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martedì 18 luglio 2017

IL BAMBINO GOMMISTA NELLA SICILIA DI MEZZO SECOLO FA


Riparazione di una camera d'aria in una bottega nel paese di S.
A lavorare, un bambino di nove anni, 
costretto a sostenere da solo la famiglia.
Il reportage su questa storia di difficile sopravvivenza 
nella Sicilia del 1967
venne pubblicato dal settimanale "Vie Nuove", 
a firma del fotografo Alberto Sciacca

Un giorno di cinquant'anni fa il fotografo Alberto Sciacca raccontò sulle pagine del settimanale "Vie Nuove" una storia che documentava le difficili condizioni economiche dell'Isola nell'Italia proiettata verso gli ultimi anni del suo "boom" economico.
Percorrendo una strada della Sicilia occidentale, Sciacca attraversò il paese di S.; il suo sguardo fu attratto da una tavola di ferro dove grandi ed incerte lettere di vernice rossa indicavano la scritta:
"Riparazione gomme anche stivale"
Spinto da quella curiosità che muove l'istinto di ogni buon cronista, il fotografo scoprì che in una buia ed angusta bottega si nascondeva il racconto di una piccola storia di caparbia sopravvivenza.
Gestore, padrone e unico lavoratore era un bambino di nove anni, costretto dalle ristrettezze economiche della numerosa famiglia a prendere anzitempo il posto di lavoro del padre, morto qualche tempo prima.


Il racconto e le fotografie di Alberto Sciacca documentano così una vicenda di povertà - decorosa e dignitosa, ma pur sempre povertà - nella Sicilia di mezzo secolo fa: una storia certamente privata ( tale da imporre l'omissione dei nomi dei luoghi e delle persone ), ma in grado di rappresentare la persistente condizione complessiva di disagio economico dell'Isola. 
Quel bambino di nove anni, frattanto, grazie a quella straordinaria prova di determinazione infantile, gestisce oggi una più moderna officina da gommista: un epilogo agrodolce nel racconto di quella vita di precoci sacrifici tramandata dalle fotografie di Alberto Sciacca.  

 "'Riparazione gomme anche stivale' dice l'insegna.

'Anche stivali?', gli chiedo.
'Stivali, ombrelli, giocattoli, tutto'


E' sicuro, deciso, di poche parole.
Lo sguardo vigila e scivola da tutte le parti, come se da ogni parte potesse arrivare un pericolo.
La madre a mezzogiorno viene in officina e gli chiede se può mettere giù gli spaghetti, ma lui dice di no, che ancora ha da lavorare, che aspettino e la madre se ne torna a casa.
Quando ha finito chiude l'officina e si avvia.
Lo seguo e ora sembra non sentire più fastidio per la mia presenza, forse si è convinto che non posso essere evitato.
A tavola lo aspettano per cominciare, lui si siede al posto che era del padre e mangiano in silenzio.
La madre serve lui prima degli altri e lui secco dice sì e no e la madre non insiste e non insistono gli altri.
Quando finiscono lui va via, sulla strada e allora i bambini cominciano a chiacchierare e nella stanza vuota l'atmosfera si rilassa.
E' proprio come se un padre severo, di quelli antica, fosse uscito di casa ed invece ad uscire è stato un bambino di nove anni.

'Signora, perché a Giuseppe ha dato anche una fettina di mortadella e agli altri solo gli spaghetti?', chiedo a R.P. e so quale sarà la sua risposta.
'Perché lui lavora' - mi fa lei - 'deve essere forte.
Se lui si indebolisce qui non mangia più nessuno.
Se lui si ammala cosa facciamo tutti noi?
E poi lui è un uomo, gli uomini debbono mangiare di più.
Capisce?'

E si vergogna un pò quando dice queste cose e guarda da un'altra parte.
Ma io ad insistere.


