio di Elio Tocco "Guida alla Sicilia che scompare", edito da Sugarco nel 1984
Ancora oggi non è noto perché il proprietario dello storico edificio avesse deciso di favorire la sua demolizione; se cioè abbia ceduto volontariamente alle offerte economiche di chi puntava ad una possibile speculazione o, piuttosto, alle minacce di chi da quella demolizione contava di trarre profitto per l'eventuale sfruttamento dell’area edificabile.
Dopo la cancellazione di villa Deliella – e le polemiche rivolte contro il Comune, culminate nelle dimissioni dei componenti del comitato di redazione del piano regolatore – lo scandalo si trasformò in quello che il giornalista Michele Russotto ha definito nel saggio “La Sicilia negli anni Sessanta” ( Edizione Anvied, 1989 ) “uno scempio urbanistico imperfetto”: nessun costruttore riuscì ad edificare l’area, che per decenni mostrò ai palermitani il triste spettacolo di una profonda escavazione utilizzata come discarica di rifiuti.
In seguito – malgrado l’opinione di quanti avrebbero voluto vedervi sorgere un giardino - lo spazio venne trasformato in un grande autolavaggio all’aperto.
L’edificio di piazza delle Croci non fu la sola testimonianza architettonica di Ernesto Basile a patire una cattiva sorte.

La storia edilizia di villa Deliella è durata appena un cinquantennio.
Le vicende che hanno determinato la sua demolizione sono diventate invece una storia che racconterà per sempre la Palermo del malaffare politico-mafioso
e del suo "sacco edilizio".
Anche questa fotografia è tratta dal saggio di Michele Russotto 
"La città – ha scritto a tal proposito la studiosa Rosanna Pirajno in tempi recenti - ha fatto fuori la Villa Deliella, distrutto il villino Fassini, il villino Ugo, il Kursaal Biondo, incendiato il villino Florio, abbandonato al degrado lo stand Florio, trasformato l'edificio della Cassa di Risparmio e ceduto a privati il villino Favaloro".
In rete abbonda il materiale dedicato alla storia di villa Deliella; segnaliamo, fra i tanti link, http://www.amopalermo.com/2010/05/gli-interni-della-villa-deliella-piazza.html.
La ragione di questo post – scritto da ReportageSicilia in coincidenza temporale con i 53 anni dal periodo della sua demolizione – nasce dalla volontà  di riproporre alcune fotografie sull’argomento pubblicate dal citato saggio di Michele Russotto.
Per chi volesse poi approfondire il tema delle prime denunce sulla devastazione dell’edificio di Ernesto Basile, è infine essenziale la consultazione della raccolta del quotidiano palermitano ‘l’Ora’, presso l’Istituto "Antonio Gramsci" di Palermo http://www.istitutogramscisiciliano.it/.





venerdì 30 novembre 2012

L'IGNORATA DEVASTAZIONE DELLA CONCA D'ORO

Eloquente immagine della progressiva devastazione della Conca d'oro: la residua area di un fitto agrumeto all'angolo fra viale Strasburgo e la via Belgio a metà degli Ottanta si appresta ad essere cancellata dalla nuova edilizia palermitana.
Alla storia della Conca d'oro ed alle vicende che hanno portato alla sua scomparsa è dedicato il recente saggio 'Conca d'oro' di Giuseppe Barbera, edito da Sellerio.
Lo scatto è tratto dal volume di Salvatore Cusimano e Gian Mauro Costa "Storia della Rai in Sicilia dalla Liberazione ai nuovi orizzonti mediterranei", edito da Rai-Eri nel 2009 

“Come è potuto accadere? Cosa ha nascosto a chi aveva occhi per vedere, orecchie per ascoltare, menti per ragionare, trecento milioni di metri cubi di cemento, centinaia di chilogrammi di asfalto che, tra il 1955 ed il 1975, ogni anno hanno soffocato un milione di metri quadrati di suolo e preso il posto di oltre un milione di alberi? Perché non è stato possibile impedire che il paesaggio della Conca d’oro giungesse all’agonia, con il suo millenario carico di fatiche, sogni, sentimenti da allora cancellati, negati alle speranze del futuro?”
Sono le domande ed insieme il grido di dolore che al termine del saggio 'Conca d’oro' ( edito recentemente da Sellerio ) l’autore Giuseppe Barbera lancia ai lettori.

Il saggio di Giuseppe Barbera - docente di Colture Arboree a Palermo - ricostruisce le vicende storiche ed agricole della Conca d'oro, individuandola come luogo di "incontro tra le specie, le razze, le varietà e le forme originarie con quelle provenienti da luoghi lontani".
Lo scempio di un paesaggio frutto di un secolare ed eccezionale impegno agricolo dell'uomo si consumò dopo il 1950, in poco più di un trentennio 
Il libro di Barbera – professore di Colture Arboree nell’Università di Palermo, già collaboratore del FAI ed erede di una famiglia che nella Conca d’oro ha visto cancellare i giardini della propria villa – ripercorre senza tecnicismi e con una scrittura attenta alle vicende storiche, economiche e politico-mafiose palermitane i fasti ambientali e la sostanziale scomparsa dell’area.