'Signora, in fondo è un bambino di nove anni, lo trattate come fosse un adulto, aspettate che sia lui a dare gli ordini'.
'Li dà, li dà - fa lei - gli ordini li dà.
E' lui che comanda, tutti gli ubbidiscono, i fratelli, io, la nonna, tutti.
Volevo mandare le bambine più grandi a servizio e lui ha deciso di non perché diceva che in casa a lavorare ne basta uno.
Un dottore voleva fare entrare il più piccoli in un collegio ma si è opposto perché dice che lui può mantenere tutti nella sua casa e che quel dottore mandi la sua di figlia in collegio.
E' orgoglioso, è come il padre che era un uomo, è un uomo anche lui, senza di lui non si prendono decisioni in questa casa'

Il piccolo Giuseppe è tornato per mettere la tuta, sono due e deve ricominciare a lavorare in officina.
Lo trovo che sta rabberciando un vecchio ombrello nella sua officina che è grande sì e no sei metri quadrati.
Mi guarda, vede le macchine fotografiche, chiede a se stesso chi sono e cosa voglio e poi, visto che non riesce a trovare una risposta sensata, esce e scompare.
Lì dentro c'è tutto, un buco senza comodità, ma ci si può lavorare bene, c'è quello che serve per riparare gomme d'automobile.
Nella casa accanto vivono M., G., R., C., S., O., il più piccolo tre anni la più grande sedici e poi la loro madre R.P. quarantaquattro anni e la nonna B.P, sessantotto anni.

'Signora  e allora? Allora come ha fatto?'

R.P. mi guarda con quei suoi occhi nocciola e non sa cosa dire, è tutta vestita di nero e non sa cosa rispondere, è magra e piccina e non sa cosa raccontarmi.
Sta piangendo lì, così.
Mi guarda e piange.

'Allora?'
'Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla madre, stai tranquilla, ci sono qua io, stai tranquilla. Allora Giuseppe mi disse: stai tranquilla, madre, stai tranquilla, ci sono io, stai tranquilla'
Enzo cioè prese ad aprire l'officina di gommista tutte le mattine alle sette e si mise ad aspettare le automobili che avevano forato e qualcuno si fermava.
'Dov'è tuo padre?', chiedevano gli automobilisti che ancora non lo sapevano.
'Ci penso io - rispondeva Giuseppe - ci penso io, è lo stesso, mio padre non c'è, è lo stesso'


Non era lo stesso per lui perché il padre era morto ma era lo stesso per chi doveva riparare una gomma.
Giuseppe era solo preoccupato se per un giorno nessuna macchina si fermava, spiava allora dietro la porta e sperava che qualcuno lo cercasse.
Il lavoro non era più un gioco per lui: sapeva riparare gomme e voleva farlo.
Lavorare, voleva lavorare, dieci, dodici ore.

'Quante gomme al giorno?', chiedo ad Giuseppe che è tornato e mi sbircia da dietro la porta.
'Anche quindici, venti, certi giorni'
'E' faticoso?', gli chiedo.

Non risponde.
Scappa ancora poi e io resto con la madre in quella stanza che sembra l'interno di una cassa vuota.
E lei mi dice:

'Ma cosa avremmo potuto fare?
Il bambino aveva imparato il mestiere dal padre, sapeva già riparare gomme a quattro anni e allora è rimasto in officina'

Sei bambini, due donne e una piccola officina di gommista a S., Sicilia, 1967".

venerdì 23 giugno 2017

L'OSCURATA FAMA ARTISTICA DI CASTELVETRANO

La chiesa Madre di Castelvetrano.
La fotografia è tratta dall'opera "Sizilien"
di E.Horst e J.Rast edita nel 1964 da Walter-Verlag

Pur vantando un patrimonio culturale non inferiore a molti altri centri della Sicilia, la fama di Castelvetrano è legata principalmente ai nomi di Salvatore Giuliano e di Matteo Messina Denaro.
Il bandito di Montelepre vi venne trovato ucciso all'interno del baglio Di Maria all'alba del 5 luglio del 1950, in uno dei primi depistaggi di Stato dell'Italia repubblicana.
Di Messina Denaro - il boss di Castelvetrano figlio di uno storico patriarca della mafia locale - è nota a tutti l'inverosimile persistenza della sua latitanza, iniziata nel 1993.
Malgrado il vanto di alcune pregevoli opere architettoniche, questa cittadina della provincia di Trapani ha attirato pochissimi fra i numerosi viaggiatori che negli ultimi decenni hanno scritto della Sicilia.
Uno di questi, nel 1949, fu il diplomatico francese Pierre Sèbilleau, autore nel 1966 del saggio "La Sicile", edito a Grenoble da Editions Arthaud e ristampato in Italia  due anni dopo da Cappelli.
Sèbilleau fu attratto a Castelvetrano dalla presenza della chiesa normanna della Trinità di Delia e dalla statua dell'Efebo di Selinunte, che all'epoca della pubblicazione del libro passava di mano fra ricettatori di mezza Europa ( portata via dal municipio di Castelvetrano nel 1962 da una banda di improvvisati ladri, venne venduta all'irrisorio prezzo di mezzo  milione di lire e infine recuperata nel 1968 a Foligno ).
Durante la sua visita a Castelvetrano, lo stesso autore di "La Sicile" - dopo avere ricordato la vicenda di Salvatore Giuliano - non si tirò indietro dall'incauto acquisto di un pezzo archeologico dissepolto da uno dei molti contadini-tombaroli di Selinunte.


Allo stesso tempo - caso forse unico nella letteratura di viaggi dedicata all'Isola - le pagine di Sèbilleau diedero conto del patrimonio artistico delle chiese castelvetranesi: 
 
"A Castelvetrano, potrete vedere, per la prima volta, uno di quei grossi paesi rurali che sono numerosi in Sicilia e nei quali gli abitanti, piuttosto che andare ad abitare in fattorie o villaggi, preferiscono continuare ad ammassarsi, ( benché non abbiano più nulla da temere dai pirati ), a costo di fare chilometri e chilometri ogni giorno, in carretto o a dorso di mulo, per andare a coltivare i loro campi.
Ne risulta un centro fatto di piccole tenute urbane, molto individuali e molto sporche ma, generalmente, ben allineate ai bordi di strade troppo larghe ove vagano le pecore.
Mi ricordo, a proposito, di essere andato, sotto un diluvio di acqua, a fare visita a un contadino che svolgeva il suo lavoro di agricoltore nei dintorni di Selinunte e che, in questa circostanza, aveva trovato un'attività molto più remunerativa, vendendo oggetti di scavo ch'egli stesso dissotterrava o comperava dai suoi vicini.
Fui meravigliato nel vedergli tirar fuori, da sotto il suo lettuccio, una statuetta ionica il cui sorriso ambiguo illuminò tosto il suo buco.
Acquistai subito la statuetta e suggellammo l'affare con un buon bicchiere di vino.
Sarei stato forse meno tranquillo se avessi saputo che, in quel medesimo istante, il famoso Salvatore Giuliano era forse nascosto, a pochi passi di lì, nel rifugio in cui, l'anno dopo, doveva essere consegnato nelle mani della polizia ed ucciso.


Fortunatamente, il centro di Castelvetrano è altra cosa, con le sue ampie piazze irregolari e le sue chiese; la chiesa Madre, dalla sobria facciata rinascimentale; San Giovanni Battista, che racchiude una commovente statua del Precursore, di Antonello Gagini; San Domenico, in cui incomincia ad apparire, fin dalla fine del secolo XVI, una forma di arte che avrà un notevole sviluppo nella Sicilia barocca: quella della scultura, o, per meglio dire, della modellatura in stucco..."
 

martedì 20 giugno 2017

L'IGNOTO MARINAIO FRANCESE ED IL FUOCHISTA CINESE DI LEVANZO

Il riposo di due vittime delle battaglie in mare della I guerra mondiale nella quiete del cimitero della più piccola delle isole Egadi 


La tomba di un ignoto marinaio francese
sepolto nel luglio del 1917 nel cimitero di Levanzo.
Le fotografia sono di ReportageSicilia

Il cimitero di Levanzo guarda il mare di cala Fredda, poche centinaia di metri dal bianco arco di case del paese che affacciano sul porticciolo di cala Dogana.
Nel camposanto - elevato su tre livelli, a ridosso di un costone roccioso - riposano una cinquantina di levanzari.
Come spesso capita nei luoghi abitati da piccole comunità, sulle lapidi - alcune delle quali datate ai primi decenni del Novecento, quando l'imprenditore trapanese Gaspare Burgarella edificò il cimitero, donandolo agli isolani - si leggono i nomi delle famiglie che per prime abitarono Levanzo: i Campo, i Li Volsi, i Bevilacqua, gli Incaviglia, i D'Angelo.
Visitatori e turisti passano perlopiù indifferenti davanti a quel luogo silenzioso e odoroso di salmastro, diretti a cala Fredda o alla più distante cala Minnola.