La prima di una straordinaria veduta fotografica della Conca d'oro - l'area Est di Palermo - realizzata dallo Stabilimento di Giacomo Brogi all'incirca nel 1905, tratta dal volume 'Fotografi e fotografie a Palermo nell'Ottocento', edito da Alinari nel 1999.
In quel periodo, la coltivazione degli agrumi aveva quasi soppiantato le altre colture arboree che nel corso dei secoli hanno ospitato a Palermo piante e frutti provenienti da continenti lontani dal Mediterraneo 
Barbera la definisce come “un’esigua porzione di mondo che l’uomo, cogliendo nella natura le opportunità offerte dalla storia, ha reso laboratorio perenne di diversità biologiche, moltiplicandola in tutte le forme possibili, favorendo e guidando l’incontro tra le specie, le razze, le varietà e le forme originarie con quelle provenienti da luoghi lontani”.
Il saggio di Barbera individua sia l’origine della definizione “Conca d’oro” – presente per la prima volta in un poemetto del XV secolo del mazarese Angelo Callimaco – sia l’evolversi della ricchezza agricola della pianura esaltata da Ugo Falcando, sino all’invasiva e speculativa diffusione degli agrumi, ed in primo luogo del limone.

La seconda veduta fotografica dello Stabilimento di Giacomo Brogi,
con l'area della Piana dei Colli
ed il massiccio di monte Pellegrino.
Fra il 1955 ed il 1975 - scrive Barbera nel saggio edito da Sellerio - sulla Conca d'oro venero riversati "trecenti milioni di metri cubi di cemento e centinaia di chilogrammi di asfalto" 
“L’importanza del limone – spiega l’autore, arricchendo il saggio di un'altra curiosa notazione – cresce dal 1795, quando la marina militare inglese ne rende obbligatorio l’uso come antiscorbutico e viene esportato sotto forma di frutto fresco o in salamoia o di derivati, come olii essenziali, scorze e agrocotto (succo concentrato)”.
Sorprendente è poi l’elencazione delle varietà indigena di piante da frutto che sono state quasi del tutto cancellate dalle ruspe dei cantieri edili e stradali: “il susino di Cuore, il Rapparino e l’Occhio di bue, la pesca Spaccarella, l’albicocco Majolino, i peri Iazzolo, Moscatello e Butirra, il ciliegio Cappuccia, il melo Limoncella, sorbi, mandorli e melograni, fichidindia Sanguigni, Sufrarini e Muscareddi”.


Uno scorcio dell'attuale zona di via Notarbartolo - una delle strade del "sacco edilizio" di Palermo, capace di distruggere anche la discreta edilizia Liberty d'inizi Novecento  - in una fotografia riproposta dal saggio di Mario Taccari 'Palermo l'altro ieri', edito da S.F.Flaccavio nel 1966.
La didascalia che accompagna l'immagine spiega: "olivi secolari, cespi di zabbare e di fichidindia, sentieri terrosi:
così, al principio del secolo,
la Palermo che avrebbe accolto il quartiere Notarbartolo" 

A quella che è stata la devastazione cementizia della Conca d’oro – ed è questa una considerazione suggerite dalle pagine di Giuseppe Barbera - bisogna così aggiungere la perdita di un’eccezionale ed irripetibile ricchezza regalata dai frutti della terra, grazie al clima della città e dal lavoro di generazioni di contadini e braccianti; pochi decenni di quello che è passato allo storia come “sacco edilizio” – i voraci interessi di qualche decina di imprenditori mafiosi e di politici loro servitori - hanno così distrutto secoli di cultura agraria palermitana.

Giuseppe Barbera, in una foto tratta da http://www.unipa.it/arbor/curriculum_docenti/barbera.htm

RS
Professore Barbera, riprendendo un passo del suo saggio, RS Le chiede come sia stata possibile la silenziosa devastazione della Conca d'oro nel dopoguerra...
GB
"E' una domanda che mi sono posto sin dall'inizio del mio lavoro di ricerca. Le colpe furono certamente degli imprenditori di pessimo livello, dei politici del tempo e della mafia.
La distruzione della Conca d'oro è stata però anche il frutto dei tempi, degli anni che seguirono il secondo dopoguerra e delle spinte economiche che dettarono i tempi del saccheggio edilizio del territorio palermitano, senza alcun controllo.
Anche gli uomini di cultura in teoria più preparati non seppero opporsi a quelle spinte; l'unica voce dissonante, di denuncia, fu quella del giornale "l'Ora": troppo poco per fermare l'avanzata del cemento"
RS 
La ricchezza arborea della Conca d'oro è oggi persa del tutto o rimane ancora qualche traccia di quel patrimonio botanico?
GB
"In termini percentuali, possiamo ritenere che ne sopravvive ancora il 20 per cento, soprattutto nella zona di Ciaculli.
Ci sono poi due importanti ambienti che testimoniano quella antica ricchezza: il parco della Favorita - con i suoi agrumeti - e la zona di Maredolce, dove l'ambiente naturale ed i resti architettonici rimandano alla Palermo di età islamica e normanna." 
RS
E' possibile immaginare la tutela di ciò che rimane dell'originaria Conca d'oro ed una sua valorizzazione produttiva e turistica?
GB 
"Da poche settimane a Palermo è nato un Comitato Civico Conca d'oro che vuole portare avanti tutte le proposte ed i progetti che potrebbero valorizzare le aree residue.
Occorre azzerare il consumo del suolo e credere nella valorizzazione delle attività agricole urbane, secondo una tendenza già presente in molte fra le maggiori città europee. Palermo potrebbe ospitare numerosi orti urbani, venendo incontro alla cultura del consumo di prodotti naturali a 'chilometro zero'.
Gli orti urbani soddisfano in maniera ideale l'idea di tutela dell'ambiente e le ragioni economiche, più di quanto non possano farlo i parchi o le aree protette.
La Conca d'oro, del resto, fornisce già un esempio di questa prospettiva: i 200 ettari di agrumeti dell'area di Ciaculli dove è attivo il Consorzio di produttori del mandarino Tardivo.
E' un esempio di agricoltura che crea economia, partendo proprio dalla valorizzazione di una specie arborea indigena"