La lapide che ricorda il marinaio cinese A Yon Gee,
il cui corpo venne anch'esso recuperato nel 1917 nelle acque
di Levanzo dopo l'affondamento del piroscafo inglese "SS Calliope"
La visita al cimitero di Levanzo riserva però la scoperta di tragedie dimenticate nella storia del secolo scorso: quelle delle drammatiche battaglie navali che costellarono i fondali del Mediterraneo di navi da guerra, mercantili e sommergibili con il loro carico umano di marinai e passeggeri.
Nel 1917, due corpi di due di queste vittime furono trascinati dalla corrente sino alle coste di Levanzo: la pietà isolana volle che entrambi trovassero sepoltura nel piccolo cimitero.
I primi resti si trovano proprio all'ingresso, a fianco della scalinata che conduce verso i tre pianori che accolgono le tombe.




Una lapide così ricorda l'ignoto marinaio francese morto nell'affondamento del piroscafo "Fournier Messaggerie", avvenuto un mese prima al largo della Liguria:

"Qui riposa in pace una vittima della barbarie teutonica, il poveretto e ignoto di nazionalità francese appartenente all'equipaggio del piroscafo Fournier Messaggerie partito da Marsiglia il 12-6-1917 nell'azzurro mare della costa ligure
le misere spoglie vennero raccolte a questa deriva dopo un mese dalla violenta morte il 12-7-1917"


Di questo affondamento, ReportageSicilia non ha trovato alcuna traccia documentaria, neppure nell'affollatissimo archivio di internet.




La seconda lapide ricorda invece una vittima di un più documentato episodio di guerra accaduto al largo di San Vito Lo Capo nell'aprile del 1917.
Quel giorno, il sommergibile tedesco U-65 affondò il piroscafo inglese "SS Calliope", varato nel 1901 a Middlesbrough.
La nave era partita da Cardiff con destinazione Malta, carica di carbone.
Nell'affondamento dell'"SS Calliope", persero la vita almeno 6 persone, mentre altre furono tratte prigioniere.
Il corpo di una delle vittime - A Yon Gee, uno dei fuochisti di origine cinese imbarcati sul piroscafo - venne ripescato nelle acque di Levanzo ed anch'esso seppellito nel piccolo cimitero dell'isola.
La pietra funeraria che ricorda A Yon Gee si trova sul primo pianoro del camposanto, accanto ad altre tombe di levanzari e così riassume la fine del fuochista cinese:

"A Yon Gee, nato ad Hong Kong ( cantone Chinese ) l'anno 1884 vittima della vile rappresaglia teutonica il poveretto era fuochista a bordo del piroscafo inglese Calliope silurato il 10-4-1917 nel mare di San Vito Lo Capo e venuto a questa deriva il 13-4-1917"




Fra i primi a scrivere delle sepolture dell'ignoto marinaio francese e di A Yon Gee a Levanzo fu, agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo, la studiosa Jole Marconi Bovio.
Oggi, gli anziani levanzari raccontano ai visitatori più attenti alla storia locale la vicenda di queste due vittime della I prima guerra mondiale che le correnti marine hanno restituito per sempre alla terra della loro isola.




Nella quiete composta di un cimitero che guarda un magnifico mare, Levanzo testimonia così il dramma della I guerra mondiale, con le sue vittime rimaste senza nome e per sempre lontane da quelli che furono i luoghi della loro vita.  

venerdì 9 giugno 2017

GLI ORGOGLIOSI PUPI DEL MAESTRO EMANUELE MACRI'

Pupi catanesi in una fotografia di ReportageSicilia
A differenza di quelli palermitani, i pupi catanesi sono più grandi ( il loro peso può sfiorare i 30 chilogrammi ) e non sono snodabili.
Per questo motivo, non li si può fare inginocchiare o fare montare a cavallo, né possono sguainare la spada o conservarla nel fodero.
Così, i pupi catanesi mantengono le ginocchia rigide ed impugnano sempre il loro strumento di battaglia.
L'impossibilità da parte di cavalieri e condottieri cristiani e saraceni costruiti dai pupari etnei di compiere movimenti è stata così descritta a Palermo da Mimmo Cuticchio, durante il recente evento della "Macchina dei Sogni":

"Il maestro Emanuele Macrì, storico puparo di Acireale, era molto orgoglioso dei suoi paladini.
E a chi gli faceva notare che non muovevano le gambe e le braccia rispondeva che i suoi pupi non avevano bisogno di inginocchiarsi né di riporre mai la spada, perché erano sempre pronti a combattere"

lunedì 5 giugno 2017

TRE IMMAGINI DEL COTONIFICIO SICILIANO DI PARTANNA-MONDELLO



"Un vasto complesso industriale in provincia di Palermo, località piano di Gallo, per la filatura del cotone ed altre fibre tessili della potenzialità produttiva di oltre 1.000.000 di Kg. di filati all'anno in tutte le gamme di titoli e confezioni fino al titolo 80, unici e ritorti, in greggio, mercerizzato e gasato.
Fusi installati 32.000"

Le informazioni sulle attività svolte all'interno del Cotonificio Siciliano di Partanna-Mondello comparvero in una didascalia che nel marzo del 1953 accompagnò tre fotografie dell'impianto industriale.


La pagina pubblicitaria è tratta dal primo numero della rivista "Sicilia"; la pubblicazione seguì di pochi mesi l'inaugurazione del Cotonificio progettato in cemento armato e con ampie vetrate da Pietro Ajroldi e Franco Gioè.


Alla storia del cotone in Sicilia e alle vicende dell'opificio di Partanna-Mondello ReportageSicilia ha già dedicato un post http://reportagesicilia.blogspot.it/2008/05/la-breve-epopea-del-cotone.html.

A quelle informazioni, aggiungiamo adesso alcuni dati sulla produzione della materia tessile tratti dall'"Almanacco della Sicilia" pubblicato nel 1949:

  "900 quintali nel 1834
  1054 quintali nel 1835
   239 quintali nel 1836
   584 quintali nel 1837
    19 quintali nel 1838
  1125 quintali nel 1839
  7069 quintali nel 1934
26.991 quintali nel 1947"

lunedì 29 maggio 2017

ROBERTO MERLO DOCUMENTARISTA DELLE PELAGIE

Un reportage pubblicato da "Epoca" nell'agosto del 1964 illustra le battute di pesca e la fauna sottomarina negli scatti del fotografo torinese a Lampione


A traino di una tartaruga
nei fondali dell'isolotto di Lampione, nelle Pelagie.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia
furono scattate agli inizi degli anni Sessanta
dal documentarista torinese Roberto Merlo.
Furono pubblicate per la prima volta da "Epoca"
il 2 agosto del 1964
Nel giugno del 1956, i fondali di Lampedusa, Linosa e Lampione furono per la prima volta filmati da un'equipe di documentaristi del mare.
La spedizione venne organizzata dal "Circolo Subacquei di Torino" ed era composta dal campione europeo di pesca subacquea Ruggero Jannuzzi, dal regista Victor De Sanctis, dal medico palermitano Bruno Coppolino e da Roberto Merlo.
Merlo, all'epoca 27enne, con la sua cinepresa munita di un rudimentale scafandro realizzò circa 4.000 metri di pellicola: una eccezionale documentazione sulla vita sottomarina nell'arcipelago delle Pelagie, all'epoca non ancora frequentato dagli appassionati della pesca subacquea.
Roberto Merlo dirigeva in Piemonte un'azienda di costruzioni in ferro, e la sua abilità di ripresa - anche fotografica - lo portò presto a collaborare con la rivista specializzata "Mondo Sommerso".



Merlo vantava una capacità all'epoca non comune, quella di esplorare luoghi ignorati da gran parte dei comuni sub: secche e scogli lontani dalle coste, noti soprattutto ai pescatori locali.
Le Pelagie, allora, rappresentavano uno sconosciuto sito di immersione quasi sperduto fra le coste della Sicilia e la Tunisia, nel centro del Mediterraneo.
A quella prima spedizione - che ebbe il merito di far conoscere alla stampa specializzata i pescosissimi fondali delle tre isole - ne seguirono altre: soprattutto allo scoglio del Sacramento, a Lampedusa, ed all'isolotto di Lampione.
Qui, nel 1958, uno squalo pelagico sfiorò Roberto Merlo, danneggiando la cinepresa che stava documentando l'incontro ravvicinato con i subacquei.



Molti anni dopo - il 23 settembre del 1978 - Merlo fu protagonista a Lampedusa di un altro episodio che ne avrebbe rafforzato il legame con le Pelagie.
Impegnato nella cattura di una cernia, il subacqueo torinese rischiò la vita nel corso di una immersione oltre i 30 metri.
Per un'incomprensione con il pescatore che conduceva la barca di appoggio, Merlo fu costretto a riemergere senza effettuare la necessaria decompressione.
A sera, dopo una giornata di spossatezza, il documentarista venne trovato nel letto del suo bungalow quasi incapace di muoversi, a causa di un embolo spinale.
A salvare Roberto Merlo fu allora la mobilitazione dei lampedusani, in quelle ore impegnati nella processione della Madonna di Porto Salvo verso il Santuario dell'Isola.
Grazie al trasporto a bordo di un elicottero della Marina Militare, Merlo venne ricoverato nell'ospedale militare di Augusta.
Qui rimase per 38 ore all'interno di una camera iperbolica, e solo dopo anni di terapie potere riacquistare quasi del tutto le funzioni motorie.



Per ringraziare gli isolani, Roberto Merlo commissionò allo scultore veneziano Giorgio Costa una statua di bronzo della Madonna con Bambino, che, dopo la benedizione di Giovanni Paolo II, nel settembre del 1979 venne collocata su un fondale di 18 metri, nei pressi dell'isolotto dei Conigli.
Il lavoro documentario di Roberto Merlo nelle Pelagie - già in passato testimoniato da ReportageSicilia - è ora riproposto tramite un articolo intitolato "Avventura sull'ultimo scoglio", pubblicato il 2 agosto del 1964 dal settimanale "Epoca".
Nel reportage, illustrato dalle fotografie realizzate da Merlo, si racconta una spedizione a Lampione, l'isolotto deserto nei cui fondali ancor oggi vivono alcune specie di squali pelagici:
   
"Diciassette chilometri e mezzo a Ovest di Lampedusa emerge dalle acque del Mediterraneo uno scoglio che si trova segnalato solo sulle carte nautiche o negli atlanti di una certa importanza: è l'isolotto di Lampione, detto anche, secondo un'antica terminologia dei pescatori siciliani, lo Scoglio degli Scolari.



L'isolotto è disabitato, ma fa parte, come tutto il gruppo delle Pelagie, della provincia di Agrigento.
Lungo circa 250 metri e largo cento, è un blocco di calcare con le sponde a picco, e nel suo punto più alto raggiunge i trentasei metri.
E' lo scoglio più meridionale d'Italia e si trova a Sud della stessa isola di Malta: per segnalarlo alle navi durante la notte, la Capitaneria di Porto di Agrigento vi ha fatto installare un faro a luce intermittente, visibile da una ventina di chilometri.
Il faro e una stradicciola diroccata sono l'unico segno di vita umana esistente sull'isolotto, che ospitò un gruppo di soldati durante l'ultima guerra mondiale, quando da quell'avamposto si poteva controllare il passaggio dei convogli nel Mediterraneo e avvistare le squadriglie di aerei angloamericani in partenza dalle basi africane.



La piccola guarnigione si arrese agli alleati che preparavano lo sbarco in Sicilia il 13 giugno 1943, due giorni dopo Pantelleria.
La sua cattura fece parte dell'operazione 'Operation Corkscrew', che eliminò ogni resistenza nel Mediterraneo meridionale.
Ora lo scoglio di Lampione è la meta dei pescatori di frodo che, non controllati, gettano esplosivo nelle sue acque per raccogliere senza fatica il pesce sterminato dalle deflagrazioni sottomarine.
Il mare intorno all'isola brulica di grossi squali e di branchi di ricciole, che si avvicinano alle tiepide acque della costa durante il periodo degli amori.
Sul tavolato di calcare vivono migliaia di lucertole, mentre in cielo volteggiano sciami di gabbiani.



Le immagini che vi presentiamo sono state realizzate da uno specialista in riprese sottomarine, Roberto Merlo, che assieme al campione di caccia subacquea Romano Perotto ha capitanato una spedizione all'isola.
Il gruppo, arrivato sul luogo dopo parecchie ore di navigazione con un grosso peschereccio partito da Lampedusa, ha vissuto una pericolosa avventura.
Infatti, appena stabilita la base a terra, si è scatenato un violento fortunale che non ha più permesso al battello, tornato nel frattempo al largo, di avvicinarsi all'isola.
Il peschereccio dovette allontanarsi e abbandonare per tre giorni il gruppo dei subacquei, che non prevedendo la sosta forzata avevano con sé viveri per una sola giornata.


Roberto Merlo ed il fiorentino Romano Perotto
in posa a Lampione
Per procurasi il cibo, Merlo e Perotto si tuffarono sott'acqua nei punti dove le ondate erano meno violente e catturarono vari tipi di pesce.
L'avventura sullo scoglio terminò solo quando, calmatosi il mare, il peschereccio potere accostare a Lampione e raccogliere i subacquei accampati presso il vecchio faro"